Penso, dunque sono (leggero)

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Che cosa dobbiamo scegliere, la pesantezza o la leggerezza?” si chiedeva Milan Kundera. Lo scrittore ceco, come poi sottolineerà Calvino nelle proprie indimenticabili Lezioni Americane, aveva in realtà le idee ben chiare: nella vita di ciascun individuo, tutto quello che viene scelto o apprezzato come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Le scelte individuali, se proiettate sul lungo periodo dell’eternità, appaiono del tutto irrilevanti: il contrasto tra questa sfuggente evanescenza della vita e la necessità, tutta umana, di rintracciare in essa un significato, si risolve in un paradosso insostenibile. Borges aggiungerebbe che “tutti i nostri atti sono giusti o sbagliati, ma anche indifferenti. […] Omero compose l’Odissea: dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea“.

L’insostenibile leggerezza dell’essere diviene quindi un’ineluttabile pesantezza del vivere e la causa di ciò sta in quella fitta rete di costrizioni pubbliche che soffocano ogni esistenza con nodi sempre più stretti. Eppure una soluzione esiste e Calvino la indica inequivocabilmente: solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna.

Si tratta di una leggerezza della pensosità che fa apparire la frivolezza come pesante e opaca. Calvino è convinto di ciò e sostiene la propria tesi attraverso una celebre novella (la nona della sesta giornata) del Decameron, dove Boccaccio descrive un Cavalcanti solitario, intento a passeggiare e meditare tra i sepolcri di marmo presso porta San Giovanni, a Firenze. Il poeta viene accerchiato da una di quelle brigate di giovani aristocratici fiorentini sempre alla ricerca di occasioni per ostentare la propria ricchezza e, pungolato sulla propria adesione all’Epicureismo, si trae d’impaccio, e lo fa attraverso un salto che Calvino stesso definisce come emblema della leggerezza: l’agile e improvviso balzo del poeta, del filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostra che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza. Quella che molti credono essere la vitalità dei nostri tempi, che già Calvino nel 1985 definiva “rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante”, appartiene al regno della morte, come un cimitero di fiammanti automobili arrugginite.

Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace” risponde enigmaticamente Guido: nella casa dei morti, fra i sepolcri dei primi cittadini fiorentini a porta San Giovanni, Guido salta, supera il confine e lascia i propri interlocutori in quella che considera la loro dimora. Guido salta, e segna in modo metaforico il confine fra vita e morte: una vita, come quella dei membri della brigata, dedita a piaceri smodati e priva di attività intellettuale, è peggiore della morte e non è degna di essere vissuta. Lo scopo dell’essere diventa la conoscenza, quella leggerezza che è propria del pensiero.

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