L’italiano che verrà

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Quando si parla di lingua l’irresistibile tentazione è sempre quella di vaticinare. A questo proposito ci aiutano i millenaristi, quelli che profetizzano dallo scrittoio e non si sporcano le mani: la lingua del futuro sarà una sorta di codice fiscale, una lingua di monosillabi semplificata al massimo e piena di prestiti dall’inglese. Per non parlare del congiuntivo, protagonista di quella che ormai possiamo chiamare Cronaca di una morte apparente.

Tutto questo non è accaduto, anche se ogni lingua muta, va alla deriva come se fosse un continente attraverso un movimento lento e costante. E sono proprio le forme considerate errate a cambiare la lingua.

Ora mi viene da chiedermi: se la critica generazionale è in parte motivata (dal web “devo telefonare a quel mio amico che gli ho prestato un gioco”: orrore), la ragione di questo mutamento al ribasso va ricercata nella brevità delle nuove forme di scrittura informatica? Se le Pizie di turno osservassero il comportamento dei giovani (“sporcarsi le mani”, appunto) capirebbero che le abbreviazioni, soppiantate dalle emoticon, rappresentano il passato.

T’si sempr atachet ma chi battanaj! Tradotto: viviamo in un mondo iperconnesso in cui utilizziamo la lingua continuamente e non riconosciamo più quali siano le parole adeguate per ciascun contesto di comunicazione. E si fa presto a trasformare il commento lapidario della nonna in un’analisi sociolinguistica: le forme del parlato si trasferiscono nello scritto, la comunicazione si semplifica e la lingua si impoverisce. E’ questa l’unica certezza su come si sta trasformando il modo in cui parliamo e scriviamo: interagiamo sempre di più con macchine con cui dovremo imparare a dialogare.

E’ questa la sfida per l’italiano che verrà e accomuna tutte le generazioni, a prescindere dai facili sospiri per i tempi che furono. Prendi Siri: è programmata per fare le battute, ma non capisce l’ironia. Lei parla come un libro stampato, noi no. Non consapevolmente, almeno: se potessimo riascoltarci ci renderemmo conto che interagendo con lei cominciamo anche noi a parlare in stampatello. NON-HO-CAPITO-BENE. Tranquilla, era solo una metafora…

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