C’era una volta la globalizzazione

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A cosa stiamo assistendo esattamente?

Un fenomeno su larga scala di proporzioni più devastanti a livello psicologico, ma soprattutto culturale, di totale rottura. ogni epoca ha le sue avanguardie, movimenti che rompono con il passato e offrono un nuovo modo di approcciarsi al reale.

A inizio 900′, prima a livello artistico e poi politico, le avanguardie avevano proposto ognuna un nuovo modo di pensare, uno scibile contraddistinto dall’abbandono delle certezze del passato. Freud, Nietzche, Marinetti, D’annunzio, Svevo; autentiche bombe distruttrici di tutto quella che la gente aveva dato per scontato (potrei citarne altri). Il solco tracciato dai movimenti di cambiamento era la stella che avrebbe guidato le società future.

 

Poi le guerre, la società dei consumi americana contrapposta al modello del socialismo reale, il trionfo delle ideologie. L’epoca più carica a livello di identità, dove non ci si poteva sottrarre al gioco delle parti. In Occidente, stava prendendo piede un’idea nuova, un’idea che sembrava irrealizzabile: il cosmopolitismo. Dopo secoli di guerre e protezionismo, era impensabile credere di poter avvicinare le realtà di tutto il mondo e diventare “cittadini del globo”. L’impulso decisivo fu dato dall’economia, che spinse gli Stati Uniti a pressare l’Europa affinchè si unisse sotto la medesima entità istituzionale. Non poteva essere solo un agglomerato di Stati indistintiti, doveva nascere un’Unione di interessi e valori sotto il segno del libero mercato e della pace. Il caro zio Sam in realtà era mosso da ben altri intenti, non voleva certo correre il rischio di perdere il suo più importante interlocutore commerciale e politico, doveva contribuire alla ricostruzione. Come da sempre fanno gli Usa, sotto queste iniziative di “esportazione di democrazia e aiuti umanitari” ci furono ben altri intenti.

 

L’Europa fu travolta dal modello della società dei consumi, dalla liberalizzazione totale del mercato mondiale, dall’abbattimento di tutte le barriere doganali.  Il Gatt (accordo generale sulle tariffe e il commercio), il fondo monetario internazionale, coadiuvati dalla costituzione a Roma della Ceca e dall’Oece, sancirono la supremazia mondiale degli Stati Uniti che imposero il proprio modello di ordine mondiale.

 

Basta barriere, basta dazi, basta relazioni privilegiate, il mondo doveva diventare un unico immenso mercato regolato (o meglio, “sregolato”) dalle leggi capitalistiche della domanda e dell’offerta. Chi vendeva di più, era potente. Chi aveva i prezzi e i prodotti migliori, era potente. Chi faceva i migliori affari con le Sette Sorelle e i paesi produttori di petrolio, era potente. La legge selvaggia della libertà totale, frenata solo da piccole regole di base che dovevano garantire il mantenimento della stabilità. Una realtà in cui i problemi di un paese diventavano i problemi di tutti i paesi, in un circuito in cui tutte le nazioni erano collegate indissolubilmente dall’economia. Una catena di interdipendenza che avrebbe reso la civiltà più unita, ma molto più vulnerabile. La finanzarizzazione dell’economia ha collegato tutte le banche del mondo, l’espressione più marcata del capitalismo, che da monopolizzato è diventato finanziario.

 

In un contesto del genere, la frontiera tecnologica della terza rivoluzione industriale ha agito da collante. Internet ha avvicinato gli estremi del pianeta, ha messo in contatto tutta la popolazione. Il catalizzatore della diffusione della società capitalistico-consumistica in tutto il mondo. Uno schema che hanno abbracciato più o meno in larga parte  le nazioni. Chi non è stato uniformato ha subito il peso di guerre ingiuste “di liberazioni dei popoli oppressi dalle dittature”. Il classico modello dell’import-export democratico delle civiltà occidentali. Le multinazionali hanno trovato terreno fertile in questo nuovo assetto globale. Si sono diffuse in ogni parte della Terra, diventando potentissime. Sono state la prima manifestazione di un’economia omogenizzata, improntata al consumo sfrenato, dilagando nelle città principali. Marx aveva predetto che con il passare del tempo, il capitalismo avrebbe diminuito la concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di pochi, aumentando in modo drammatico le disuguaglianze.

 

Eppure il cosmopolitismo in sè era un’idea nobile. Il sogno di un’umanità unita da medesimi valori, nel rispetto delle identità. L’economia ha macchiato questa visione, rendendola un pretesto per allargare il raggio d’azione del capitalistimo. Interessi e un profitto smisurato hanno rivelato l’incongruenza di un principio troppo avanzato da poter viaggiare nei meandri della nostra più fervida immaginazione. Il cosmopolitismo, nonostante abbia avvicinato interi popoli e abbattuto le barriere, ha travolto tutte le culture mondiali uniformandole sotto il segno di una logica del guadagno.

 

Ma questa realtà, che ha accompagnato le nostre vite da generazioni, sta subendo il primo radicale attacco della sua storia. La preoccupante ondata populistica globale, in cui l’estrema destra  cavalca il malumore della gente stanca di politiche “imposte dall’alto” e dell’establishment liberale che vive ormai in un altro pianeta, distaccato dalla realtà. Il qualunquismo dilagante e il rifiuto delle ideologie come rifiuti irrazionali della logica politica del passato. Movimenti migratori massicci in concomitanza a una campagna terroristica dell’Isis che hanno risvegliato il più accesso nazionalismo degli ultimi anni. La gente arrabbiata in lotta con estranei che entrano “in casa loro” e “gli rubano il lavoro”. Il mix perfetto da servire a una destra “non-destra” perchè fuori da ogni classificazione, che mai come adesso ha in mano lo spirito degli uomini di tutto il mondo. La vecchia sinistra che ormai sta cedendo il passo a una modernità che non le appartiene più, senza battaglie per cui combattere

 

Come sempre è successo, nei momenti di crisi e di forte tensione la destra ha anticipato una sinistra troppo scollegata dalla realtà,  torchiata dall’adesione convinta alla Terza Via e al liberalismo sfrenato. Ci si rifiuta di identificarsi con una o l’altra, perchè ormai la stessa identificazione è un rimando al passato. La gente è stanca, non pensa e non ragiona più perchè le è stato tolto il tempo di farlo. La reazione immediata è l’urlo contro il vuoto.Il vuoto che sta lasciando il capitalismo, perchè nonostante le critiche e le evidenti contraddizioni, come disse Keynes: « Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi. »

 

 

 

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