L’arte “vox populi” o eco politico?

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collage-politicoSi sente spesso parlare dell’immenso patrimonio artistico di cui gode il nostro Paese. Uno di quegli argomenti di cui tutti i politici fanno bandiera, il rigurgito nazionalista dei populisti e lo stemma dei difensori temerari della cultura. “Siamo un paese di eccellenza”, “abbiamo le più grandi bellezze artistiche”, “la nostra tradizione è unica”. Tutte cose giuste, inattaccabili. Il problema sorge quando finiscono sulla bocca dei demagoghi di professione.

 

 

Trovo abbastanza curioso che tutti siano d’accordo nel riconoscere la nostra supremazia mondiale, quanto lo siano nel totale disinteresse verso l’effettiva scoperta di questo mondo. Non accade raramente che un qualunque italiano medio, alla domanda: “L’Italia ha un patrimonio indiscutibile, lei non crede?”, Risponda “Viva il made in Italy”, senza aver mai conosciuto minimamente una singola opera. Meglio essere i più forti, un po’ come nelle gare tipicamente maschili del “chi piscia più lontano”. Ed è a questo punto che l’italiano si inorgoglisce e gonfia il petto, fiero di essere membro del “popolo eletto”.

 

 

L’identità è il marchio di fabbrica di un gruppo di patrioti che amano esaltare il patrimonio nazionale quando fa comodo. Ed è a questo punto che accanto a dogane e sovranità, appare lo spettro dell’esaltazione delle nostre (dimenticate) tradizioni. Non potrei aprir bocca se avessi avuto anche la più piccola dimostrazione di coerenza in questo senso. Non so cosa potrebbe succedere se a fine comizio, ogni leader politico nazionalista conducesse la gente in piazza all’interno di un museo. Però meglio lasciar le porte chiuse.

 

 

Curioso è che i destroidi accusano i sinistroidi di essere dei “professoroni”, “intellettualoidi del cazzo”. Hanno ragione accidenti. Se la destra sa abusare del nazionalismo artistico, pur non conoscendone neanche una lieve sfumatura, dall’altra parte appare una sinistra opaca, paladina della cultura e dell’istruzione, talmente impegnata a portare avanti battaglie ideologiche, da essersi dimenticata per chi combatte. L’italiano medio preferisce una forte personalità destrorsa che lo fa scaldare di rabbia al solo pensiero che il proprio amato paese non venga protetto nel modo giusto, e ciò vale anche per l’arte. Quando apre bocca il sinistroide, la noia è tremenda, cambiamo canale. Quella stessa sinistra inglobata dalla Terza Via liberale, che difende la globalizzazione a spada tratta. Non esattamente amica dell’identità nazionale.

 

 

La battaglia dell’arte sembra essere più “un gioco fra le parti”. Non frega niente alla maggior parte dei politici. i dibattiti perdono spessore e i temi sono monotoni, un disco rotto che suona ripetutamente nei talk show. Eppure, sono davvero miriadi le piccole-medie realtà italiane artistico-artigianali che  continuano a sviluppare opere di grande spessore. I guardiani della vera bellezza italiana che camminano senza protezione, tenendo a galla tutta la nostra complessa società. Manca a loro solo una vera rappresentanza, definita, non un coagulo di opportunisti. Interessante sarà osservare il nuovo partito (o movimento) di Sgarbi, “Rinascimento”. Il partito che ha il fine di “elevare gli italiani alla bellezza, sarà tutto da vedere.

 

 

L’arte ha da sempre ricoperto un importante ruolo di critica sociale. Dai dipinti sono sgorgate le più potenti proteste popolari. “La libertà che guida il popolo” di Delacroix che ha caricato centinaia di francesi alla conquista della Bastiglia, “Il 3 Maggio 1808” di Goya che ha denunciato le barbarie delle truppe napoleoniche, “Il Guernica” di Picasso che raccontato la crudeltà del bombardamento della città basca omonima durante la guerra civile spagnola. È davvero triste vedere l’arte dissolversi al soglio di pietosi dibattiti tra parti politiche, costretta a essere continuamente strumentalizzata.

 

 

 

 

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