Quando troppa informazione diventa disinformazione

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Tema caldino. Non se la prendano i teorici delle giurie popolari e dei tribunali di internet. Ma ad oggi, informarsi risulta paradossalmente assai più complicato di una volta. Premetto che l’era della trasparenza totale non è mai esistita e mai esisterà, perchè è la stessa natura umana ad impedirlo. Vuoi per pigrizia del lettore, vuoi per interessi, non basterà mai tutto lo sforzo profuso per afferrare concetti e situazioni.

 

Fino a prima della nascita dei primi giornali, passando per le rivoluzioni industriali e la massiccia diffusione dei mezzi di comunicazione nella società di massa, l’informazione è sempre stato un fenomeno elitario, sconosciuto ai più. La rivoluzione scientifica del 600′ ha toccato solo la punta di quel gruppetto ristretto di scienziati e ricercatori, riversandosi poi in ogni minimo aspetto della società. Le grandi battaglie, come le crociate, non sono mai state presentate in modo dettagliato nei loro motivi e aspetti basilari. I popoli erano al servizio di interessi di pochi, mossi da rabbie irrazionali provocate dalle urla dei comandanti. Non esisteva l’informazione nell’impero romano, come non esisteva ai tempi dell’Egitto dei faraoni o dell’impero ottomano. La stragrande maggioranza dell’umanità viveva nella totale oscurità di quali fossero e da dove provenissero le scelte che dirigevano il loro destino. Non c’erano telegiornali, dibattiti televisivi, scandali giornalistici. Tutte le decisioni venivano prese secondo meccanismi e interessi oscuri alla popolazione. L’informazione non esisteva, se non nella sua forma più ridicola qual’era la propaganda smodata dei messaggeri e dei predicatori. L’unico esempio virtuoso fu la Grecia Antica, ove il sistema delle polis aveva garantito un’adesione totale del popolo alla vita pubblica, la massima espressione della democrazia e del logos politico (se non teniamo conto che era un sistema che si basava sullo schiavismo, ma non possiamo certo dire che attualmente la situazione sia migliore).

 

 

Allora di che parliamo? Che ci lamentiamo a fare della scarsa informazione se una volta non si poteva neanche concepire un concetto simile? Sicuramente la condizione attuale ci garantisce un’accessibilità e una conoscenza dei fatti del mondo, che grazie soprattutto a internet non ci lascia mai isolati da tutto il resto. Con la diffusione della rete e dei social networks, abbiamo davanti un’enorme catalogo di informazioni a cui attingere con facilità e velocità impressionanti. Cose che magari avremmo dovuto ricercare per anni nei libri. La digitalizzazione ha connesso tutti con tutto, tutti con tutti, tutto con tutto. Niente è più lasciato senza una traccia informatica che ne testimoni l’esistenza, internet è penetrato nei meandri più oscuri e incivili del pianeta.

 

Ma se dovessi continuare con un panegirico del genere, tanto vale che faccia domanda a qualche multinazionale informatica in qualità di promoter (non mi ci vedo tanto bene a rifilare pipponi entusiasti alla gente sulla globalizzazione). L’informazione è il cuore della consapevolezza di un popolo, da cui esso trae la conoscenza per impedire al proprio governo o alle amministrazioni locali di agire a danno dei propri interessi. Una popolazione informata è la base di una società virtuosa, in cui ognuno conosce bene la propria condizione e quella degli altri, e non vomita concetti da bar assunti ascoltando oziosamente le prediche del politico di turno. Fondamentale è allora sapersi informare, pesare le informazioni, impegnarsi quotidianamente per tenersi aggiornati costantemente sulle vicende in atto. Leggere, e tanto, è importantissimo. Rinunciare a qualche convinzione ogni tanto, in nome di continue rivalutazioni, è un passo in avanti verso l’indipendenza di un pensiero fatto proprio.

 

 

Mi trovo quindi a dover mettere in guardia dal pericolo di questa enorme diffusione, che se da un lato ha ingigantito le nostre possibilità, dall’altro ha creato una specie di “saturazione informativa”. Un fenomeno per il quale la quantità astronomica di fonti si è tradotta in una drastica riduzione dell’attendibilità delle stesse. Come quando ci troviamo in un sala in cui tutti parlano a gran voce della stessa cosa, e inevitabilmente non si capisce niente. Attraverso i social il pericolo si è esteso a livelli esasperanti. Il classico caso del “qui tutti parlano, ma nessuno ascolta”. Una vetrina di una miriade di utenti che sfogano i propri pensieri senza che ci sia la possibilità di un reale dialogo costruttivo. Trovandoci di fronte a tutte queste informazioni, smarriamo il senso critico necessario a scremare fonti presumibilmente vere da fonti non vere. A chi dobbiamo dar retta?

 

In fondo quando Umberto Eco disse: “i social hanno dato voce a legioni di imbecilli!”, avremmo tutti dovuto riflettere sui pericoli di quel mondo informatico che tanto amiamo, onnipresente nelle nostre giornate tanto da esser penetrato in ogni ambito dell’esistenza umana, e sul peso della disinformazione sulle nostre vite.

 

 

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