Stanley Kubrick, ovvero: come imparai a rifiutare le convenzioni e amare il cinema

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Davanti all’assolutezza del genio le parole latitano e si fa presto a trasformarsi in novelli Dante che rimarcano (un po’ pedantemente a dire il vero) il tema dell’ineffabilità e dell’inadeguatezza delle parole al cospetto della propria personale divinità.

La situazione si aggrava se l’idolo in questione è una presenza che ti ha accompagnato per mesi sulla via della maturità, una figura che hai ammirato follemente e con cui hai intrattenuto un rapporto amoroso, nel senso umanistico di una lettura, di uno studio (in questo caso visione) dell’opera che è metafora di un dialogo che oltrepassa i confini della vita e della morte.

18 anni fa Stanley Kubrick moriva nella sua tenuta di campagna a St. Albans e sul sottoscritto incombe il compito più gravoso: come celebrare in poche righe (che, tra l’altro, ho in parte goffamente sprecato) il talento più incredibile che la storia del cinema abbia conosciuto?

Potrei parlare del Kubrick storico, quello di Orizzonti di Gloria che, grazie a quelle straordinarie prospettive cunicolari così monotone e opprimenti, ti costringe a confrontarti con i temi della guerra come gioco rituale, sacrificio umano e dell’uomo contro se stesso, di un nemico che è interno allo schieramento, che in fin dei conti è proprio quello che sbandiera ideali astratti e sanguinosissimi.

Oppure il Kubrick distopico, sì dai quello di Arancia Meccanica e di un regime che riabilita i criminali (o presunti tali) con il lavaggio del cervello, la propaganda, la tortura e lobotomizza gli istinti più naturali degli uomini perché diventino cittadini produttivi ed acritici. Che poi, se ci pensi, è lo stesso principio della pax augustea: integri nella società un’aggressività che è primordiale, libidica, naturale e sacrifichi la libertà individuale per completare sotto il segno della violenza l’obiettivo di pacificazione e civilizzazione.

Però poi dovrei citare anche il Kubrick satirico, quello del Dottor Stranamore che traspone su pellicola la profezia catastrofista dello Zeno Cosini di Svevo: un regista che, osservando una realtà storica in cui Usa e Urss corrono agli armamenti e profilano all’orizzonte la possibilità concreta di un conflitto atomico, dipinge una civiltà di uomini “occhialuti”, infimi nella propria mediocrità, sani proprio perché integrati in un contesto definitivamente malato.

Ma, probabilmente, in questo quadro così confuso e scarabocchiato ho dimenticato le immagini più potenti, quei fotogrammi che si sono inevitabilmente impressi nella memoria collettiva per l’assolutezza del messaggio che veicolano: sì, Stanley Kubrick è quello di 2001, quello dell’ominide che usa l’osso come arma di offesa e spinge l’uomo verso il prossimo stadio evolutivo, un uomo che, attraverso una serie di concezioni riguardanti il funzionamento dell’universo (scienze, arti, religioni), è sì evoluto, ma ha falsificato la realtà e si è allontanato da una verità che è primordiale, dionisiaca, vitale.

Allora Kubrick è anche quello che denuncia questo errore e ti propone la figura indimenticabile di HAL 9000: l’intelligenza artificiale, il punto d’approdo del processo evolutivo, il calcolatore che contiene la somma delle capacità conoscitive umane vive un umanissimo conflitto interiore che lo spinge a mentire riguardo al reale scopo della missione, e si rivela in quella che è tutta la sua fallibilità di fondo.

Tra tanti propositi non realizzati una chiusa per l’articolo ce l’ho: movimento in profondità, figure e colori psichedelici, l’approdo dell’astronauta alla stanza stile-Impero in cui passato e presente coincidono nella dimensione dell’Eterno ritorno. Adesso il colpo di piatti dell’Also Sprach Zarathustra spazza via le precedenti esperienze della ragione e in primo piano campeggia lo Starchild, il feto astrale, il simbolo di quell’umanità innocente, libera da categorie interpretative, creativa, fondatrice di un nuovo sapere.

Che è la figura del genio assoluto che riscrive la storia del cinema una volta per sempre.

 Alessandro Laloni

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