Quando un continente si trasforma (di nuovo) in polveriera

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Quanto conosciamo l’America Latina?

Ad una domanda così lineare e diretta la tentazione è quella di rispondere parlando sommariamente di un continente che ha visto nel corso dell’intero Novecento l’instaurarsi di numerose dittature (vedi l’Argentina di Peròn o il Cile di Pinochet), crollate alla fine del secolo e soppiantate da governi eletti democraticamente.

In realtà questa chiave di lettura si rivela sempre più inadeguata e gli eventi che riguardano questi paesi ci colgono costantemente impreparati: l’attuale presidente paraguaiano Horacio Cartes, eletto quattro anni fa per mezzo di una legge che prevede per il premier un unico mandato, accusato di narcotraffico e travolto da svariati scandali finanziari, ha tentato un vero e proprio golpe facendo approvare al Senato un emendamento che consente al presidente stesso di correre per un altro mandato.

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Non appena si diffonde la notizia in migliaia scendono in piazza per proteggere quello che è l’articolo 229 della Costituzione. Il risultato? Centinaia di incarcerati, numerosi protestanti colpiti da idranti e manganelli e un giovane esponente della gioventù liberale, Rodrigo Quintana, ucciso da un proiettile sparato da uno degli agenti in tenuta antisommossa che hanno fatto irruzione due notti fa nella sede del Partito liberale.

Eppure parliamo di un paese che è stato governato per 35 (!) anni (1954-1989) dal generale Alfredo Stroessner, di un’esperienza di regime dittatoriale che, secondo quella chiave interpretativa di cui sopra, credevamo avrebbe vaccinato il popolo paraguaiano e garantito indiscutibilmente ad esso un futuro democratico.

Ma spostiamoci di qualche migliaio di chilometri più a nord e raggiungiamo la Venezuela: qui il caso è ancora più complicato. Sappiamo che l’ex presidente Chavez ha dissipato le ricchezze del Paese (id est: proficui giacimenti petroliferi) e, attraverso una sciagurata politica di sussidi ma non investimenti, creato le condizioni per un’inflazione colossale, superiore al 1000%.

Sulle ceneri lasciate da Chavez si è insediato Nicolàs Maduro che, notizia di pochi giorni fa, ha esortato la Corte Suprema ad esautorare il Congresso (in cui il partito di opposizione è invece in maggioranza) e, sostanzialmente, ad attribuirsi il compito di governare il Paese. Nel frattempo il governo è disperatamente alla ricerca di denaro per evitare il collasso definitivo delle finanze pubbliche, ma il premier appare solido nella propria posizione perché legittimo e diretto erede di un leader politico che, con la sua dissennata generosità, ha creato una massa di beneficiati che nutrono per il leader una venerazione tale (la subalternità del popolo sudamericano nei confronti del leader popolare è purtroppo una costante storica) da essere pronti a battersi affinché Maduro conservi il potere.

Anche se in questo caso non si tratta solamente dello spettro del ritorno di un regime dittatoriale e vi sono implicazioni economiche (il Congresso ha rifiutato un accordo con il gigante petrolifero russo Rosneft di cui il governo avrebbe potuto beneficiare), è chiaro un dato: ci troviamo al cospetto di un continente con scarsa memoria storica, perennemente in bilico tra crisi ed euforia, in cui a sollevazioni popolari e boom economici (vedi quello della gomma in Brasile o della carne e cereali in Argentina) corrispondono crisi politiche e finanziarie irreversibili.

E se la politica è solo sovrastruttura (lo diceva qualcuno che veniva da Treviri), è nelle scelte in materia di sviluppo economico che deve essere individuato il male radicato e patologico del continente sudamericano: si veda il caso del Messico, che negli anni Novanta sembrava potesse essere il protagonista del nuovo miracolo economico e che ben prestò precipitò in una crisi irreversibile nel momento in cui i capitali internazionali cominciarono a diffidare della politica messicana e si dileguarono.

Ecco il motivo di questa perpetua altalena emotiva, mentre le conseguenze dirette sono ben più evidenti: l’esposizione del continente ad un circolo vizioso di tentativi rivoluzionari, regimi autoritari e, in definitiva, guerre civili in cui emerge costantemente un personaggio: si tratta del caudillo, una sorta di messia laico, l’autoritario leader popolare (spesso un militare) capace di infiammare le masse in un momento storico di crisi e stagnazione economica.

Con la sensazione ogni volta di averlo già visto da qualche altra parte.

 

 

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