La festa non si vende

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Scampagnate, fughe culturali, concerti. Sono stati solo alcuni dei consueti progetti annotati sui taccuini di milioni di italiani per la Festa dei lavoratori di ieri. Ma dell’idea lanciata durante il congresso della Seconda Internazionale nel luglio del 1889 e mutuata da una manifestazione operaia repressa nel sangue a Chicago proprio il 1° maggio di tre anni prima, è in realtà rimasto un feticcio irriconoscibile: risale ormai a due settimane fa il caso, scoppiato in vista della Pasqua, che ha visto come protagonisti i lavoratori dell’outlet di Serravalle, fautori di uno sciopero che ha portato nuovamente l’attenzione sul nervo scoperto del lavoro festivo. “La festa non si vende” è stato lo slogan dei cortei che si sono succeduti ad Alessandria, ma quali ragioni comprende?

Sulla base dei dati diffusi dalla Cgia sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano di domenica e, a partire dalla sfrenata liberalizzazione degli orari introdotta dal governo Monti, il trend vede un continuo incremento dei giorni e delle ore di apertura con la diretta conseguenza di un’iniqua competizione tra piccole attività e colossi della distribuzione; inoltre dal 2014, dopo l’approvazione alla Camera, è fermo al Senato un disegno di legge che, sebbene non sancisca limiti per le aperture domenicali e per quelle ad orario continuato, almeno prevede sei giornate di chiusura obbligatoria scelte, a discrezione dell’esercente, tra le principali festività; infine il ruolo dei sindacati, in precario equilibrio tra una nociva tendenza di tipo identitario ed una più proficua di tipo contrattualistico: se la creazione di nuove opportunità lavorative è la priorità, non è possibile ipotizzare un’abolizione in toto delle aperture festive, ma forme di contrattazione aziendale che tengano conto delle esigenze dei lavoratori. E se non è nemmeno una questione etica, ci pensano i dati Istat a parlare impietosi: nel lustro 2011-2016 le imprese del commercio tradizionale hanno accumulato perdite per 6,9 miliardi di euro. Che sia stata una buona festa per tutti (o quasi).

ALESSANDRO LALONI

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