Due parole sul Manspreading

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Due parole sul Manspreading:

E’ impressionante la quantità di polemica che riusciamo ad accumulare sui giornali nella società di oggi. Battaglie molto spesso insignificanti, almeno all’apparenza, che divengono vere e proprie crociate di civiltà. Eppure non mancano certo grandi problemi di cui occuparsi.

Intendiamoci: lungi da me fare “benaltrismo”. Esistono valide ragioni per cui sarebbe il caso di addentrarsi meglio nell’argomento e prendersi qualche minuto del proprio tempo per una breve riflessione. Ecco perché ho preso in considerazione l’argomento.

Parliamo di Manspreading, una pratica che, come detto, ha recentemente acceso una polemica al veleno, che vede da una parte diverse agguerrite femministe e, dall’altra, chi sui mezzi pubblici assume una posizione scomposta. Nel mezzo troviamo una vera e propria platea di spettatori confusi che non sanno che pesci pigliare. Ma cos’è, dunque, il manspreading? Si tratta di un problema rilevato da alcune donne di Madrid, che vedrebbero nella posizione a gambe divaricate assunta da alcuni uomini sui mezzi pubblici un atteggiamento profondamente sessista, sia perché porta ad invadere lo spazio personale altrui, sia perché si tratterebbe di una posa in qualche modo significativa dal punto di vista sessuale. La battaglia ha dunque infuriato in Spagna, ma non solo: anche a New York, in Turchia e in Gran Bretagna. Tra le armi brandite da queste signore, spiccano certamente le numerose foto scattate a chi venisse trovato in “flagranza di reato” (anche a personaggi pubblici e famosi) l’affissione di cartelli che invitano ad una civile gestione dello spazio, fino anche ad arrivare a sanzioni vere e proprie.

Chiarito dunque in cosa consista il fenomeno, ci sono diverse considerazioni che, secondo me, sono doverose, ma non tanto per il singolo fenomeno, quanto per le possibili ricadute collaterali.

Partiamo dal principio: il manspreading sarebbe un fenomeno maschilista. Beh, lasciate che ve lo dica: non è vero. Il sessismo è una piaga ben precisa che va combattuta con irreprensibile decisione, ma anche con estrema cautela, e risponde alla seguente definizione: “Tendenza a valutare la capacità o l’attività delle persone in base al sesso ovvero ad attuare una discriminazione sessuale.”

Nel sedersi a gambe divaricate non si perpetra alcun tipo di discriminazione. Si può parlare, al più, di maleducazione, almeno laddove questo effettivamente incida sulla comodità del viaggio degli altri passeggeri.

Vi dirò di più, forse è proprio chi rivendica queste istanze a commettere per primo un atto di discriminazione di genere. Manspreading, infatti, è un termine composto di “uomo” e “divaricare”, sottintendendo che la pratica sia prettamente maschile. Cosa naturalmente non vera, in quanto la maleducazione non conosce genere o sesso. Magari le donne saranno meno propense a divaricare le gambe (tanto per ragioni socio-culturali, quanto per ragioni meramente fisiche), ma esistono molti modi di invadere lo spazio altrui, basti pensare a borse e sacchetti.

Una seconda accusa mossa a chi assume questa postura fa riferimento al linguaggio corporeo. Infatti, questo genere di posizione rimanderebbe ad un atteggiamento dominante da “maschio alfa” del branco, e le donne sembrerebbero trovarlo “sessualmente interessante”. La domanda che mi sorge spontanea, pur ammettendo che tutto questo sia vero, è: “e quindi?”

Spero di trovare tutti d’accordo nel dire che viviamo in una società libera, in cui ciascuno di noi, fino a che non turba la pacifica esistenza del prossimo, debba essere lasciato libero di fare ciò che desidera. Anche, giusto per fare un esempio a caso, nel vestirsi come vuole. Magari con una scollatura generosa. O con una gonna corta. Oppure (perché no?) truccata come meglio ritiene. E’ forse un problema della donna se il suo abbigliamento è considerato… “sessualmente interessante” da un uomo? Direi di no. Dunque perché un uomo, invece, dovrebbe preoccuparsi che un suo comportamento venga considerato provocante?

Quale dovrebbe essere lo scopo del femminismo se non raggiungere l’equità? E se parliamo di equità, non possiamo farlo solo nei casi in cui ci vene comodo, ma dobbiamo pretenderla sempre e comunque. Dunque: se è sessismo impedire ad una donna di vestirsi come desidera, altrettanto è impedire ad un uomo di assumere qualsiasi posizione, almeno fino a che non viola lo spazio personale di qualcun altro.

Questa non è una considerazione da poco, poiché al di là della futile polemica sulle gambe degli uomini, questo è il classico esempio di come, in certe occasioni, le femministe si ritrovino ad essere il peggiore nemico del femminismo. Toni così polemici e battaglie così effimere, tanto da essere in alcune circostanze sessiste a loro volta, non fanno che creare un muro ed accentuare l’idea del “noi contro di loro”, mentre l’obbiettivo finale dovrebbe essere creare un noi collettivo.

Rilevo in questo genere di polemiche una sproporzione di toni ed energie spese rispetto alla reale entità del problema, ammesso che di problema si possa parlare. Il dramma, però, è che questo atteggiamento, inflessibile e poco disposto al dialogo costruttivo, sminuisce battaglie molto più importanti, come la parità di genere sul posto di lavoro, e squalifica il movimento agli occhi di chi dovrebbe esserne il più forte alleato: l’uomo. Davanti a certe proteste, noto, chi si trova su posizioni moderate tende ad avvicinarsi a posizioni più radicali; mentre chi radicale già lo era, si ritrova a trincerarsi nelle sue convinzioni. Insomma, si rema contro a quel clima distensivo che invece sarebbe indispensabile per combattere il maschilismo non nei sintomi, ma nelle cause.

Insomma, per farla breve, sarebbe il caso che i femministi risparmiassero le proprie energie per quando davvero sarà necessario spenderle. In attesa di quel momento, non lanciatevi in scontri e polemiche controproducenti, ma rilassatevi… sedendovi nella posizione per voi più comoda, a prescindere da come vogliate tenere le gambe.

 

 

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