Il Diritto è politica? Tra storicismo e principio ontologico

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Quando si discute sul tema del diritto gli studiosi non possono che dividersi in due scuole di pensiero: quella che vede il diritto come parto della politica e quella che invece afferma l’indipendenza del diritto come disciplina autonoma.

Da che parte stare? Il diritto è politica e nient’altro?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo necessariamente ricorrere a due diverse tradizioni filosofiche che diano fondamento alle nostre risposte: lo storicismo e quella che si rifà al principio ontologico.

Secondo lo storicismo il diritto è politica, e anche il diritto consuetudinario che sembra nascere “dal basso”, svincolato da ogni autorità e volontà politica, a guardar bene si origina da determinati rapporti di forza consolidati e perpetratesi nel tempo, rapporti che non possiamo non considerare in qualche modo politici (politica intesa come gestione del potere). Non può esistere inoltre un diritto universale proprio di ogni uomo, in quanto l’uomo è un prodotto storico, figlio del suo tempo e ciò che può esser considerato valido in un’epoca può non esserlo nell’epoca successiva. Il punto è che neanche noi, in quanto figli del nostro tempo, possiamo, senza commettere errori, giudicare le epoche precedenti.
Ampliando il discorso, lo storicismo nega che esista La Verità, poiché ogni periodo storico ha la sua verità, la sua ideologia dominante, ed essa è tanto vera quanto le verità degli altri periodi storici.
Un esempio concreto? La schiavitù. La schiavitù non è sbagliata di per sé in modo assoluto, la schiavitù è sbagliata per il sentire del nostro tempo ma è una cosa naturale per il sentire della civiltà delle poleis greche. Siamo forse noi nella ragione ed Aristotele nel torto? Boh, chissà, nessuno può dirlo. Probabilmente abbiamo ragione entrambi, ognuno nel proprio tempo.
Se lo storicismo potesse essere riassunto con uno slogan, questo sarebbe “Non è vero ciò che è vero ma ciò che storicamente prevale”.

Secondo il principio ontologico invece esiste un diritto universale proprio di ogni uomo in quanto tale. Il diritto non si risolve, quindi, interamente nella politica ma la trascende e trova il suo fondamento in principi universali validi in ogni tempo, in ogni luogo e per ogni uomo.
Certo che l’uomo è figlio del suo tempo ma questo non vuol dire che non ci sia un sostrato comune alla natura di tutti gli uomini, che ci permette di riconoscere quei principi universalmente dati.
L’uomo prima che ateniese, egizio, italiano o cinese è uomo, la sua natura è una e da questa scaturisce un’unica Verità. Esiste un diritto universale patrimonio della ragione che trascende le differenze di etnia, nazionalità e storia tra gli uomini.
Per tornare al nostro esempio la schiavitù è sbagliata perché tutti gli uomini sono uguali in dignità e diritti e nessuno può annullare la libertà di un altro uomo. Questo è vero e Aristotele sbagliava.
Questa tesi la ritroviamo in importanti documenti di diritto internazionale come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali approvata dall’ONU nel 1948 e nella nostra Costituzione che all’art. 2 afferma che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, diritti che preesistono allo Stato.

Quale tesi è quella corretta? I filosofi si dividono, io non rispondo, preferisco lasciarvi con questa domanda, che vi colga a sedere sul cesso o sotto la doccia, magari nel letto prima di andare a dormire o alle 6 di mattina dopo una serata in discoteca.

Alessandro Fabbri

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