L’eterno ritorno del populismo nell’alternanza fra Reazione e Rivoluzione

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Cinque giorni fa le elezioni legislative austriache hanno consacrato l’exploit politico di Sebastian Kurz, leader del Partito Popolare (Övp) che con oltre il 31% dei voti si avvia a diventare cancelliere e ad imprimere al paese una forte svolta in senso populistico. La cronaca – narrando di un nuovo successo mietuto da un partito di estrema destra – ci spinge inevitabilmente a chiedere per quale motivo questo vento reazionario che da anni soffia sul continente non sembri intenzionato a cessare: per rispondere a questo quesito ci pare opportuna un’analisi sul rapporto fra i concetti di reazione e rivoluzione a partire dalle insanabili contraddizioni che caratterizzarono l’intero secolo scorso.

Partiamo da una delle travolgenti ideologie che per prime si diffusero nel continente agli albori del secolo, ovvero da quell’utopia futurista e rivoluzionaria di Marinetti alimentata da una civiltà proiettata verso la libertà, verso il raggiungimento di quelle magnifiche sorti e progressive di leopardiana memoria. Ironia della sorte fu proprio quella concezione di velocità invocata dai futuristi a determinare lo schianto dell’umanità contro la più grande sciagura della Storia, quella Prima guerra mondiale che spazzò via il mito dell’Occidente progressista ed avanzato, quello stesso Occidente che – ancora una volta per ironia della sorte – ha in sé la chiave del declino: l’etimologia del termine è latina e proviene dal verbo occidere, ovvero tramontare.

Fu necessaria una tragedia di tali dimensioni perché l’uomo uscito dalla guerra distrutto, solo, alla ricerca di coesione, unità e una causa a cui aggrapparsi, reagisse agli istinti più brutali e realizzasse una nuova fuga verso la libertà: la massa, soggetto che per la prima volta nel Novecento compie il proprio debutto sulla scena politica internazionale, interpreta questa nuova rivoluzione – soprattutto in Russia – come liberazione dalla catene dell’oppressione, come moto che si coagula dal basso e che spezza la cappa dello status quo. Ma anche nel termine rivoluzione c’è già la chiave per comprendere il futuro: rivoluzione è un lemma che deriva dal contesto scientifico legato alla rivoluzione degli astri.

Come si comporta un astro che si muove? La risposta è presto formulata: torna al punto di origine. La rivoluzione del corpo celeste è una rivoluzione che spinge in avanti, ma ritorna indietro. Nel termine stesso rivoluzione è insito il concetto di un moto che ritorna all’origine, al punto di partenza. Ed ecco che la rivoluzione scientifica si profila come strumento che ci permette di comprendere la rivoluzione storica: nell’avvento delle masse e nella loro richiesta di protezione, c’è già l’avvento del leader, c’è già la nascita del totalitarismo: come testimoniato dall’esperienza rivoluzionaria di Fiume – nel corso della quale D’Annunzio forgerà una mitologia che poi diventerà quella fascista, totalmente proiettata al passato ed anelante alla grandezza dell’Impero romano – la fuga verso la libertà diventa fuga dalla libertà.

A questo non possiamo non citare il monito più che mai attuale del grande sociologo Eric Fromm: guai a sottovalutare i movimenti reazionari di massa – comunismo, fascismo, nazismo – come conseguenza dell’uso della forza e della violenza. Le ragioni della loro instaurazione sono molto più inquietanti ed hanno a che fare con la natura dell’uomo: al termine della Prima guerra mondiale l’uomo è più solo, più isolato ma paradossalmente più libero. Questa libertà lo terrorizza e lo spingerà a tornare indietro, a cercare un leader, ad aderire ad una massa e ad un’Idea che pensi per lui: lo scopo è evitare la responsabilità vertiginosa – così la definiva Kierkegaard – della scelta.

Ci appropinquiamo al termine dell’articolo con una consapevolezza: nell’uomo c’è innato non solo un istinto di libertà, ma anche un istinto gregario che lo porta a cercare sicurezza nell’adesione all’Idea piuttosto che nel traghettarsi da solo – di fronte al mondo – nella scelta solitaria. Ma una domanda, terribile, continua ad aleggiare: ad oggi si è estinta questa inarrestabile alternanza fra Reazione e Rivoluzione, oppure è destinata ciclicamente a rigenerarsi? E il populismo di questi ultimi anni – Kurz, ma anche Le Pen, Wilders, Salvini, Trump – è anch’esso morto oppure paradossalmente destinato a riproporsi sotto nuove e – al tempo stesso – antiche forme?

ALESSANDRO LALONI

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