Ius Soli: pessimo nome, ottima legge

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Curioso come si riesca facilmente a polemizzare su tutto in questo paese, persino quando il 90% delle critiche nasce da un’infelice scelta linguistica: parliamo ovviamente della legge sullo Ius Soli. Quando ci si riferisce a questo sistema di acquisizione della cittadinanza, contrapposto al diritto di sangue, è naturale pensare agli Stati Uniti, dove è considerato cittadino chiunque vi nasca, anche solo per caso. Tuttavia il contenuto della proposta di legge è piuttosto lontano dal modello americano e, in realtà, sarebbe più corretto definirla “Ius Soli temperato” o “Ius Culturae”. Vediamo cosa prevede.

 

Nessuno scende dai barconi per partorire in Italia

 

Come detto, la nascita su suolo patrio non è condizione sufficiente per divenire italiani, e, a dispetto di molti slogan propagandati da partiti contrari, il tema è piuttosto slegato dal fenomeno migratorio che ci sta colpendo da qualche anno a questa parte. Infatti, i criteri che verrebbero introdotti con la nuova normativa sono due, dai requisiti comunque relativamente stringenti. Il primo riguarda i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri. Essi diverrebbero italiani se figli di almeno un genitore residente in Italia legalmente da 5 anni ed in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo.

Il secondo principio, invece, è relativo alla cultura. Qualunque ragazzo nato in Italia o giunto nel nostro paese prima dei 12 anni otterrebbe la cittadinanza se frequentasse per cinque anni le scuole italiane e completasse almeno un ciclo di studi in un istituto riconosciuto dallo stato. Per quanto riguarda i ragazzi giunti qui tra i 12 e i 18 anni, essi dovrebbero aver risieduto in Italia per almeno 6 anni ed aver concluso con successo un ciclo scolastico.

Questi requisiti fanno sì che siano esclusi dagli effetti della proposta tutti quei ragazzi venuti ad “invaderci”, partoriti sull’italico suolo al solo scopo di mettere in atto fantomatiche sostituzioni razziali. Se questi erano i vostri timori, dunque, potete dormire sonni tranquilli.

 

Qual è il problema?

 

Il problema principale è che in molti, complice una pessima propaganda in merito, non hanno capito neppure a grandi linee i contenuti della legge. Imbracciando la paura dell’immigrato e del diverso, molte forze di destra hanno gridato “invasione!” e sfruttato l’infelice scelta del nome per passare un’idea diversa sul contenuto effettivo della legge.

Tuttavia questa non è l’unica critica mossa. Una delle più popolari resta senz’altro quella in merito all’automatismo. La cittadinanza andrebbe quindi “guadagnata” da questi ragazzi, invece che regalata e svenduta, a sentire molti critici.  Io credo che, invece, il punto sia prendere atto di un dato di fatto: questi ragazzi non devono diventare italiani, come nel caso di un comune immigrato, ma sono italiani, che piaccia o no. D’altro canto se uno è nato e cresciuto in Italia, conosce il paese e le sue leggi, ne parla la lingua come un madrelingua (condendola, magari, con colorite espressioni regionali), segue gli sport e le passioni largamente condivise dal popolo, vive a stretto contatto con italiani e ne frequenta le scuole, ed ha sogni ed aspirazioni analoghi a chiunque in questo paese… in cosa differirebbe dagli altri? Triste a dirsi, ma solo nel colore della pelle e nell’origine del proprio sangue. I diritti non si concedono, ma si riconoscono.

Questa legge si limita a spostare il criterio dal sangue alla cultura. E a chi risponde che il sangue è importante chiedo se davvero vogliamo che la cittadinanza sia una questione squisitamente etnica. Allora sarebbe curioso vedere la reale percentuale di sangue puramente italiano che scorre nelle nostre vene, essendo il nostro paese stato dominato da arabi, francesi, austriaci, spagnoli, normanni e tribù germaniche. E che fare, inoltre, di bimbi stranieri adottati da genitori italiani? Questi non hanno una goccia di sangue nostrano, eppure penso che nessuno si sognerebbe di dire loro che non meritano di essere riconsociuti.

Alla fine tutto si riduce a chiedersi fondamentalmente cosa significhi essere italiani. Per quanto mi riguarda, altro non è che riconoscersi come appartenenti ad una cultura ben precisa: la nostra. Il sangue, il colore della pelle nulla hanno a che fare con il concetto di nazione, anche perché allora gli italiani semplicemente non esisterebbero.

E’ davvero il momento giusto?

 

La critica che più trovo odiosa, però, concerne il fatto che il momento non sarebbe opportuno, che ora, con i migranti che sbarcano sulle nostre coste (ma che nulla hanno a che fare con questa legge) e la paura per il futuro, la gente non sarebbe pronta. Au contraire, mi verrebbe da rispondere. Non potrebbe esistere un momento più adatto di questo.

Credo che il ruolo di una classe politica seria consista nell’affrontare di petto situazioni difficili, prendendo decisioni anche impopolari, senza inseguire la pancia della gente o farsi dominare dalle paure. Anzi, forse il modo migliore per evitare che emarginazione e ostracismo creino degrado e disagio sociale è proprio l’integrazione.

D’altro canto “qualcuno” una volta disse: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.” E per quanto ottimistico possa essere sperare di avere statisti e non politici, si può sempre sognare, no?

 

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