Dipingere con la memoria: Giorgio Mercuri e le Marche

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Con ut pictura poesis, “poesia come pittura”, gli illuministi non intendevano solamente accostare o valorizzare una forma artistica con l’altra, ma anche dare profondo significato simbolico e spirituale alle lingue che tali espressioni manifestano. Che si tratti di due sistemi linguistici diversi, ci dice Benjamin, è momento fondante della disamina critica: se la prima è “nominale” nel suo comunicare un messaggio attraverso le parole, la seconda, al contrario, sarà “innominale” e “inacustica”, poiché formata da segni grafici che trasmettono l’essenza materiale delle cose; tali segni sono perciò il medium nei quali si comunica la “lingua dell’arte”, per l’appunto.

 

 

L’artista senigalliese Giorgio Mercuri è riuscito, con l’inaugurazione dell’ultima mostra “Il pane nostro” presso gli ex Magazzini del sale, oggi sede dello IAT-Ancona della Regione Marche, a rappresentare il territorio attraverso la pittura facendo emergere il suo interesse per la terra di origine: le Marche.  È ad un primo sguardo infatti che l’arte di Mercuri ci suggerisce nell’immediato il legame con la terra nonché dell’entroterra (l’arrière-pays) poetico che ne soggiace: l’uso della prospettiva, del volume e dei colori celebrano la ritualità e le antiche tradizioni della vita contadina regionale.

 

 

 

Così il pane, che viene preso a prestito dai canti di San Francesco e dà il titolo alla mostra, trasmette attaccamento a quegli scenari preindustriali dove la vita era ancora scandita dal ritmo delle stagioni: mi riferisco in particolare a tempi molto lontani rispetto allo stile di vita di oggi e ai consumi di massa. Il tema della felicità perduta è un tema centrale nella poetica di Mercuri: non si tratta della celebrazione della memoria, ma di istanti che sono rimasti impressi nell’anima. Il paesaggio si fonde con gli altri elementi della natura come l’acqua e il cielo.

 

 

La campagna marchigiana appare allo spettatore come opera di Dio cui l’uomo è grato per la sua infinità bontà. Del resto, osserva Paolo Volponi: “Tu sei l’uomo che nelle fiere appresti il tiro a segno con il gallo di ferro che colpito scoppia sulla polvere da sparo nel selciato./ Che scavi il pozzo, che porti a maggio la croce di canna nel campo di grano./ Tu freni il puledro, conduci la volpe prigioniera a tutte le case; tu fischi ai bovi nell’abbeverata che hanno le rane nell’orme./ Tu sei l’uomo che porti alle ragazze il geranio e lo sposo./ Tu arroti i coltelli e le falci./ Tu insegni il fischio ai merli ed hai l’erba che sana il morso della vipera”. Ѐ, infine, lo spazio definito dalle linee misurate – quasi col goniometro – a tentare di ristabilire ordine nel caos del cosmo e di nominare nella pittura, per dirla ancora con Benjamin, quell’armonia e quella tranquillità che apparteneva un tempo all’uomo contadino, e che ora, in periodi di tremende incertezze succede che ci si aggrappi ad esse come un salvagente.

Riccardo Bravi

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