Proibizionismo: un nobile esperimento o contrabbando politico?

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Corre l’anno 1919 e negli Stati Uniti d’America è stato appena approvato il Volstead Act, il primo passo verso quello che si pensava sarebbe stato un netto miglioramento sociale. Questa particolare legge prende il nome dal suo promotore: Andrew Volstead. Giurista americano, di origine norvegesi, nonché due volte presidente della Commissione Giustizia e padre della legge Volstead, appunto.

Cosa si proponeva di fare questa legge? Moralizzare la società americana dell’epoca proibendo la vendita e la produzione dell’alcol, alcol che in quei tempi era soggetto ad un eccesso di consumo che aveva un forte impatto sul livello sociale della grande nazione. Poi se insieme a questo grande abuso ci si aggiunge un elevato tasso di povertà e criminalità, beh, non si ottiene di certo una gran bella prospettiva. Per questo motivo molte associazioni, gruppi religiosi e politici con un forte moralismo e fondamentalismo si adoperarono per proibire tutto ciò che era alcolico e considerato causa dei problemi sociali del paese. Tra queste associazioni ve ne erano due in particolare: la Società di temperanza, fondata nel 1789 e che contava oltre un milione e mezzo di affiliati, e la Anti-saloon League, che contava figure di grande riferimento economico e politico come John D. Rockeffeller, Henry Ford ed Henry Joy. Proprio grazie a questi importanti esponenti, la Anti-saloon ottenne grande visibilità e un potere in grado di esercitare pressione sulla politica nazionale. Queste società accusavano l’abuso delle sostanze alcoliche di aumentare l’aggressività nelle persone e di conseguenza molte donne erano costrette a subire maltrattamenti e violenze da parte di mariti o padri in stato di ubriachezza. Oltre ad essere un danno sociale veniva visto anche come un danno economico e causa di perdita di produttività. Infatti proprio in quei anni si insinuò la percezione che l’uso dell’alcol portasse a carenze sul lavoro, all’assenteismo ed ad uno sperpero di soldi. Insomma, si voleva cercare di sistemare una società che poteva essere sempre più diretta verso un possibile caos sociale.

Il 16 gennaio 1920 il Volstead Act entra ufficialmente in vigore, ma sin da subito vi fù un segnale forte da parte di molti cittadini americani: non si era disposti a rinunciare all’alcol. Infatti la sera del 15 gennaio, poche ore prima che la legge entrasse in vigore moltissimi persone andarono a comprare le ultime scorte reperibili fiondandosi su ogni negozio disponibile. Questo, a mio avviso, è un chiaro segno di come una gran parte della popolazione ancora non era ancora pronto per un simile cambiamento. Ma di certo questo non è stato un episodio isolato. Da li a poco, l’alcol (sostanza divenuta proibita) comparì sul mercato nero relazionato al traffico criminale. Questo comportò un aumento esponenziale del valore della pregiata sostanza in quanto la proibizione sancisce un’apparente rarità del prodotto.

Nonostante l’istituzione del proibizionismo, milioni di americani volevano continuare a bere ed erano disposti a pagare anche le cifre spropositate imposte dal mercato nero. Questo desiderio mai assopito portò a far crescere e rendere sempre più solide le attività criminali. Nuovi criminali, chiamati gangster, si affacciarono al mondo considerando il proibizionismo una grande opportunità per arricchirsi così iniziarono a gestirne il traffico. Ma oltre a questi nuovi criminali, ci furono anche molti politici che, sfruttando la propria posizione, si arricchirono tramite il traffico e il contrabbando degli alcolici. Insomma, quella che doveva essere una vera e propria rivoluzione sociale si trasformò nell’ennesimo pretesto per fare soldi.

Si capì ben presto che il sogno di un’america più civile e per certi versi migliore sarebbe restato soltanto un sogno. Tra le bande iniziarono violenti scontri armati nelle strade delle città con lo scopo di guadagnare territori. La polizia ingaggiava frequenti e violenti scontri in strada con i gangster e ciò comportò un elevato numero di vittime tra gli agenti, ma sopratutto tra i civili inermi. Infatti bastava un gesto equivoco per finire sotto i proiettili della polizia. Durante quegli anni, il governo statunitense documentò decine di vittime civili.

5 dicembre 1933… Il Nobile esperimento, il Volstead Act fu considerato un grande fallimento. Ottenne risultati pessimi: non riuscì a portare i miglioramenti attesi e addirittura peggiorò la situazione. Ci fu un vasto arricchimento personale a sfavore di un arricchimento statale. Ci fu un peggioramento della condizione sociale, durante i tredici anni di proibizionismo il numero di crimini e violenze aumentò esponenzialmente. La successiva abolizione del Volstead Act impatto rapidamente sulla società e sul governo Americano: milioni di americani poterono acquistare l’alcol liberalizzato e regolarmente tassato, facendo impennare le entrate del Governo. Vennero anche creati circa un milione di posti di lavoro collegati all’industria degli alcolici. Migliaia di affiliati a bande criminali correlate al mercato nero dell’alcol videro andare in fumo, da un giorno all’altro, un business da miliardi di dollari.

Proprio per questo motivo, considerando che per certi aspetti tutt’oggi si ha a che fare con il proibizionismo, mi viene spontaneo domandarmi: l’assoluta proibizione di un qualcosa, un metedo estremo e totale, risulta essere funzionale o controproducente? E’ meglio adottare il pugno di ferro o cercare un compromesso?

 

Andrea Belegni

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