Verso il voto: Il Partito Democratico

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Una doverosa premessa

Salve a tutti e benvenuti in una piccola rubrica che ci accompagnerà da qui fino alle prossime elezioni. Tenterò in questo spazio di studiare ed analizzare le varie forze che si sono candidate alla guida del paese. Farò del mio meglio per metterne in luce le controversie, le proposte ed i nomi principali che le compongono, tentando allo stesso tempo di mantenere un atteggiamento critico e responsabile. Per metterla in termini più semplici: quella che vi fornirò sarà pur sempre una mia personale interpretazione dei fatti, ma il punto di vista proverrà il meno possibile dalla gradinata ed il più possibile dalla postazione dei guardalinee. Dunque non tenterò di ragionare su quale partito votare o quale forza politica sia in sé la migliore, né mi lancerò in facili slogan o polemiche. Per cui, se state leggendo nella speranza di trovare sproloqui su Maria Etruria Boschi collusa con le banche o sui fascisti grullini, potete anche interrompere la lettura ed affrettarvi a rinnovare la tessera del tifoso politico.

Un partito di reduci

L’attuale legislatura è durata 5 anni, esauritasi naturalmente giusto poche settimane fa. Essa ha visto alternarsi 3 diversi governi, sostenuti da maggioranze simili (ma non uguali), e numerosi voti locali, referendum ed anche le elezioni europee. Le premesse da cui partiva il PD non erano le più semplici, trovando un paese sostanzialmente diviso in 3 parti, e godendo di un vantaggio troppo esiguo rispetto agli altri concorrenti elettorali. Dopo le dimissioni di Bersani, ha preso il via il travagliato esecutivo di Letta, possibile grazie ad un governo di larghe intese con Forza Italia, ovvero quello che era stato il principale antagonista del centrosinistra negli ultimi decenni. Eppure non fu da destra che giunse il fendente che avrebbe posto fine alla vita del governo, ma dalle retrovie. Fu il suo stesso partito, spinto da un dinamico Matteo Renzi, a spingere Enrico Letta a farsi da parte, in modo che la campanella passasse da Letta al nuovo segretario. Abbiamo quindi assistito ad un governo che avrebbe portato a casa, almeno a detta del presidente, riforme a ritmo serrato, svecchiato il paese e donato allo stato un nuovo (e più efficiente) assetto istituzionale. Ed è proprio su questo punto che il governo ha finito per schiantarsi, con una disastrosa sconfitta elettorale al referendum del 4 dicembre.

Fu in quel momento che Gentiloni, soprannominato all’estero il “Premier Gentiluomo”, fece il suo esordio come leader della compagine governativa, dopo un’esperienza come ministro degli esteri. Per quanto non in particolare discontinuità con il predecessore, l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri è una figura decisamente più tollerata dagli italiani, nonché apprezzata all’estero. Questo è probabilmente dovuto alla serietà e alla mitezza del suo carattere, così come alla tendenza ad evitare i riflettori. Insomma, non si può certo parlare di esecutivo passacarte, ma rispetto all’esuberanza di Matteo Renzi, la compostezza ed il silenzio di Gentiloni sono a dir poco assordanti.

A voler fare un bilancio, possiamo dire che senza dubbio la sinistra è riuscita a mettere in riga un parlamento in frantumi, quasi ingovernabile, a sopravvivere alle scissioni dei suoi alleati (di destra o sinistra che fossero) e a portare a casa davvero una miriade di riforme. Di certo è stato un governo del fare… ma è stato un governo del fare bene? Questo starà ai singoli elettori stabilirlo. Tuttavia i consensi del PD sono calati impietosi; da uno spettacolare 40%, Matteo Renzi ha sfiorato con un dito il sole, prima che questo gli bruciasse le ali, facendolo precipitare di parecchi punti sotto i 5 stelle, costringendo alla capitolazione numerose roccaforti storiche della sinistra ed incassando una sconfitta dopo l’altra, a partire da quell’infausto 4 dicembre.

Il Partito Democratico esce indebolito, come spesso accade, da una travagliata esperienza di governo. Con un consenso ai minimi storici, che discontinuità potrà mai promettere ad un elettorato diverso da quello che già lo sostiene, se è stato il principale partito di governo degli ultimi 5 anni? Come riconquistare i consensi perduti? Con chi fare alleanze, quando attorno a te trovi solo terra bruciata? I ranghi del PD si sono assottigliati, i nemici li accerchiano ed il generale stenta a riconoscere i propri errori, barcamenandosi al meglio per restare al comando. Sarà questo l’atteggiamento giusto di un partito di governo?

Un Governo del fare

Come detto, è stato fatto molto in questi 5 anni. Sono state portate avanti battaglie di carattere sociale che attendevano una risposta da decenni. Non v’è alcun dubbio che, pur con qualche battuta d’arresto e controversia, questo governo sia riuscito a rendere l’Italia un paese decisamente più progressista ed in linea con gli standard europei, fornendo una legge sulle unioni civili e sul bio testamento (pur fallendo su altre questioni), temi molto cari all’elettorato classico della sinistra. Eppure, è proprio quell’elettorato che è andato via via allontanandosi. Perché? Perché si accusa il principale partito di centro sinistra, unico responsabile di aver svecchiato il paese di un decennio o due, di aver dimenticato le proprie radici? Semplice: riforma del mercato del lavoro, buona scuola e riforme istituzionali. L’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, da tempo caldeggiata da Berlusconi, ma mai portata a termine, è stato uno dei principali punti di rottura con la minoranza del partito, la quale avrebbe definitivamente voltato le spalle al governo sulla questione della legge elettorale.

L’Italia è sempre stata governata da forze moderate e centriste, ma i partiti di sinistra, pur all’opposizione per tutta la prima repubblica, sono sempre stati tra i più forti d’Europa. Il mercato del lavoro italiano era dunque, per quanto statico e immobile, fieramente dalla parte del lavoratore (specialmente di quello statale). Il mito del posto fisso, del tutto assente in altre culture (come quella americana), è da sempre presente nell’immaginario collettivo italiano, e fa strano che sia stato il principale partito di sinistra ad eliminare uno dei più grandi bastioni posti a difesa della sicurezza lavorativa. Ma tutto ciò ha prodotto dei risultati? E’ innegabile che il paese sia in ripresa, che ci sia stato un aumento consistente dei posti di lavoro e che il PIL sia in costante ascesa, ma… come spesso avviene in questi casi, la situazione è più complessa di così. Infatti, i contratti a termine sono una netta maggioranza e viene considerato impiegato anche chi lavora poche ore a settimana. Non v’è dubbio che vi sai un miglioramento sensibile dell’economia, ma questo ancora non presenta le dovute ricadute sul cosiddetto “paese reale”. Inoltre, la crescita italiana, per quanto assolutamente innegabile a chi non voglia dare contro al PD per partito preso, è senz’altro debole se confrontata all’ambito europeo. Viene dunque da chiedersi in che misura questa dipenda dalle manovre adottate dal nostro governo e quanto da una sorta di effetto traino.

Se a questo si aggiungono i numero scandali legati al caso Boschi e Consob, la scorrettissima personalizzazione (a parer mio) del referendum istituzionale, a cui sarebbe dovuto seguire un abbandono della politica da parte dei suoi due principali genitori (cosa che del resto avrebbe dovuto fare anche Grillo dopo le Europee), e l’atteggiamento del segretario del partito, poco incline a riconoscere i propri errori e del tutto sordo alle critiche, non sorprende l’andamento dei sondaggi.

Cosa aspettarsi?

Dunque perché sostenere un governo PD? Cosa dovremmo aspettarci?

Beh, è chiaro come, al di là dei titoloni da campagna elettorale, il passato sia decisamente più interessante del presente per comprendere il futuro, essendo stato il Partito Democratico al governo per gli ultimi 5 anni. Ciò che davvero il PD promette è stabilità economica, un governo apprezzato in Europa e all’estero, continuità amministrativa ed un approccio sostanzialmente moderato a tutti i principali temi politici, con la possibilità di un discreto progressismo. Tuttavia, non sarà possibile che si formi un governo senza larghe intese (e anche in questo caso pare che una maggioranza non sia possibile), ed il principale candidato al ruolo di alleato sembrerebbe Forza Italia, per quanto recentemente Renzi e Berlusconi abbiano escluso questa possibilità. D’altro canto il PD non avrebbe altri potenziali interlocutori dopo il voto, fatta eccezione forse per Liberi e Uguali, ma a condizioni molto drastiche.

A seguire Renzi e Gentiloni saranno probabilmente i “renziani” di ferro, i moderati, buona parte dei centristi e coloro i quali vedono in questa formazione l’unico argine alla destra, i populismi, l’euroscetticismo e la xenofobia.

 

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