Il mondo come il Risiko

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Quanto i media influenzano l’opinione pubblica? La risposta sembra essere solo una, ed è molto.
Mi sono detta tantissime volte “giuro prima o poi mi documenterò”; perché non mi vergogno a dire che mi risulta difficile avere chiara la situazione dei conflitti e delle guerre attuali nel mondo.
L’informazione al riguardo risulta essere molto scarsa e infatti ci sono voluti dei giorni per ricavare contenuti chiari ed esaustivi.
È difficile in realtà stabilire con certezza quante siano, anche se “guerrenelmondo.it” ad oggi riporta un totale di 67 stati e 778 milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti.
Oggi che viviamo nel mondo dell’informazione mi sembra assurdo che certi fatti restino nell’ombra per motivi geopolitici, strategici e culturali.
L’attenzione mediatica forma un circuito d’interesse che porta ad avere notizie costanti solo su determinate questioni.
Non solo si va a creare un’ignoranza generalizzata ma anche a costruire un muro enorme che divide la civiltà occidentale da una situazione a dir poco drammatica che esiste nel resto del mondo (ma davanti alla quale abbiamo chiuso gli occhi o continuano a chiuderceli).
Seguendo quindi questo ragionamento ciò che non ci riguarda non dovrebbe toccare le nostre coscienze?
Sto parlando ovviamente di guerre e conflitti, ma di quelli dimenticati; dimenticati perché nella maggior parte dei casi le grandi potenze non ne sono coinvolte o non hanno interessi diretti sulle risorse dei territori. In altri perché non vi sono minacce nucleari, che possano far pensare a una loro possibile degenerazione.
È quindi facile stabilire che esistono guerre di serie A e altre di serie B, di cui l’importanza viene manipolata da uno scenario mediatico che è in grado di influire pesantemente sulla popolazione.
Ci sono quindi guerre più guerre di altre? Morti più morti di altri? O bombe più bombe di altre?

Messico

Lo scenario messicano pare destinato a non migliorare, infatti il Paese è ancora nelle mani del narcotraffico.
Sono oltre 90mila i morti legati ad esso negli ultimi 10 anni.
All’inizio dell’anno 2017 però c’è stato un passo in avanti, si è conclusa l’epoca de El Chapo, il boss del car-tello di Sinaloa Joaquín Guzmán Loera.
Nel proprio contesto di guerra interna si inserisce la vittoria di Trump negli Stati Uniti che ha aggravato la situazione messicana, provocando gravi crisi diplomatiche.

Colombia

L’attuale processo di pace è iniziato a fine 2012 ed è il frutto di un accordo tra il Governo colombiano e Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia).
Questa guerra nasce all’inizio degli anni ’60, quando si formano diverse guerriglie comuniste, e i gruppi guerriglieri si moltiplicano negli anni 70 e 80.
Le principali parti del conflitto erano inizialmente lo Stato colombiano e formazioni guerrigliere di estrema sinistra, in particolare le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) e l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN).
Negli anni Ottanta narcotrafficanti a capo dei cartelli della droga operanti nel Paese fondarono gruppi paramilitari per combattere la guerriglia.
Nonostante l’uccisione nel ’93, di Escobar, capo del più importante cartello, il narcotraffico continua ad essere una forza determinante, corrompe regolarmente parti dell’esercito e delle istituzioni colombiane, e convive con la guerriglia che trova nel narcotraffico la sua principale fonte di finanziamento. Così si genera una nuova fase della guerra: le Farc si rafforzano militarmente e i gruppi paramilitari si moltiplicano, anche in modo autonomo dagli antichi padroni del narcotraffico.
Nel 2002 Uribe Velez, espressione diretta degli interessi che hanno fatto nascere il paramilitarismo, diventa Presidente della Repubblica e le Farc subiscono durissime sconfitte.
Juan Manuel Santos, ex ministro della Difesa di Uribe, una volta eletto Presidente della Repubblica nel 2010, decide di riconoscere l’esistenza del conflitto armato e avviare dei contatti informali con le Farc che, due anni dopo, generano l’attuale processo di pace.

Algeria

I militanti del gruppo al-Qaeda per il Maghreb islamico mirano ad unire le forze jihadiste della regione nordafricana per combattere contro l’Europa e la presenza occidentale nei Paesi del Maghreb. L’obiettivo sembra in gran parte fallito per mancanza di fondi, di uomini e anche per l’azione repressiva condotta dall’esercito algerino.
Il terrorismo che minaccia oggi l’Algeria non ha la forza, i numeri e la pericolosità di quello che ha sconvolto il Paese nel corso degli anni Novanta. La data chiave è il 1991, quando il movimento politico Fis (Fronte islamico di Salvezza) vince il primo turno delle elezioni politiche generali. Di fronte alla minaccia islamista i militari interrompono il processo elettorale, il Fis viene dichiarato fuori legge.
L’organizzazione terroristica dominante è il Gia (Gruppo Islamico Armato), in seguito af-fiancato dal Gspc (Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento). In Algeria il terrorismo islamico raramente ha preso di mira gli stranieri. Le vittime sono state soprattutto cittadini algerini.
Negli ultimi anni c’è stata una ripresa delle azioni terroristiche anche ad Algeri, come gli attentati del dicembre 2007 e dell’agosto 2008.
Arrivato alla presidenza nel 1999 Bouteflika, rieletto nell’aprile del 2009 resta al potere fino al 2014. Quando divenne Presidente, Bouteflika promise di ristabilire la pace, la riforma della pubblica amministrazione, della scuola e della giustizia.
Grazie alle riserve di idrocarburi l’Algeria negli ultimi anni ha potuto arricchire le sue riser-ve valutarie sfruttando gli aumenti del prezzo del greggio; tuttavia questa ricchezza non si è riversata sulla popolazione e la forte dipendenza dalle risorse petrolifere non ha favorito una diversificazione dell’economia.
Bouteflika viene rieletto per la quarta volta nel 2014.
Per la libertà di espressione e di stampa si è battuto Mohamed Tamalt, giornalista morto dopo sei mesi di sciopero della fame.
Nonostante gli sforzi del governo per contrastare il terrorismo, la situazione rimane molto precaria, in particolare nelle zone di confine. Pericoli arrivano anche da gruppi armati di ri-belli e terroristi che operano nel Sahel e ai confini meridionali del Paese.

Libia

La rivolta scoppiata il 17 febbraio 2011 è diventata in poco tempo una rivoluzione contro il quarantennale regime di Gheddafi che si stava preparando a cedere il Governo a uno dei suoi figli.
La divisione tra islamisti e anti-islamisti non è tanto ideologica, quanto piuttosto attinente alle storiche rivalità regionali, tribali e sociali di un Paese bloccato nel suo cammino post-coloniale dalla forma di governo che Gheddafi aveva escogitato e teorizzato nel suo Libro Verde.
La crisi in corso, sottovalutata dai media e da molti governi, rischia però di superare i confini libici e coinvolgere sia i Paesi vicini, sia di nuovo quelli europei, preoccupati della gestione dei pozzi di petrolio, della mancanza di controllo alle frontiere marittime e della possibile vittoria islamista, soprattutto nel caso si creasse un collegamento tra le milizie libiche e l’Isis attivo tra Iraq e Siria.
La diplomazia in Libia è tornata a gennaio 2017.
L’Italia è stato il primo Paese occidentale a presentare le credenziali per riaprire l’ambasciata italiana dopo la guerra cominciata nel 2011.
Per contrastare la migrazione nel mese di agosto 2017 è partita la missione italo-libica.
L’Italia ha comunque fatto sapere che tutte le operazioni avverranno in affiancamento con le autorità libica, e che quindi non si configura nessuna invasione delle competenze nazio-nali.
Non tutto il Paese Nordafricano pare però pensarla così.
Nell’opera di contrasto alla immigrazione ha avuto un ruolo centrale anche la Francia di Macron.

Mali

Dopo l’intervento del gennaio 2013 Parigi ha sostituito all’operazione “Serval” – manovre di guerra classica con mezzi corazzati e aviazione – l’operazione “Barkhane”, più tagliata verso missioni anti-terrorismo e di contenimento.
Permangono serie criticità nel Nord del Mali: il cessate il fuoco formalmente valido sulla carta, regge molto meno alla prova dei fatti. Tra settembre e ottobre 2014 i caschi blu dell’Onu sono stati oggetto d’imboscate mortali nella Regione di Gao.
I quasi 8000 soldati effettivi non sembrano avere il controllo del territorio né sembrano in grado di prevenire i giochi di alleanze che islamisti e tuareg alternano ormai da anni. Anzi, accuse e sospetti di corruzione e complicità nel traffico d’armi che interessa la Regione sono spesso all’ordine del giorno, in un teatro che lontano dai riflettori dei media offre diverse opportunità di traffici illeciti.
Qui terrorismo ed estremismo violento si uniscono nell’area alla crisi umanitaria.
La situazione di violenza sta provocando un aumento della migrazione e del traffico di esseri umani.
Nel gennaio 2017 i governi di Niger, Burkina Faso e Mali hanno firmato un accordo per la creazione di una forza multinazionale di lotta al terrorismo nella zona di Liptako-Gourma, alla frontiera tra i tre Paesi.

Niger

Il Niger è sempre più un Paese strategico per gli Stati Europei, intenzionati a fermare lì almeno parte del flusso migratorio che attraversa il Mediterraneo. Infatti la missione militare annunciata il 13 dicembre 2017 è nata da un accordo tra Italia-Francia-Germania.
Scopo della missione: combattere il traffico di migranti diretto in Libia e addestrare forze armate e di polizia locali. La missione servirà anche al controllo di un’area strategica al con-fine con la Libia, operando dalla base avanzata francese Madama.
La missione è stata annunciata dal presidente del Consiglio dei ministri italiano, Paolo Gentiloni, al termine del G5 Sahe.
I militari italiani si uniscono alle altre presenze armate straniere nel Paese. Gli Stati Uniti schierano nel Paese gruppi di forze speciali e droni, mentre la Francia ha nel Sahel 3.500 uomini che dovrebbero arrivare a 5mila.
Il confine tra Niger e Libia è parte integrante di una delle rotte utilizzate dai trafficanti di migranti. Nel corso del 2017 il Niger è stato travolto da un grave scandalo che ha coinvolto la società francese Areva, che nel Paese possiede numerose miniere di uranio, e alcuni po-litici locali, accusati di corruzione e di aver sottratto fondi pubblici. In seguito a questo di-versi giornalisti, attivisti e politici dell’opposizione nigerina sono stati arrestati o minacciati.

Ciad

Il Ciad è al 183° posto su 187 Paesi per l’indice di sviluppo umano. L’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, appena il 9% ha accesso a servizi sanitari adeguati mentre solo il 48% usufruisce dell’acqua potabile. Una situazione sociale drammatica che con il passaggio di armi sul proprio territorio ha visto crescere in maniera esponenziale la violenza tra le comunità locali. Il Ciad è una tappa essenziale per l’esportazione di armi verso i Paesi vicini, in particolar modo nella Regione sudanese del Darfur.
Resta ancora gravissimo il problema di un milione di mine in circolazione e dei due milioni di ordigni inesplosi che minacciano la vita dei civili.
I conflitti tra le oltre 200 etnie che popolano il Paese sono all’ordine del giorno, un’ instabilità che torna utile al Governo centrale che sulla filosofia del “divide et impera” basa il suo potere.

Nigeria

Alla radice delle continue e violente tensioni del gigante africano c’è sempre la stessa contraddizione: da un lato l’estesa povertà di decine di milioni di nigeriani, dall’altro l’enorme ricchezza delle sue riserve di petrolio e gas.
Anche il fenomeno dell’estremismo islamico antioccidentale rappresentato da Boko Haram, trova sostegno in questa realtà sociale del Paese.
Pur essendo la Nigeria il primo produttore di petrolio del continente africano e l’ottavo al mondo, il 70% dei suoi abitanti vive sotto la soglia di povertà, l’aspettativa di vita è di 53 anni, oltre un terzo della popolazione è analfabeta, il 42% non ha accesso all’acqua potabi-le, e la mortalità infantile sotto i 5 anni è al livello record. La “battaglia” per il petrolio, seppure messa in secondo piano dall’escalation terroristica, si continua a combattere, su diversi fronti: uno è quello del contrabbando, che fa “perdere” al Paese miliardi di dollari l’anno.
Indebolito ma ancora in grado di seminare terrore il gruppo terrorista islamico Boko Haram.

Sudan

I conflitti in Darfur, nel Nilo azzurro e nel Sud Kordofan continuano senza sosta. Dimenticati dalla comunità internazionale e anche dai media.
In Darfur nel corso del 2013 si sono ripetuti attacchi e nuove fughe di profughi civili. Nella Regione del Nilo azzurro è stata soprattutto Amnesty International a denunciare la distru-zione di decine di villaggi (con almeno 150mila nuovi sfollati) da parte dei militari regolari sudanesi.
Stesso copione sui Monti Nuba: dal 2011 si susseguono i bombardamenti, i raid aerei, le incursioni dell’esercito di Khartoum.
La conseguenza di questi conflitti è l’afflusso costante di profughi che, sia dal Nilo azzurro sia dal Sud Kordofan, si sono riversati in Etiopia e soprattutto in Sud Sudan. Una situazione di costante emergenza umanitaria, resa ancora più difficile dallo scoppio del conflitto civile del dicembre 2013 nella nuova Repubblica meridionale.
Per la martoriata popolazione dei Nuba, alla guerra si aggiunge l’assenza quasi totale di aiuti umanitari: il Governo sudanese ne ha per lungo tempo negato l’accesso.

Repubblica Centrafricana

Il Centrafrica è uno dei Paesi più poveri del mondo, nonostante disponga di materie prime in abbondanza. Non si tratta solo del legname delle foreste che ricoprono il territorio, ma anche di diamanti, oro e petrolio. Beni che fanno gola alle potenze internazionali come Francia e Cina, pare anche l’Iran, che agiscono con l’appoggio locale di Ciad e Sudan.
L’operazione Onu Sangaris era stata lanciata nel dicembre del 2013 per fermare le violenze tra i gruppi armati cristiani e musulmani. La Francia ha però annunciato la fine della missione militare. I soldati francesi insieme ad altri militari stranieri, sono stati coinvolti in uno scandalo di abusi sessuali sui minori, sul quale ancora si indaga.

Sudan del sud

Alla base del conflitto ci sono divisioni etniche antiche, ma anche l’incapacità del Governo di rispondere ai gravissimi problemi del Sud Sudan.
Quanto alle questioni tribali, fin dall’indipendenza era evidente il venir meno del “collante” che aveva tenuto insieme i diversi gruppi. La nascita del nuovo Paese ha fatto emergere fin da subito la volontà dei dinka (l’etnia maggioritaria) di mantenere il controllo del potere.

Repubblica Democratica del Congo

Nel Kivu è concentrata tutta l’enorme ricchezza del sottosuolo. Per questo banditi, esercito regolare corrotto, gruppi di ribelli si scontrano senza pietà per il controllo dell’estrazione dei preziosi minerali. Rwanda, Burundi e Uganda hanno dati di export molto superiori alle reali risorse minerarie, grazie al contrabbando che aumenta di mese in mese diretto verso i loro confini.

Etiopia

Una grave crisi è scoppiata nell’ottobre 2016, scatenata dall’uccisione di oltre 150 persone durante i festeggiamenti per la fine della stagione delle piogge. La strage di Bishoftu ha creato una divisione nella politica del Paese africano.
Da anni gli Oromo (gruppo etnico) hanno avviato una battaglia per l’indipendenza.
Le proteste sono state represse nel sangue e hanno provocato centinaia di morti. La reazione del governo centrale è stata infatti di estrema chiusura, con arresti, l’istituzione di coprifuoco, il blocco di internet e dei social network.
In base alle misure speciali attuate la polizia può arrestare un sospetto senza mandato e trattenerlo per tutta la durata dello stato d’emergenza.

Somalia

Si combatte per il controllo del potere, a danno degli altri clan.
Lo scontro si è poi trasformato in guerra al terrorismo internazionale e islamico. Dal 2012 gli al-Shabaab, “i Giovani”, sono il gruppo islamico più potente e attivo in Somalia. Loro obiet-tivo principale instaurare nel Paese la sharia, la legge islamica.
Attacchi bomba e attentati di varia natura sono quasi all’ordine del giorno, in particolare nei pressi della capitale Mogadiscio.
Principale è il gruppo jihadista Al Shabaab, che nel gennaio 2017 ha attaccato una base militare keniana nel sud della Somalia e ha fatto esplodere due autobombe vicino a un hotel di Mogadiscio.

Yemen

Dal 2000 le ragioni della guerra nello Yemen sono sempre le stesse: la lotta al terrorismo. A questo si aggiungono le tensioni interne fra Governo centrale e Clan, spesso legati alla tradizione e poco propensi ad accettare cambiamenti nel modo di vivere. Vi è poi il ruolo degli Stati Uniti, militarmente presenti proprio per contrastare al-Qaeda.

Israele-Palestina

Due popoli e due Stati: rimane questa la soluzione al conflitto israelo-palestinese perseguita dalle diplomazie internazionali.
Da parte palestinese si chiede il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967 (compresa Gerusalemme Est indicata come capitale del futuro Stato Palestinese), il diritto al ritorno per i profughi e lo stop alla costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, che minano la continuità territoriale e il controllo delle risorse del futuro Stato. Da parte israeliana, ufficialmente si rivendica il diritto alla propria “sicurezza”, ma di fatto si perseguono gli obiettivi del 1948, ovvero la realizzazione in Palestina di uno Stato ebraico esteso dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.
Una guerra che non vede la fine quella tra Israele e Palestina.
A complicare la situazione l’insediamento di Donald Trump, dichiaratamente a favore del governo israeliano e che sembra non voglia opporsi all’annunciata ripresa della colonizza-zione a Gerusalemme Est, la parte di città occupata nel 1967 dall’esercito israeliano e an-nessa nel 1980.

Siria

Quella che oggi presente nel territorio siriano è una guerra del “tutti contro tutti”. Negli ultimi due anni lo scenario sul campo di battaglia è mutato più volte: l’Esercito libero siriano è ormai disintegrato in tante sigle diverse ed ha generato nel tempo due dei gruppi di op-posizione ad Assad più forti e pericolosi: Jabhat al-Nusra legato ad al-Qaeda e l’Isis che og-gi combatte con l’unico scopo di creare un califfato islamico nella Regione.
Sullo sfondo resta la forte ingerenza di grandi potenze: Usa, Qatar, Arabia Saudita e Tur-chia, anti-Assad e, seppur con molte ambiguità, anti-Isis; Iran, Russia e Cina a sostegno del regime. Nel mezzo, come sempre, la stremata popolazione civile siriana.

Kurdistan

Quella del popolo curdo è una lotta per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconosci-mento della propria identità e dei diritti civili e politici all’interno degli Stati nazionali. La repressione a cui vengono sottoposti è da sempre durissima. I Governi di Iran, Turchia, Si-ria e dell’Iraq di Saddam Hussein, hanno sempre cercato di negare la stessa esistenza di questo popolo tentando di cancellarne la cultura, la storia, la lingua e negando a volte an-che il diritto ad un documento d’identità. Torture, processi sommari, incarcerazioni, repressione violenta fanno parte della storia di questo popolo che abita un territorio ricco di petrolio e di risorse naturali a cui gli Stati nazionali non hanno alcuna intenzione di rinunciare.

Pakistan

Il Pakistan è oggi il “centro di al-Qaeda” ed è un Paese chiave per la lotta al terrorismo internazionale. Inoltre, per il commercio e l’industria petrolifera, lo Stato resta al centro di interessi strategici, geopolitici ed economici.
Gli Usa finanziano programmi di cooperazione militare e civile, perfino la Cina è interessata: Pechino ha avviato una serie di investimenti e progetti di cooperazione economica, so-lida base per costruire una amicizia politica e diplomatica.
Si preannuncia l’ennesimo confronto fra i due colossi mondiali, Stati Uniti e Cina, interessati ad estendere la loro influenza politica in una Regione di grande importanza strategica. Ma in Pakistan vi sono anche tensioni di natura religiosa.
Il Pakistan è uno stato a maggioranza musulmano sunnita, ma nel Paese vive anche una mi-noranza sciita di trenta milioni di fedeli.

India

I partiti della galassia naxalita affermano di battersi per i diritti delle masse rurali, per sviluppare “zone liberate”, e in ultima istanza per instaurare in India la dittatura del proletariato. Denunciano lo Stato che espropria terre e foreste togliendole ai nativi per darle in concessione a grandi multinazionali che sfruttano le risorse naturali.

Tutte le informazioni sono state ricavate da atlanteguerre.it, ho voluto riportare alcune tra le tante guerre presenti oggi e forse già da questo piccolo riassunto si può capire che di qualcosa ci siamo dimenticati.

Giada Luperini

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