Verso il voto: Centro Destra

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Questo è il secondo capitolo della rubrica “verso il voto”, in cui cerchiamo di fornire una breve analisi sui vari schieramenti. Nessuno qui ha intenzione di fare propaganda o di fornire supporto ad un partito piuttosto che ad un altro, quanto cercare di aiutare gli elettori a comprendere le parti in gioco e dare una panoramica sullo scenario politico italiano, stimolando, magari, qualche discussione.

Un’idra a quattro teste

Non vi è dubbio, stando ai sondaggi, che l’agguerrita coalizione di centro destra sia al momento la favorita e la più vicina ad ottenere il fantomatico risultato del quaranta per cento, che secondo i vari analisti della politica, dovrebbe garantire la formazione di un governo.

Le principali forze politiche di questo schieramento sono quattro: Forza Italia, Lega, Fratelli di Italia e Noi con l’Italia (UDC). Ciascuna di queste forza incarna valori diversi, rispettivamente si tratta dei principi liberali tradizionali del popolarismo europeo; quelli federalisti, euroscettici e sovranisti; nazionalisti e conservatori; centristi e di estrazione democristiana. Dunque, per quanto indubbiamente efficace a livello elettorale, la coalizione si mostra molto variegata al suo interno. In caso di vittoria, riusciranno le quattro teste dell’idra in un’opera di sintesi? Oppure inizieranno ad azzannarsi a vicenda?

Il programma: fiscalità

I quattro leader di partito, nella lussuosa villa di Arcore, hanno presentato un programma comune, nonostante le dichiarazioni successive dei singoli dirigenti abbiano lasciato intendere maggiori divisioni di quante non si vogliano far trasparire. Tuttavia, la questione su cui parrebbe esserci maggiore accordo sarebbe la riforma fiscale e la riduzione delle tasse. In particolare si parla di flat tax, manovra che consiste nell’introduzione di un’aliquota unica sul reddito, che andrebbe a sostituire le 5 al momento presenti. In sostanza, la tassazione non avverrebbe più a scaglioni e tutti pagherebbero la stessa percentuale. Mentre Salvini la vorrebbe subito al 15% (anche per società e capitali), Berlusconi sarebbe più orientato sul 23%, per ridurla poi gradualmente. Nel programma si parla anche di esenzione totale per i redditi bassi. Tra le varie posizioni, quella di Matteo Salvini appare come la più dettagliata. La sua proposta prevede qualche forma di progressività, con, giusto per fare un esempio, deduzioni fisse per i vari componenti famigliari.

Quali sarebbero i vantaggi? Una riduzione complessiva delle tasse dovrebbe far ripartire i consumi e l’economia, semplificare il sistema e ridurre l’evasione fiscale, ma non sono pochi gli economisti scettici sull’efficacia del sistema. Intanto non vi è alcun dubbio che a trarne i maggiori vantaggi sarebbe la fascia di popolazione più abbiente, così come appare irrealistico pensare che questo enorme calo di entrate nelle casse dello stato possa ripagarsi da solo. Se, con l’aliquota al 15%, ottimisticamente tutti gli evasori iniziassero a versare quanto dovuto, rimarrebbe un buco di decine di miliardi nel bilancio pubblico, con possibili ricadute negative su sanità, stato sociale ed istruzione. Non solo, è anche assai probabile che la timida crescita economia degli ultimi mesi venga stroncata dal buco di bilancio e dalla sfiducia dei mercati.

La coalizione punta molto anche sulle pensioni. In particolare Berlusconi ha promesso pensioni minime a 1000 euro, mentre Salvini spinge fortemente sull’abolizione della legge Fornero, per quanto non sia molto chiaro come voglia sostituirla, né come intenda finanziare un’altra manovra tanto titanica, che rischia di dissanguare l’Italia economicamente. Questo è un altro punto su cui i due maggiori leader non sembrano condividere la stessa visione, in quanto Berlusconi ha mostrato in più occasioni posizioni differenti.

Europa ed immigrazione

E sull’Europa? Da una parte abbiamo un perfetto esempio di popolare europeo, che, per quanto spesso ambiguo sul tema, sembra essere molto lontano dalle posizioni profondamente euroscettiche dei suoi compagni di coalizione. Tuttavia, persino Salvini pare avere accantonato alcune delle sue posizioni più radicali e, a prescindere dal risultato elettorale, la permanenza dell’Italia in eurolandia e, più in generale, in Unione Europea non pare in discussione.

Nel programma vengono menzionati recupero di sovranità e revisione dei trattati, senza mettere bene in chiaro cosa si intenda o in che direzione si voglia andare, né come si vorrebbe fare.

Per il tema dell’immigrazione, molto caro alla destra, si presentano numerosi problemi, nonostante vi sia nella sostanza accordo su come procedere. Ricordiamo, infatti, che i migranti giungono da sud, dove l’Italia non ha confini da chiudere, ma solo il mare. Dunque non esiste un modo, salvo condannare a morte centinaia di migliaia di persone, per respingere questi individui, visti anche i nostri doveri costituzionali di accoglienza. Berlusconi e Salvini parlano dunque di rimpatri, 600.000 per l’esattezza. Tuttavia la cosa potrebbe essere assai più complessa di quanto non appaia. Molti migranti sono senza documenti, non parlano inglese o italiano e non possono essere identificati se non dopo molti mesi, vista anche la scarsa cooperazione dei consolati. Inoltre, non è possibile caricare queste persone, anche qualora fossero identificate, su un aereo e catapultarle in qualche altro paese, in quanto questo rappresenterebbe una violazione della sovranità nazionale dello stato in questione, ma andrebbero rinegoziate quote di rimpatri e presi nuovi accordi: un lavoro più facile a promettersi che a farsi. In tutto questo, a mia opinione, il centro destra è stato molto vago sia sul metodo, sia sul merito.

Riforma costituzionale

Un punto che mi sta a cuore analizzare e che pare essere passato in secondo piano nel dibattito elettorale è la mastodontica riforma istituzionale che i quattro leader vogliono portare avanti (ed in cui appare chiara l’impronta “salviniana”).

Nel programma si parla di ampliamento dell’impianto federalista, anche a seguito del referendum sostenuto da alcune ragioni nei mesi scorsi. Insomma, portare a compimento quella svolta epocale che nel 2001 modificò profondamente i rapporti tra stato e regione.

A questa modifica del nostro assetto, se ne vanno ad aggiungere due ulteriori: elezione diretta del presidente della Repubblica e introduzioni del vincolo di mandato. Purtroppo non sono stato in grado di trovare molti approfondimenti sul tema, ma queste sono posizioni che il leader della Lega ha sempre sostenuto apertamente, sollevando lo scetticismo di non pochi osservatori. Ora, salvo divenire una repubblica presidenziale (o perlomeno semipresidenziale), siamo sicuri di volere un presidente eletto direttamente dai cittadini? Se il ruolo del capo dello stato è di essere super partes, automaticamente la legittimazione popolare diretta ne politicizzerebbe molto di più la posizione, dandogli di fatto il diritto di agire in modo del tutto politico, molto più di quanto non avvenga già. Insomma, senza un corretto adeguamento dell’intero sistema che ci faccia approdare ad un modello simile a quello francese (posto che si tratti di un modello invidiabile), l’intero sistema dei pesi e dei contrappesi, estremamente ben studiato nella nostra carta costituzionale, rischia di crollare come un castello di carte, portandosi dietro anche il paese.

Infine, giungiamo al tema del divieto di vincolo di mandato. Spenderò pochissime parole sul tema: trattasi di un diritto fondamentale per un parlamentare, in quanto ne garantisce la libertà di coscienza e l’autonomia politica, essenziale perché vi sia democrazia in un paese.

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