L’elezione dei presidenti delle camere: un’analisi tattica

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Sono Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati i nuovi presidenti delle camere, la Casellati (Forza Italia) al Senato e Fico (Movimento 5 Stelle) alla Camera dei Deputati.
Ma come si è arrivati a questa elezione? Quali sono state le strategie dei partiti?

Per capire le varie tattiche messe in campo dai principali leader è necessario prima comprendere le modalità di elezione dei Presidenti di Camera e Senato.
Alla Camera è necessaria la maggioranza assoluta dei votanti (dal quarto scrutinio in poi), questo fa sì che nessuno dei principali schieramenti possa eleggersi da solo il presidente, essendo necessario un accordo tra i partiti.
Al Senato, invece, se non si raggiunge la maggioranza assoluta dopo i primi tre scrutini, si procede al ballottaggio tra i due candidati più votati. Questo significa che il centrodestra unito avrebbe potuto eleggere un proprio candidato per la presidenza, a meno che PD e 5 Stelle non si fossero accordati per un candidato comune.

In questa situazione, se non ci fossero stati accordi, il centrodestra avrebbe eletto il Presidente del Senato mentre alla Camera la partita sarebbe andata avanti ad oltranza.

E’ per questo che Luigi Di Maio ha da subito rivendicato per il Movimento 5 Stelle la Presidenza della Camera e aperto al confronto su quella del Senato che, in caso di mancato accordo, avrebbe comunque perso a favore del centrodestra.

Dall’altra parte Salvini è stato il grande fautore dell’accordo. Non ha mai rivendicato la Presidenza della Camera riconoscendo, di fatto, la pretesa dei 5 Stelle e ha reclamato invece la Presidenza del Senato a nome di tutto il centrodestra. E’ chiaro che Salvini voglia andare al governo ma, ancora più importante per il leader leghista, è mantenere unito e coeso il centrodestra. Salvini sa bene che il suo futuro si gioca sul non disperdere quel 14% ottenuto da Forza Italia alle elezioni e che dentro il centrodestra è il leader dello schieramento più votato in Italia, fuori non è nessuno. A questa consapevolezza si deve la sua attenzione meticolosa a portare con sé Forza Italia in ogni accordo.

Salvini e Di Maio
da: ilpuntiglioso.com

In questo scenario le pretese di Di Maio, Salvini e Berlusconi erano destinate a completarsi:  a Di Maio la Camera e a Salvini il Senato, che in una logica intra-coalizionale di centrodestra avrebbe girato a Berlusconi per tenerlo buono.

Già questo sarebbe bastato per far cadere uno dei capisaldi della politica 5 Stelle: “non faremo mai accordi sulle poltrone”. Ma Berlusconi non era sazio. Berlusconi, da grande stratega, ha deciso di alzare l’asticella per vedere fino a che punto i 5 Stelle erano disposti a cedere pur di conquistare lo scranno più alto di Montecitorio. Dopo il “non faremo mai accordi sulle poltrone” doveva cadere un altro tabù: il “noi non votiamo condannati”. Così la candidatura di Paolo Romani, condannato in via definitiva per peculato.

Paolo Romani, Forza Italia da: today.it

Di fronte a Paolo Romani i 5 Stelle si rifiutano, sarebbe stato veramente troppo, un prezzo troppo alto da pagare per salire a Montecitorio. Un’incoerenza, un segno di debolezza:  se avessero ingoiato il rospo questa volta, lo avrebbero dovuto fare anche in futuro, magari su ministri e viceministri.

Sta ancora a Salvini ricucire, ma Berlusconi non si muove da Romani. Allora la scelta del bluff: votare Anna Maria Bernini, esponente di Forza Italia, ma senza l’appoggio di Berlusconi.

I 5 Stelle corrono ad appoggiare la Bernini per spaccare il centrodestra, Salvini dichiara che se i 5 Stelle appoggeranno la Bernini al Senato lui contraccambierà alla Camera. Probabilmente sta bleffando, ma funziona.

Anna Maria Bernini, Forza Italia
da: liberoquotidiano.it

Berlusconi incassa il veto su Romani e, per evitare l’asse lega-M5S sulla Bernini, propone la Casellati, ex membra del CSM.

Il nuovo accordo al Senato cambia gli scenari alla Camera dei Deputati dove i 5 Stelle avevano proposto Fraccaro alla presidenza. Ma Fraccaro è un fedelissimo di Di Maio e non va bene al centrodestra che, in ogni caso, vuole ricambiare il veto imposto su Romani. E’ così che i 5 Stelle sono costretti a virare su Fico, esponente della cosiddetta ala ortodossa del MoVimento e competitor interno di Di Maio.

Alessandro Fabbri

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