Memento Mori – Buffalmacco e il Trionfo della Morte

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È la torrida estate del 1944. Sull’Italia infuria la guerra, una guerra totale, nessuna città, paese o borgo viene risparmiato. Le truppe alleate hanno sfondato Montecassino e si dirigono rapide a nord, oltre Firenze, verso la Linea gotica. È il 27 luglio di settantaquattro anni fa quando l’aviazione americana ha l’ordine di bombardare la stazione ferroviaria di Pisa. L’attacco riesce, la stazione è rasa al suolo ma, a poco più di due chilometri di distanza, succede l’irreparabile. Una bomba incendiaria americana ha colpito in pieno il tetto del Camposanto monumentale di Pisa: è il disastro. Centinaia e centinaia di metri quadrati di affreschi e di marmi vengono irrimediabilmente danneggiati. A subire l’oltraggio maggiore sono le pitture di Buonamico Buffalmacco, il cui Trionfo della Morte porterà per sempre i segni di quei momenti così tragici per la storia dell’arte.

Il rogo, provocato dall’esplosione, fuse la copertura in piombo del tetto; le travi in legno, che reggevano la struttura, caddero al suolo divorate dal fuoco. Le fiamme infestarono le aule del Camposanto pisano per ben tre giorni. Sono immagini drammatiche: morte, distruzione e guerra, così come profetizzati quasi seicento anni prima da Buffalmacco, sono finalmente arrivati e niente li può fermare. Estinto l’incendio e calato un mortifero tanfo di bruciato, accorsero da tutta Italia i più insigni restauratori e storici dell’arte, tra cui Roberto Longhi. Questa equipe di specialisti decise di distaccare dalle pareti gli affreschi superstiti e di collocarli su supporti in Eternit, in attesa di un paziente restauro e di una ricollocazione nel luogo per cui furono concepiti.

il Camposanto dopo l’incendio

Risorgere dalle ceneri

Quasi settantaquattro anni dopo, il 17 giugno 2018, giorno del patrono di Pisa San Ranieri, l’intero ciclo è stato ricollocato nella sua sede originaria, dopo un restauro iniziato nel 2009 e durato quasi dieci anni. In questa data, così simbolica per i pisani, gli innumerevoli affreschi di Taddeo Gaddi, Spinello Aretino, Piero di Puccio, Benozzo Gozzoli e di tanti altri si sono ritrovati finalmente insieme dopo un attesa estenuante. I danni furono irreparabili e gravissimi, ma tanto è stato fatto per permettere di comprendere appieno questo apparato pittorico che, coi suoi 1500 m², è la più grande narrazione medievale ad affresco al mondo. Fu Luciano Bellosi, nel saggio Buffalmacco e il Trionfo della Morte, a dimostrare come tutta la parte apocalittica degli affreschi è dovuta al medesimo pennello: quello di Buonamico Buffalmacco.

Una antologia della grande pittura italiana del XIV secolo, che è stato il vero grande secolo degli italiani. D’ora in poi, quando questi grandi affreschi verranno restituiti in parete, entrare nel Camposanto monumentale di Pisa sarà entrare nel manuale base della Storia dell’Arte italiana del ‘300. Ti pare poco? – Antonio Paolucci

Un tripudio macabro

Buffalmacco deve principalmente la sua fama non alle sue doti artistiche ma alla penna di Giovanni Boccaccio. Lo scrittore di Certaldo lo rese, all’interno di diverse novelle del suo Decameron, protagonista insieme a un altro pittore, Bruno, di varie angherie verso il collega Calandrino. Il suo vero nome è Buonamico di Martino e, pur discostandosi evidentemente dall’egemone maniera giottesca, divenne uno dei massimi pittori gotici della Toscana del XIV secolo. Buffalmacco lascia il suo capolavoro massimo proprio a Pisa, nel Camposanto monumentale: è l’immenso Trionfo della Morte, eseguito ad affresco tra 1336 e 1341.

“La Morte verrà all’improvviso” cantava De André

Largo 15 e alto 5,5 metri, il Trionfo doveva ricordare ai frequentatori del luogo che, come cantava De André, prelati, notabili e conti avrebbero avuto una egual fine a quella di contadini e mendicanti. Sorella Morte, la grande falciatrice, non guarda in faccia nessuno. Sapientemente raffigurata con ali di pipistrello e artigli al posto delle unghie dei piedi, rapida e spietata si fionda su ignari giovani assorti in un’oasi di pace e felicità, dove la musica , il gioco lo scherzo e l’amore paiono cristallizzare la loro giovanile noncuranza della possibile rovina. Non è un caso se è l’unica brano di affresco così fitto di rigogliosa vegetazione.

Poco più a sinistra la Grande Falciatrice ha già compiuto la sua missione: le sue vittime giacciono ammassate, uomini di ogni età ed ogni ceto. Sui loro corpi si gettano esseri demoniaci. Essi cercano di strappare quante più anime possibili da portare nel loro dominio infernale. Il pittore rende tale momento in modo quasi grottesco, con le anime che, si fa per dire, volano via attraverso la bocca dei poveri malcapitati. A contrapporsi ai due demoni compare un angelo, mandato a prendere in consegna l’anima di colui che pare essere un vescovo. L’anima strappata dal demonio cerca in ogni modo, nella sua puerile innocenza, di divincolarsi dalla presa diabolica. Il terrore aleggia sul suo volto. Dall’altro lato il gentile angelo accompagna in una tenera stretta l’anima del pio prelato assorta in preghiera. Più in alto infuria la battaglia tra le schiere celesti e quelle demoniache. Buffalmacco caratterizza psicologicamente i personaggi della vicenda, rivelandosi un grandissimo artista.

Ricordati che devi morire

A fare da spartiacque alla vicenda compare un massiccio roccioso, abitato da vari animali e povero di vegetazione. Sulla sua sommità si aprono diversi crateri, con tanto di fuoco e fumo, come fosse un vulcano. È proprio in queste fessure, porte degli inferi, che i demoni trasportano il “frutto” della loro precedente razzia. La cima della montagna ospita però anche un sicuro rifugio, intonso e tranquillo, rappresentato dal monastero e dai monaci domenicani, committenti dell’opera.

Percorrendo l’ampio sentiero che scende lungo la montagna troviamo una scena raccapricciante, presentata dal venerando monaco Macario. Tre bare scoperchiate si mostrano davanti ai nostri occhi, rispettivamente quella di un cardinale, di un re e di un popolano (quest’ultimo estremamente danneggiato e di difficile lettura). I tre cadaveri, ulteriore memento mori all’interno dell’opera, presentano altrettanti diversi stati di decomposizione: se il cadavere del popolano è ormai ridotto a un ammasso di ossa , quello del re sembra quasi mummificato, con ancora la pelle e i capelli, occhi e bocca spalancati. L’ultimo cadavere, quello più “recente”, sembra essere di un cardinale di Santa Romana Chiesa, sepolto col suo tipico abito rosso. Il suo corpo è talmente gonfio, a causa dei gas di decomposizione, quasi da scoppiare.

una serie di sfortunati eventi

A imbattersi nella macabra scena è una nobile comitiva di dame e cavalieri addentratisi nella foresta, con tanto di seguito, per una battuta di caccia. Alla visione dei cadaveri i cavalieri, anche loro psicologicamente indagati, hanno reazioni di orrore: c’è chi cerca di rimanere composto nonostante l’orribile vista, chi si dispiace dell’inevitabile destino umano e c’è anche chi, magistralmente rappresentato, si “tappa” il naso per il puzzo emanato dai defunti. Questo incontro tra vivi e morti non interessa solo i cavalieri, anche i cavalli sembrano prendere parte all’azione, quasi rispecchiando i sentimenti di chi li cavalca: notiamo infatti da parte di questi animali interesse, compostezza e paura. Quelle che sarebbero dovute essere le prede della battuta di caccia sono nel frattempo scappate, rifugiatesi sull’alta montagna, lungo la strada che simboleggia la “via eremitica”, unica strada di salvezza ma ormai inaccessibile alla comitiva.

Duro a morire

Il fuoco causato dallo sciagurato evento del ’44 ha irreparabilmente alterato il colore degli affreschi del Camposanto. Essi furono sfigurati, “cotti”, tanto che delle pitture di Benozzo Gozzoli non rimane nulla di quella brillantezza cromatica che li caratterizzava prima di essere ridotti quasi a un negativo fotografico. Come affermato dal restauratore Gianluigi Colalucci, colui che ridette vita alla Sistina, il tono leggermente rossiccio degli affreschi di Buffalmacco è dovuto alle alte temperature che la pittura dovette sopportare quasi settantaquattro anni fa. A detta di Antonio Paolucci, la sua pelle pittorica si è conservata ed è ancora in gran parte in essere. Buonamico Buffalmacco, a quasi 700 anni di distanza, parlandoci di morte ci mostra la vita in tutto il suo splendore.

Per saperne di più sul Camposanto monumentale di Pisa: https://www.opapisa.it/visita/camposanto/

Per avere un’idea su come si è svolto il restauro: https://www.youtube.com/watch?v=c9gLlN-0em4

Danilo Sanchini

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