Che cosa divide gli alleati?

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A cinquantotto giorni dall’insediamento del governo Conte sono molte le questioni sulle quali le due forze di maggioranza non vanno d’accordo; sullo sfondo, elettorati con interessi diversi, se non contrapposti, e visioni culturali antitetiche. Ecco un breve scenario sui principali punti di divergenza.

Decreto dignità

Movimento 5 Stelle e Lega si stanno dando battaglia da una settimana, dentro e fuori dalle commissioni parlamentari, sul decreto «dignità», col quale il vicepremier Luigi Di Maio ha inteso dare seguito alla promessa grillina di combattere la precarietà del lavoro. Per questo, tra l’altro, ha introdotto nuovi vincoli e oneri sui contratti a termine e aumentato il costo dei licenziamenti illegittimi. Gli imprenditori, grandi e piccoli, sopratutto nel Nord, base elettorale della Lega, hanno protestato con forza. Il leader del Carroccio, e anche lui vicepremier, Matteo Salvini è corso ai ripari promettendo di attenuare i vincoli e reintrodurre i voucher in agricoltura e turismo. In prospettiva lo scontro si riaprirà sulla manovra per il 2019. Per la Lega la priorità è la dual tax (15 e 20%), per i 5 Stelle il reddito di cittadinanza. Per fare tutto non ci sono i soldi. Chi vincerà?

Infrastrutture

Lo scontro sulle infrastrutture è emblematico della distanza tra gli interessi e le visioni del Movimento 5 Stelle e della Lega. Esso, ricomposto a fatica, con formule di compromesso nel «contratto di governo», è esploso sulla Tav e sul Tap. La Tav è la linea ferroviaria Torino-Lione concordata fra Italia, Francia e Ue, la cui realizzazione è cominciata nel 2011, ma è stata sempre avversata dai 5 Stelle, che la ritengono un’opera inutile e costosa. Il ministro delle Infrastrutture, Danino Toninelli (5 Stelle) avverte: «Nessuno si azzardarsi a firmare nulla», l’opera va «ridiscussa integralmente». Gli risponde il suo sottosegretario Edoardo Rixi (Lega): «Per noi la Tav è strategica». Il Tap è invece il gasdotto tra l’Azerbaijan e l’Europa, con approdo in Puglia. Anche qui i 5 Stelle sono contrari, compresa la ministra del Sud Barbara Lezzi. La Lega si è sempre opposta a fermare i cantieri.

Vertenze aziendali

Le grandi vertenze aziendali passano sul tavolo del superministro del Lavoro e dello Sviluppo, nonché vicepremier e capo politico dei 5 Stelle, Luigi Di Maio. Che ha deciso un cambio di rotta sull’Ilva di Taranto, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa (circa 14 mila dipendenti) e, insieme con il collega di partito e ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, sull’Alitalia. Sull’Ilva, Di Maio ha rimesso in discussione la gara con la quale nel 2017 l’acciaieria è stata aggiudicata al gruppo ArcelorMittal mentre su Alitalia, Toninelli ha detto: «Torneremo a farla diventare compagnia di bandiera con il 51% in capo all’Italia». Nella passata legislatura la Lega aveva accusato il governo di voler salvare il «carrozzone» Alitalia con i soldi del Nord. La Lega inoltre si oppone a qualsiasi progetto di chiusura dell’Ilva, che invece periodicamente riemerge fra i 5 Stelle.

Legittima difesa

«Difendersi in casa propria, nel proprio negozio o nella propria azienda, senza aspettare di essere aggrediti, è un sacrosanto diritto. Voglio fare di tutto per disarmare i delinquenti e proteggere gli italiani per bene». È la posizione del ministro dell’Interno e vicepremier nonché leader della Lega, Matteo Salvini. In Senato sono in discussione 6 disegni di legge in materia (3 di Forza Italia, uno di Fratelli d’Italia, uno di iniziativa popolare e uno appunto della Lega). Il Carroccio considera il tema prioritario e spinge per un’approvazione rapida della riforma. I 5 Stelle, invece, sono molto cauti e sottolineano la necessità di fare «tutti gli approfondimenti del caso». Soprattutto nell’ala sinistra del movimento pentastellato, l’eventuale rafforzamento del diritto a detenere armi da fuoco e ad utilizzarle contro chi violi la proprietà privata è visto con sospetto.

Famiglia

Lo scontro era nell’aria, ma è esploso solo l’altro ieri quando il ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, ha detto alla Camera che non si possono riconoscere i figli di coppie gay o lesbiche nati all’estero grazie a pratiche vietate in Italia come la maternità surrogata. Fontana ha subito ricevuto il sostengo di Matteo Salvini: «Il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà» è una delle questioni a cui «il governo darà voce e difesa in ogni sede», ha affermato il vicepremier. Di tutt’altra opinione i 5 Stelle, con il sottosegretario alla Presidenza, Vincenzo Spadafora: «Invito il ministro Fontana a fermare la propaganda ed aprire un dialogo culturalmente serio, di riflessione e di discussione, per evitare che il nostro Paese torni 10 anni indietro». E Chiara Appendino, sindaca di Torino, assicura: «Continueremo a riconoscere i figli di coppie dello stesso sesso».

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