“Libera nos a malo”: provincialismo e dialetto

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“Libera nos a Malo” (1963) è il libro esordio di Luigi Meneghello, autore vincentino, attivo nel secondo Novecento nel panorama letterario italiano. Il titolo ci può dare anticipazioni stilistiche sull’usus scribendi dello scrittore: possiamo infatti notare come sia l’unione tra il senso dell’espressione evangelica “liberaci dal male” e la città natale dell’autore, “Malo”.

L’opera va immediatamente collocata in un periodo della letteratura italiana nel quale la polemica sull’uso del dialetto nei romanzi era in pieno sviluppo. L’ambiente era sicuramente vivace, basti nominare scrittori quali Carlo Emilio Gadda, Beppe Fenoglio e Pier Paolo Pasolini.

L’anti-romanzo di Meneghello

Nel caso di “Libera nos a Malo” potremmo parlare di romanzo-trattato. Esso contiene tanti piccoli racconti che si muovono tra la lingua italiana, lingua colta e arricchita con frasi in latino, in francese, in inglese, che pullula di citazioni ed allusioni, e il dialetto del suo paese d’origine. Un dialetto che al contrario del suo utilizzo consistente negli autori sopracitati, diviene in Meneghello un utilizzo mirato ma non abbondante. A prima vista sembra quasi essere quantitativamente poco, ma si può avvertire presto come la sua funzione sia fondante, come emerga alla superficie in ogni pagina.

Nei primi dodici capitoli dell’opera l’autore ci racconta la sua infanzia con una particolare attenzione all’aspetto di Malo, ai suoi costumi, alla sua storia e alla situazione dialettale. Lentamente i vari racconti si raggruppano intorno a tematiche ben precise come le compagnie giovanili, il sesso, l’adulterio, la religione, come fossero studi di antropologia locale e di storia recente. Si arriva ad una circolazione continua fra trattato ed episodi narrativi.

Il dialetto di Malo

Abbiamo già accennato all’utilizzo del dialetto nell’autore vicentino ma dobbiamo precisare alcuni aspetti del pensiero di Luigi Meneghello. Per lui il dialetto si identificava con la prima lingua parlata, insomma, la lingua. È la lingua naturale, della mamma e dei compagni di giochi. Ogni parola del dialetto vibra di sensazioni e ricordi, si lega alla vita e ai sentimenti. Al contrario la lingua italiana si apprendeva a scuola, in modo sistematico. È la lingua intrisa di linguaggio politico (fascista a quel tempo) e di preconcetti religiosi, è la lingua dei maestri e del potere.

Si potrebbe affermare che il dialetto sia il nucleo attorno al quale tutto viene prodotto, persino i ricordi.

Anche lo stesso humour, la stessa ironia con i quali l’autore tratta la narrazione hanno fondamenta linguistiche facilmente dimostrabili. Il dialetto possiede infatti una giocosità naturale, derivante dalla libertà che dimostra nei confronti delle limitazioni e delle ipocrisie dell’educazione borghese.

Un libro da scoprire, un paese in cui addentrarci, una lingua viva e forte. Non sarà sicuramente una lettura delle più semplici e forse si avvertirà la necessità di una rilettura dell’opera in questione, ma ne varrà la pena.

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