Albert Schweitzer: lo stregone bianco

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“E’ la capacità dell’uomo di simpatizzare con tutte le creature viventi che fa di lui veramente un uomo”

Oggi racconterò la storia di un uomo che con la sua passione, con la sua particolare filosofia ha usato la propria vita per migliorare quella di altre persone. Una filosofia e una storia che si possono racchiudere con alcune semplici parole: il rispetto per la vita. Attraverso la sua esperienza in Africa elaborò un’etica che non si limitava al rapporto dell’uomo con i suoi simili, ma che si rivolgeva a ogni forma di vita; un’etica completa perché totalmente integrata e armonizzata in un rapporto spirituale con l’Universo.

Albert Schweitzer nasce a Kayserberg, un paese nell’Alsazia Meridionale, nel 1875. Figlio di un pastore luterano, è cresciuto in un piccolo villaggio, Gunsbach, dove il padre predicava. Peculiarità di questo villaggio era la presenza di due confessioni diverse e due lingue diverse. Cattolicesimo, protestantesimo, francese e tedesco. Questa particolarità ha permesso al giovane Albert, sin da piccolo, l’importanza della conciliazione:

Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione […] Le differenze tra le Chiese sono destinate a scomparire. Già da bambino mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio”.

Durante l’infanzia ebbe diversi problemi: spesso era malato, aveva dei problemi nella lettura e nella scrittura, faceva fatica ad imparare. Ma nonostante questo dimostrò subito un incredibile talento per la musica, impara presto a suonare l’organo, e una spiccata emotività che poi lo contraddistinguerà per tutta la vita. Nel 1893, a 18 anni, si trasferisce a Strasburgo per studiare teologia e filosofia. Durante gli anni dell’università sviluppa una passione smisurata per la musica classica, passione che sarà poi una costante durante la sua vita. Nel 1899 si laurea e allo stesso tempo diventa anche vicario nella Chiesa di San Nicola a Strasburgo. Nel giro di pochi anni, nel 1902, ottenne la cattedra di teologia e, l’anno successivo, divenne preside della facoltà e direttore del seminario teologico.

Ma sarà nel 1904 che la sua vita cambierà per sempre. Dopo aver letto un bollettino della Società missionaria di Parigi che lamentava la mancanza di personale specializzato per svolgere il lavoro di una missione in Gabon, Albert sentì che era giunto il momento di dare il proprio contributo e, un anno dopo, all’età di trent’anni, si iscrisse a Medicina, ottenendo nel 1911 (a trentotto anni) la sua seconda laurea, in medicina con specializzazione in malattie tropicali. In quel preciso istante si manifestò tutta la sua emotività, tutta la sua spiccata sensibilità verso qualsiasi forma di vita tanto da sentire come irresistibile il richiamo-vocazione a spendere la sua vita a servizio dell’umanità più debole. Ma era pronto ad abbandonare tutto quello che era stato il suo mondo fino ad allora? La risposta la da lui stesso:

Qui molti mi possono sostituire anche meglio, laggiù gli uomini mancano. Non posso più aprire i giornali missionari senza essere preso da rimorsi. Questa sera ho pensato ancora a lungo, mi sono esaminato sino al profondo del cuore e affermo che la mia decisione è irrevocabile

Arriva nel Gabon durante l’aprile del 1913. Da quel momento in poi, lui e la moglie, Hélène Bresslau, dedicarono completamente la loro vita ad aiutare e curare le popolazioni indigene del posto. Aprì un primo ospedale, molto spartano, per poter prestare le prime cure. Nel 1953 viene insignito del premio Nobel per la Pace e con i proventi dell’assegnazione, costruisce un ospedale per i lebbrosi. Il rapporto con gli indigeni non è stato sempre facile ed idilliaco.  Anche durante la vecchia Albert scelse di rimanere in Africa, di non tornare più nella sua terra d’origine. Infatti, nel 1965, ormai novantenne, morì tra la natura incontaminata della foresta vergine, vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto se stesso. Fu sepolto all’ansa del fiume di Lambaréné.  Gli indigeni del posto lo chiamarono Oganga, ovvero “stregone bianco”, il giusto tributo per una persona che ha fatto miracoli.

Si conclude qui la storia di Albert Schweitzer, un uomo che con la sua generosità, il suo amore per la vita dovrebbe essere di esempio per tutti. Persone come lui che comprendono veramente il senso delle cose vanno rispettate e conosciute. Lo stregone bianco di magie ne ha fatte, una tra tutte quella di aver lottato per tutta la vita per cercare di seguire il proprio ideale. E sicuramente per questo verrà ricordato per sempre.

“L’ideale è per noi quello che è una stella per il marinaio. Non può essere raggiunto, ma rimane una guida”  Albert Schweitzer

Andrea Belegni

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About Author

Andrea Belegni, anconetano doc, classe 1997. Attualmente studio Scienze Umanistiche curriculum filosofico presso l’università di Urbino Carlo Bo. Mi piace vedere la filosofia e la storia con una funzione attiva e non solo narrativa, per questo cerco di applicare queste due discipline a casi quotidiani, reali e contemporanei. Sono attivo nel campo della politica e amo scrivere. Appassionato di sport, cerco di seguire ogni disciplina. Scrivo su Sistema Critico ormai da un anno e mi occupo di Filosofia e Storia.

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