Il Templio dei Bentivoglio – Dal terremoto all’Oratorio di Santa Cecilia (parte II)

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Ci eravamo lasciati raccontando di quando i pennelli di Francesco Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini si erano incontrati tra 1505 e 1506 nel cantiere pittorico di Santa Cecilia. Progetto fortemente voluto da Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna, come ex-voto per essere sopravvissuto, con la sua famiglia, ai terremoti che sconvolsero l’Emilia tra 1504 e 1505. Nel precedente articolo avevamo osservato la prima parte delle storie, tratte della Leggenda aurea di Jacopo da Varazze, della santa titolare della chiesetta di via Zamboni. In questo secondo episodio ci addentreremo nelle pitture disposte lungo la parete destra di quello che ora è diventato l’oratorio dell’antistante San Giacomo Maggiore. Nei piani di Giovanni II tale restauro non era solo un intervento devozionale ma si iscriveva in un progetto politico-celebrativo assai più vasto e articolato.

La storia continua

Nella prima scena che ora analizzeremo, la sesta dell’intero ciclo, troviamo ancora una volta il genius loci: Amico Aspertini. La pittura rappresenta la sepoltura di Valeriano e del fratello Triburzio. I corpi dei santi vengono ricomposti dopo il martirio e avvolti in candidi lenzuoli in attesa della sepoltura. La scena è caratterizzata da una intensa drammaticità. A sinistra troviamo Cecilia che piange mestamente, coprendosi il viso per il dolore. Da notare le corone, simbolo del martirio, sul capo della santa e del suo sposo, mentre ve n’è una accanto a Triburzio. Vari i riferimenti all’antichità che Aspertini colloca nella scena. Triburzio è ispirato al Niobide Maffei mentre il giovane di spalle è ripreso dalla Colonna Traiana. La composizione centrale è tratta invece da un sarcofago romano, ora a Wilton House, raffigurante la Morte di Meleagro. nell’uomo seduto a destra è invece riconoscibile il Torso del Belvedere.

Amico Aspertini, Sepoltura di San Valeriano e San Triburzio, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

Amico Aspertini, Sepoltura di San Valeriano e San Triburzio, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

La scena è direttamente collegata a quella precedente, dipinta sulla parete opposta, con il martirio dei due fratelli: in questo riquadro Valeriano dirige lo sguardo al di fuori della composizione, in direzione della sua tumulazione. Nel volto del santo leggiamo l’accettazione del sacrificio. Scruta l’osservatore ricordandogli che la fede è anche martirio. Tornando alla scena del seppellimento possiamo notare altri richiami. Nel lato corto del sarcofago Aspertini ha raffigurato, in un finto bassorilievo, l’Ultima Cena. Essa richiamerebbe il sacrificio di Cristo, qui comparato a quello dei due fratelli. In primo piano sulla sinistra troviamo, dipinta in una curiosa scatola prospettica, una scena policroma di una esecuzione: in basso si può osservare un fuoco acceso con sopra un calderone in cui sta Cecilia, prefigurazione di ciò che accadrà alla santa. L’architettura qui dipinta richiamerebbe le pitture della Domus Aurea, scoperta solo poco tempo prima e sicuramente studiata dal pittore bolognese.

part. con martirio di Cecilia e Ultima cena

La legge umana sfida quella divina

È sempre lo stesso pennello, assieme ad altre maestranze non meglio identificate, a firmare il settimo riquadro della storia: il processo a Santa Cecilia. Fa qui la sua comparsa il prefetto di Roma Turcio Almacchio, incaricato di svolgere il processo, volendo incamerare i beni dei due fratelli. Almacchio, siede sopra i gradini, all’ombra di due grandi statue. Cecilia è interrogata dal prefetto e, con estrema eleganza, pare pronunciare la sua difesa. Il suo viso è rivolto verso il fedele. Vi traspare un sentimento di mesta accettazione per quello che sarà il suo destino: il martirio. Di particolare interesse, all’interno della scena, sono le insegne tenute dalle due statue di marmo e il bastone di Almacchio: tutti e tre eseguiti in rilievo dorato tramite il sapiente uso della pastiglia.

Amico Aspertini, Processo di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

Amico Aspertini, Processo di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

La pena a cui è condannata Cecilia è tremenda. La sentenza prevede che la donna debba morire immersa nell’acqua bollente: un suplizio atroce. I carnefici si mettono all’opera ma la santa ne esce miracolosamente illesa. Il prefetto di Roma, infuriato, dà ordine di farla immediatamente decapitare. Inspiegabilmente Cecilia sopravvive nonostante sia stata colpita dal boia ripetutamente. La legge romana infatti sanciva il divieto di colpire per più di tre volte il condannato. Nonostante Jacopo da Varazze riporta che il luogo del martirio fosse il “bagno” della casa della santa, Aspertini e i suoi aiutanti collocano la scena all’aperto, in continuità col paesaggio delle scene attigue. Il pittore fonde insieme le due condanne, uno straordinario pastiche carico di pathos. Sorprende il monocromo, posto alla base del podio di destra, in cui è raffigurata una figura dormiente. È il sonno della ragione che cede alla forza bruta del male.

Amico Aspertini e altri, Martirio di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

Amico Aspertini e altri, Martirio di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

part. dal palco del giudice

L’eredità di Cecilia

Cecilia nonostante le ferite subite sopravvive ancora per tre giorni. In questo lasso di tempo dona tutti i suoi beni e quelli di Triburzio e Valeriano ai poveri, mentre lascia la propria casa in mano alla Chiesa. In questa scena Lorenzo Costa dispone le sue figure, sontuosamente abbigliate, in modo tale che il centro cada sul punto di visione dello spettatore. La Passio racconta che la casa di Cecilia fu convertita in chiesa. Proprio lì, narra la leggenda, si sarebbe innalzata la meravigliosa Basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Lorenzo Costa crea una spazialità sorprendente, districando la scena su molteplici piani. A sinistra possiamo accorgerci della distanza dalla città, una Roma immaginaria, misurandolo tramite le varie figure che si frappongono tra il primo piano e l’Urbe. Sulla destra si apre un paesaggio lacustre: qui si scorge un monaco intento a leggere e un soldato armato di tutto punto.

Lorenzo Costa, Elemosina di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

Lorenzo Costa, Elemosina di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

Torna dunque alla Casa del Padre Cecilia. Spira attorniata dalla comunità cristiana che sempre l’ha accompagnata lungo la sua esistenza: vita interamente dedicata a Cristo e alla umile Chiesa delle origini. È proprio papa Urbano, insieme ai suoi diaconi, a far seppellire il corpo della santa nel luogo in cui riposano i martiri e i vescovi, lungo la Via Appia, in quelle che ora sono conosciute come le Catacombe di San Callisto. È Francesco Raibolini, detto il Francia, a terminare il ciclo di Santa Cecilia con un affresco sorprendente. La scena si apre in una valle, i personaggi, in continuità con le colline alle loro spalle, sono disposti in maniera tale da isolare e mettere in evidenza Cecilia. La santa sta per essere adagiata nel suo sepolcro. Dal suo volto traspare una sensazione di idilliaca tranquillità: dorme il “sonno del giusto”.

I partecipanti alle esequie della santa sono tutti accomunati da un composto senso del lutto, da cui però traspare tutto il dolore per la perdita di una donna straordinaria. Il sarcofago in cui verrà adagiata Cecilia è ornato da un motivo vegetale a spirale, è di tipo pagano. Esso d’ora in poi conterrà il corpo di una santa e così, il genio del Francia, ha inserito in primo piano un crocifisso magnificamente scorciato. Nella parte alta dell’affresco, isolato da tutto e tutti, quasi in punta di piedi, se ne va l’anima di Cecilia, trasportata in Paradiso dal suo angelo protettore. A sinistra, al centro della schiera, colpisce la figura di papa Urbano. Sta benedicendo la salma della martire. È una figura di incredibile eleganza, partecipa al lutto in maniera ancora più intensa degli altri presenti. Il papa guarda Cecilia come un padre guarda il corpo senza vita di suo figlio.

Francesco Francia, Sepoltura di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

Francesco Francia, Sepoltura di Santa Cecilia, 1505-1506, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

Cantantibus organis

Caecilia in corde suo

soli Domino decantabt dicens:

fiat cor et corpus meum immaculatam

ut non confundar.

I lavori per la chiesa di Santa Cecilia terminarono verosimilmente nel 1506, poco prima della cacciata di Giovanni II Bentivoglio, e della sua famiglia, da parte delle truppe pontificie che, proprio in quell’anno, entrarono in armi a Bologna. Il progetto bentivolesco era dunque appena concluso quando la famiglia, che fino a quel momento fu a capo della città felsinea, venne scacciata con la forza. Santa Cecilia, quasi naturale prosecuzione della attigua cappella di famiglia in San Giacomo Maggiore, avrebbe concluso il Templio dei Bentivoglio, proiettando il ricordo di Giovanni II e della sua dinastia sugli altari della storia, consacrandoli all’eternità. Sono passati secoli dal varo di quel progetto, molto è cambiato e molte cose sono andate perdute, eppure la memoria di questi straordinari committenti è ancora lì, capace di affascinare e coinvolgere ancora oggi.

FINE II PARTE

Danilo Sanchini

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