La generazione in rete

1

Scambiarsi informazioni, spunte blu, condividere foto, telefoni accesi anche di notte. Siamo sempre più connessi, più raggiungibili.

Ma quanto sono belli quei rari momenti di disconnessione?  Qual’è il costo di tutto questo progresso tecnologico e digitale?

Un rapporto simbiotico

Il senso di smarrimento che proviamo ogni volta che non troviamo il telefono, trovandoci a frugare nervosamente nelle tasche. Unito alla paura di averlo lasciato da qualche parte, in qualche posto dove non lo troveremo mai più.

L’ansia della batteria che si sta scaricando, il bisogno (quasi fisico) di avere dell’elettricità. Altrimenti il telefono “muore” e non saremo più raggiungibili.

Il fastidio e l’intolleranza che proviamo quando non c’è copertura, l’indignazione che ci assale nel vedere la famosa scritta “nessun servizio”.  Il bisogno di spostarsi, trovare un punto dove finalmente quella dicitura andrà via.

L’hardware ha modificato il nostro software emozionale.

Abbiamo l’ansia di rispondere, l’ansia di vedere se ci rispondono, di verificare la doppia spunta blu, di diffidare di quei “James Bond” con la doppia spunta blu nascosta, insieme all’orario di accesso. Non importa che magari vogliano solo un po’ di privacy, sospettiamo, almeno per un momento, che vogliano nascondere qualcosa.

Siamo curiosi: per qualche strana perversione del nostro essere, ci piace sapere cosa gli altri fanno, dove vanno, come si vestono e soprattutto con chi si accompagnano. Siamo un pò stalker, a loro volta stalkerizzati.

E la comunicazione? Avviene quasi esclusivamente attraverso mezzi virtuali. La maggior parte delle persone non ha più il coraggio di manifestare apertamente i propri pensieri o sentimenti, se non per mezzo di messaggi  o bacheche virtuali.

Siamo sempre più chiusi, non ci mettiamo quasi mai in gioco in prima persona. Fino ad arrivare a perdere il contatto con la realtà.

“Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli.”

Tonino Cantelmi

Arriva alla totale alienazione, che lo porta all’isolamento, a non avere più rapporti sani e autentici con i coetanei o con i genitori e restare incatenato davanti a quel monitor o a quello smartphone. La tua vita appartiene alla rete; non esistono più veri amici, ma amici virtuali, con i quali non si riescono a instaurare legami duraturi e, possibilmente non si arriva neppure a conoscerli fisicamente.

Spesso la foto del proprio profilo è falsa o ritoccata. Per sentirsi più sicuri di sé. Se il risultato fosse soddisfacente, si potrebbe pensare quasi ad un gioco di ruolo ma ciò, molto spesso, non accade. Anzi, questo modo di approcciarsi agli altri, si ritorce contro chi lo utilizza, con l’effetto di rendere il soggetto ancora più solo.

Il bello di scollegare

Condividere tutto con tutti è un po’ come non condividere niente con nessuno. E può essere bello stare zitti, a volte. Non esprimere opinioni. Non vantarsi di nulla. Tacere. Spegnere. Scollegare.

Ricordare che una telefonata è più umana di un messaggio vocale, che è a sua volta più umano di un messaggio scritto. E possiamo ricordare che uscire insieme è diverso da vedersi su Facetime. E che siamo persone, non codici, e indirizzi IP, e like, e commenti, e file inviati, e sticker, ed emoticon. Che siamo fatti di gesti, e rossori, e tessuti, e voci, e lacrime, e odori, e risate.

E che a volte è giusto condividere fisicamente, nello stesso spazio reale, gli eventi.

Godere così tanto di una cosa da non sentire l’urgenza di condividerla online è un’esperienza sempre più rara. Come quelle serate bellissime con gli amici, in cui si sta così bene e c’è così tanto da raccontarsi che nessuno propone di farsi un selfie.

Sono quei momenti che ricorderemo noi, sono la nostra vita e non ci serve il video natalizio di Facebook che ci racconti che anno stupendo abbiamo appena passato.

Oltre al web

La sfida non deve essere come ‘usare’ bene la rete, come spesso si crede, ma come ‘vivere’ bene al tempo della rete.

Antonio Spadaro

La parola web in inglese significa rete, ma anche ragnatela. Quest’ultima è quasi invisibile, ma davvero affascinante. Dobbiamo stare attenti a non rimanerne prigionieri.

Oltre il mondo virtuale, “là fuori”, c’è una realtà pulsante, che langue, che esiste. Viviamola. Anche quando non è proprio splendida.

Alice Mauri

 

Di Alice Mauri leggi anche:

https://www.sistemacritico.it/invisibilita-del-male/

https://www.sistemacritico.it/il-festival-delle-apparenze/

https://www.sistemacritico.it/kant-e-la-legge-0-della-robotica/

 

Share.

About Author

Alice Mauri, gradarese, nata nel 1997. Sebbene le mie passioni siano la letteratura e la filosofia, sono laureanda in Informatica Applicata all'Università di Urbino Carlo Bo. Scrivo nella sezione di filosofia per Sistema Critico. Sfogo la mia passione per la scrittura e la poesia su un piccolo blog personale.

1 commento

  1. Pingback: Avere vent'anni richiede nervi saldi - Sistema Critico

Leave A Reply