Barbari e Medioevo – Intervista a Tommaso di Carpegna Falconieri

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“Se studiate il Medioevo vi accorgerete che è diverso da ciò che siamo, da ciò che l’Europa è oggi diventata. Avrete come l’impressione di fare un viaggio all’estero. Occorre non dimenticare che gli uomini e le donne di questo periodo sono i nostri antenati, che il Medioevo è stato un momento essenziale del nostro passato, e che quindi un viaggio nel Medioevo potrà darvi il duplice piacere di incontrare insieme l’altro e voi stessi.”
(Jacques Le Goff)

In occasione dell’ultima edizione del Festival del Medioevo di Gubbio abbiamo avuto il piacere di rivolgere qualche domanda al Professore Tommaso di Carpegna Falconieri, docente di Storia medievale all’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino e presidente della Scuola di Lettere, Arti e Filosofia dell’ateneo.

Quanto Medioevo c’è ancora oggi, nel mondo contemporaneo?

«Ce n’è più di quanto non si creda. Del Medioevo siamo figli e genitori. Figli perché vi sono lasciti medievali ovunque, a partire dai nostri nomi, in Italia ancora più che negli altri paesi. Il Medioevo ha lasciato tracce indelebili anche nella struttura degli abitati: solitamente quelli in altura sono di origine medievale, esito del fenomeno dell’incastellamento. Ma di Medioevo ce n’è altrettanto nella nostra testa (in questo senso siamo i suoi genitori del medioevo): lo usiamo come contenitore della nostra fantasia. Quando pensiamo a qualcosa di fantastico, molto spesso lo inscatoliamo in un’ambientazione medievale. Tutto questo è alla base del fantasy.»

Il Medioevo è davvero un periodo buio, come spesso si crede? Da che cosa può essere scaturita questa immagine?

«Se serve credere che sia così, sarà così. Sono costruzioni ideologiche. Il concetto di Medioevo è un concetto antagonista, nasce come idea di opposizione, per definire qualcosa di diverso da me. È un concetto equivalente al principio di “invenzione del nemico”: io, sono buono, ciò che è diverso da me è cattivo (cioè “barbaro” perché non parla la mia lingua). “Medio – evo” è negativo per forza, rende l’idea di un qualcosa che riempie un vuoto tra due pieni ‘positivi’: l’età classica e quella moderna. Oggettivamente considerato, il Medioevo sono mille anni in cui è successo di tutto.»

Quanto è importante un festival come quello di Gubbio per far riscoprire la bellezza e l’attualità del Medioevo?

«E’ molto importante perché l’Italia soffre ancora, nonostante tutto, di una distanza tra il sapere accademico e la “piazza”. Perciò questi sono luoghi di incontro, di congiunzione, in cui effettivamente c’è una fusione dei saperi. Un luogo in cui si incontrano tutti: dall’accademico al politico, alla persona curiosa. Questi luoghi di incontro sono fondamentali. In più, il tema di quest’anno ( “Barbari. La scoperta degli altri”) è particolarmente importante perché obbliga a ragionare sulle relazioni tra il passato e il presente, con un tema che è di attualità lacerante, cioè il tema delle “barbarie”. Quindi quando si parla di medioevo e di “barbarie” nel medioevo, si ha anche l’occhio e il pensiero rivolti al mondo contemporaneo. Un evento del genere è molto, molto utile.»

“Barbari Forever”, questo è stato il titolo del suo intervento al Festival del Medioevo. A tal proposito, come è cambiata la concezione del termine “barbaro” nel corso del tempo?

«Dobbiamo partire dal presupposto che le parole sono versatili perché il loro valore è determinato dall’uso che voglio farne. Tale polisemia si ritrova in molte parole. Ad esempio “nero” che, di per sé, non è una parola negativa ma lo può diventare. Allora il “barbaro” può essere visto come colui che sovverte l’ordine, che è anarchico, che distrugge la civiltà, che è crudele. C’è tutta una lunga storia di questa espressione che in realtà accompagna la creazione del concetto di civiltà. “Barbaro” è colui che sta al di fuori della civiltà. Tuttavia possono nascere ideologie diverse nel momento in cui inizio a riconoscermi nel “barbaro” e non nell’uomo di quella civiltà che disprezzo. È quello che è successo quando in diversi paesi come la Germania, la Francia e la Gran Bretagna si è cominciato a valutare positivamente le “invasioni barbariche”, in quanto viste come apportatrici di nuova linfa vitale da parte di popoli vincitori e dunque “superiori”. La “barbaritas” è diventata un qualcosa da ammirare. Un ragionamento alla base di tale costruzione ideologica era che i Barbari avessero distrutto quello che ormai era un impero meticcio portando le loro pure razze a dominare su un Mediterraneo mescolato e dunque, impuro. Da questo deriva tutta la costruzione del barbaro come eroe che ha, ovviamente, le sue derive semplicemente fumettistiche (basti pensare a “Conan il Barbaro”), ma sfocia anche in applicazioni ideologiche molto sinistre, come nel nazismo. Quindi, è chiaro che quando si parla di “barbari” bisogna stare molto attenti, perché non si sta giocando con una parolina priva di senso.»

Valentina Basili

Andrea Belegni

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