Parole che si svuotano

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Uno scenario sempre più frequente: mancanza di parole per esprimere il proprio pensiero o le proprie emozioni.

Dopotutto, quali e quante sono le parole che la cultura di massa usa per parlare? Poche, pochissime, sempre meno.

Spetterebbe alla letteratura e alla poesia, a un certo cinema e un certo teatro, arricchire il nostro lessico emotivo.

Ma quanti, oggi, hanno tempo, capacità e voglia da dedicare a letture e visioni che non siano semplici e veloci? E quante volte, nelle nostre vite concitate, troviamo l’occasione per parlare di emozioni in modo non sommario e banalizzante? Sempre meno.

Parole che si svuotano

Nelle pubblicità, in radio, nel parlato, si tende a usare (ed abusare) di una stessa parola in più contesti, fino a farle perdere significato. Come quando i bambini giocano a ripetere velocemente una parola ad alta voce, fino a farle perdere significato e non riconoscerla più.

Un esempio è la parola “passione”: da Campari “Red Passion” alle «due facce della passione» di Amadori, fino a «la passione si sente» di Radio 24. È possibile che si provi lo stesso sentimento in tutti questi ambiti?

Ovviamente no.

Mancanza di comprensione

Una conseguenza di questo impoverimento lessicale, non è solo una mancanza di comunicazione, ma anche una repressione di sentimenti.

Quando si entra in relazione con un altro essere umano accade che ogni suo gesto, espressione, azione ed emozione attivi nel nostro cervello gli stessi neuroni che l’Altro impiega per farlo: i neuroni-specchio.

Lo stesso accade per le parole, le quali attivano i neuroni specchio-eco. Per effetto del rispecchiamento e della simulazione, si entra in consonanza oppure in dissonanza con l’Altro secondo la valutazione emotiva che interviene.

Quindi, non saper leggere e comunicare le proprie emozioni ha, come conseguenza, il non saper leggere e comprendere le emozioni degli altri.

Meno parole, più fatti

Se le parole vengono meno, come possiamo esprimere ciò che proviamo? Coi gesti.

Le emozioni non espresse vengono tramutate direttamente in fatti.

pro

È funzionale in caso di pericolo, o nel caso della passione.

Senza la spinta dell’interesse e della passione verrebbe a mancare l’energia dei grandi progetti, i quali richiedono tempi lunghi e rinnovato impegno. Non si può sposarsi, intraprendere una professione o una ricerca senza un minimo di passione.

In caso di paura, invece, una risposta pronta ci impone di evitare il pericolo imminente.

contro

Ma se si trattasse di rabbia? Il mancato controllo dell’aggressività e dell’ostilità potrebbe portare alla distruttività.

Cosa succede se le normali emozioni vengano esaltate al punto di andare oltre la passione e diventare un atteggiamento mentale disadattivo?

La paura diventa fobia, ovvero senso di pericolo per qualcosa che pericoloso non è. La fiducia viene esaltata al punto che scompare ogni prudenza, fino a sconfinare nel delirio d’onnipotenza o nella mania. La rabbia ostile diventa la distruttività maligna. Il piacere edonismo. La tristezza depressione o delirio di persecuzione.

Non a caso, in Italia da anni i delitti in ambito relazionale hanno superato in numero i delitti a sfondo delinquenziale.

Dove e quando si apprendono i sentimenti?

Secondo il filosofo Umberto Galimberti, il sentimento non è una dote naturale: è una dote che si acquisisce culturalmente.

Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani.

Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, allora il sentimento non si forma.

E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione.

Siamo esseri sociali

L’essere umano è molto più di una serie di competenze linguistiche, matematiche o tecnologiche. Siamo soprattutto esseri sociali ed emotivi, dimensioni che vengono spesso trascurate e persino sottovalutate nelle istituzioni educative.

Perché, ammettiamolo, non ci serve a molto saper risolvere un’equazione di secondo grado se siamo incapaci di comunicare con efficacia e di provare empatia per le persone che ci circondano.

Alice Mauri

 

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About Author

Alice Mauri, gradarese, nata nel 1997. Sebbene le mie passioni siano la letteratura e la filosofia, sono laureanda in Informatica Applicata all'Università di Urbino Carlo Bo. Scrivo nella sezione di filosofia per Sistema Critico. Sfogo la mia passione per la scrittura e la poesia su un piccolo blog personale.

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