È difficile essere giornalisti in Italia

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Giancarlo Siani, Mario Francese, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Cosimo Cristina, Mauro Rostagno, Pippo Fava, Peppino Impastato.  A questi giornalisti uccisi dalla mafia voglio accostare un nome, un nome importante anche se non a tutti conosciuto, cioè quello di Paolo Borrometi. Accostare il suo nome a quelli citati sopra è un peso che sento nel profondo del mio cuore. Non tanto perché loro, come tanti altri, siano stati nel corso della loro vita degli eroi della lotta alla mafia, ma per il semplice fatto che loro, i giornalisti d’un tempo, oggi non ci sono più. Accostare, dunque, un nome come quello di Borrometi, è per me un colpo al cuore. Ma tengo a sottolineare che tale accostamento è giustificato per il sol motivo che lui, come gli altri, è già un eroe.

Sugli otto giornalisti citati (escluso Borrometi) sei sono siciliani. Mauro Rostagno e Giancarlo Siani sono rispettivamente torinese e napoletano. Ma Mauro, come disse Claudio Fava, << è un siciliano più siciliano di me >>. Ed è, questo, un dato che deve scuotere la coscienza di molti individui.

Da “Ossigeno per l’informazione” i giornalisti, blogger, fotoreporter ed operatori TV che hanno subìto minacce, violenze o intimidazioni sono stati 3.508 dal 2006 al 2017. E la storia, o meglio, le storie, che oggi voglio raccontare sono due. La prima ha un filo conduttore col mese di Gennaio, e per questo diventa simbolica. Esattamente 36 anni fa usciva per la prima volta “I Siciliani”, il mensile che Pippo Fava, insieme ai suoi “carusi”, fondò nel 1983. Appena uscito lascia il giovane gruppo etneo a bocca aperta: le richieste sono molte di più di quelle che chiunque della redazione si aspettava. Il primo articolo è una mina che esplode, un fulmine a ciel sereno.

I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”.

I quattro che Fava prenderà sempre di mira sono Graci, Finocchiaro, Rendo e Costanzo, cioè coloro che a Catania davano lavoro dando la mano allo strapotere mafioso guidato da Nitto Santapaola. Scrive Fava nell’articolo:

 

“Per parlare dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente siano, protagonisti, comparse o semplicemente innocui e spaventati spettatori della grande  tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la Nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara la struttura della mafia negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici. E per meglio intendere tutto bisogna prima capire e identificare le prede della mafia nel nostro tempo. Una breve storia, terribile e però mai annoiante, poiché continuamente vedremo balzare innanzi, come su un’immensa ribalta, tutti i personaggi. Ognuno a recitare se stesso (Pirandello è qui di casa) nel gioco delle parti.”

 

Dunque Gennaio è il mese che più sento di dedicare a Fava, un uomo che aveva un senso etico del fare giornalismo.

La seconda storia, invece, riguarda Paolo Borrometi. E in un certo senso è ricollegata anche allo stesso Fava. Borrometi è il giornalista che oggi rischia più di tutti la vita. Questo perché nel 2013 ha fondato la testata giornalistica d’inchiesta online “La spia”. Ma questo, a Cosa Nostra, non va giù. Non riesce a digerire nemmeno le numerose inchieste quali il commissariamento per mafia di Italgas, il Mercato Ortofrutticolo di Vittoria, i trasporti su gomma gestiti dai Casalesi dai Mercati Ortofrutticoli, la presenza di Cosa Nostra e del traffico di droga da Gioia Tauro sino a Ragusa. Ecco perché Borrometi rischia la vita. Perché è un giornalista che, come Fava e tanti altri, ha un senso etico del giornalismo.

Ma in Italia si rischia ancora essendo giornalisti. In uno Stato dove si santifica chi si scatta un selfie in una piscina confiscata a un Boss e si denigra malamente persone come Saviano che, ricordiamo, lotta tutt’ora contro la camorra, è purtroppo una conseguenza la disinformazione sui rischi del giornalista (o almeno un giornalista che, come diceva Siani, << deve scatenare l’inferno >>

È tristemente visibile la poca importanza che si dà a chi tutti i giorni mette nome e cognome alla lotta alla mafia.

Dunque per questo motivo ritengo Paolo Borrometi un eroe degno di essere accostato agli eroi di mafia. L’unica, e, per fortuna, differenza è che con lui, Paolo, possiamo parlarci e capire davvero com’è rischiare la vita e quanto vivere sotto scorta non sia una “pacchia”, per citare chi preferisce i selfie in piscina.

 

Federico Napoli

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About Author

19 anni. Studio presso il liceo delle scienze umane di Pesaro. Scrivo saltuariamente per "Il resto del Carlino" di Pesaro. Interessato di fotografia, musica, politica e attualità. Sempre alla ricerca della verità, sogno di diventare giornalista reporter d'inchiesta.

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