Una lettura sulle elezioni regionali abruzzesi

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In Abruzzo domenica i cittadini si sono recati alle urne per eleggere il governatore ed i consiglieri regionali, con l’affluenza in lieve calo rispetto alle regionali
del 2012, dal 59% al 53% (circa).

Le elezioni politiche abruzzesi si rivelano importanti non solo sul piano funzionale/amministrativo (così come lo sono in via generale sia le elezioni amministrative che regionali), ma anche e forse, sopratutto sul piano politico.
Infatti è possibile scorgere la funzione di tale turnata elettorale anche come “termometro politico”, è una sorta di prova generale, una partita di allenamento in vista di una partita ufficiale, molto simile alle elezioni regionali siciliane che ormai da tempo precedono di poco tempo le elezioni politiche nazionali.
Entrambe queste elezioni forniscono un’efficiente spaccato politico contemporaneo che come tale già di primo impatto rivela dati ed “umori” importanti, ma ve ne sono
anche altri più reconditi comunque meritevoli di un approfondimento.
Come tutti noi ben sappiamo è stato Marco Marsilio, il candidato indicato dal centrodestra nonchè senatore di FdI a risultare vincitore trainato dal boom politico leghista in abruzzo che vede raddoppiata la propria % di consenso dal 13% al 26%.
A soccombere sono stati i 2 candidati Giovanni legnini e Sara Marcozzi, il primo supportato da forze politiche tradizionalmente definite di sinistra di cui il PD risulta
essere l’azionista di maggioranza si attesta sul 30%, mentre la seconda è il candidato designato dal Movimento 5 stelle, già proposto precedentemente dal movimento
stesso alle scorse elezioni regionali abruzzesi del 2014 confermandone anche la percentuale, sul 21%.
Ciò che a primo impatto risulta evidente comparando le elezioni politiche del 2018 con quelle regionali del 2019 sono l’exploit leghista, il crollo vertiginoso del M5S
ed una ripresa del PD.
E’ innegabile la prima evidenza, ossia l’exploit leghista, in primis in quanto ciò avviene in una regione tradizionalmente non sua, a tale proposito risulta essere almeno ad oggi vincente la scelta del leader del carroccio di trasformare il ruolo politico del suo partito da territoriale a “nazionale”, è una vittoria piena e senza riseve.
Con riferimento alle altre 2 evidenze (debacle del movimento e parziale risalita del pd) va però fatta qualche ulteriore considerazione, e questa considerazione deve
imprescindibilmente tenere conto di una triplice direttrice di ragionamento e comparazione.
Da una parte dovremmo tenere conto della differenza ed analogia tra elezioni politiche e regionali, dall’altra dovremmo comparare questo esito con quello delle politiche del 2018 ed infine attuando un’analisi storica dei responsi elettorali regionali abruzzesi.
Oltre che sul piano territoriale nonchè giuridico-istituzionale le elezioni regionali sono cosa ben diversa da quelle politico-nazionali, e ciò è dato da una serie di
ragioni, politiche, fattuali e giuridiche, ma lasciando da parte queste ultime possiamo tracciare un parziale bilancio comparativo.
Nelle elezioni regionali vi è una proliferazione di schieramenti politici, tale proliferazione finisce anche per influenzare la % del singolo candidato a seconda del
caso aumentandola o diminuendola.
In secondo luogo il richiamo territoriale come gi il nome delle elezioni stesso suggerisce è molto forte, finendo in talune circostanze per essere un voto sulla persona il quale si contrappone ad un “voto politico” che invece si lega maggiormente alle elezioni nazionali, ciò perchè almeno in via astratta sussiste un legame più forte tra cittadino ed istituzioni.
Infine per un’altra ragione, questa si basa su un dato fattuale, quello dell’affluenza la quale tende a premiare o punire determinate forze politiche a seconda della %,
infatti nelle elezioni politiche la affluenza è tendenzialmente molto più alta rispetto le regionali.
Dopo un’analitica, ma sintetica comparazione astratta tra elezioni politiche e regionali andrebbe fatta qualche considerazione sulla differenza tra queste regionali con le politiche del 4 marzo 2018.
Il movimento 5 stelle in abruzzo andò vicino all’en plein dei seggi uninominali grazie al 40% dei voti validamente espressi ottenuti, il Cdx si attesto al 35%, mentre
il Cdx ottenne il 36% dei consensi (di cui azionista di maggioranza risultava ancora essere forza italia) ed infine la coalizione di Csx che ottenne il 17,6% di cui il
14% ottenuto dal pd.
Oggi i rapporti di forza si sono capovolti in sede regionale, il movimento risulta essere sceso al 21, mentre il Csx risulta “rigenerato” forte del 30% ottenuto dal suo
candidato, ovviamente si cerca sempre di tirare l’acqua al proprio mulino, anche se sconfitti, se da una parte il movimento parla per tramite del suo candidato come
“buon risultato” per aver confermato la % di 5 anni fa, Legnini parla dell’abruzzo come punto da cui ripartire, ma è tutto vero o no?
La risposta sta nel mezzo, sicuramente il movimento poteva e forse doveva fare di più, ma storicamente è ormai assodato la mancanza di appeal provinciale e territoriale di tale ordinamento politico, seppur sia vero che a livello amministrativo governano Roma e Torino è altrettanto vero che questi rappresentano un unicum italiano, e 2 sono le ragioni principi di tale incapacità.
La prima è la assenza di un vero richiamo territoriale, mentre il cdx (ma in particolare la lega) sono imbattibili al nord, e così come il Csx seppur titubante ha la
propria rocca forte nel centro italia (in particolare zona appennini + emilia romagna) il movimento non è in alcun caso incasellabile politicamente, e ciò risulta
determinante in questi esiti elettorali.
La seconda ragione è la incidenza della affluenza e dunque anche dell’astensione al voto da parte del corpo elettorale, e non è un caso che questo abbia ottenuto i
propri migliori risultati nelle politiche in cui la affluenza è massima.
Per tali ragioni le affermazioni della Marcozzi e la linea di pensiero del movimento sono da una parte fondate, hanno propria ragion d’essere, ma dall’altra non perdono
occasione di evidenziare un vulnus, una scarsa capacità di tale schieramento politico di assumere una propria identità affinchè possa rendersi riconoscibile agli occhi
degli elettori, finendo per ottenere si molti voti, ma dalla forte eterogeneità che ne determina una scarsa stabilità politica in chiave temporale.
Diverso è il caso del Csx ed in particolare di Legnini, il quale sicuramente ottiene un buon risultato, ma che reclama una esegesi del responso elettorale.
Sicuramente la campagna elettorale promossa ha funzionato, e qui è stato un voto incentrato realmente sulla persona che non sulla “simpatia politica”, ciò nonostante
seppur permanga un elettorato di sinistra in Abruzzo questo non fa altro che evidenziare una tragicomica fuga di voti dal PD.
Infatti nonostante la percentuale dell’area di Csx sia complessivamente aumentata di ben più di 10 punti percentuali si denota ancora una continua emorragia di voti in
casa PD, passando dal 14% di marzo 2018 all’11% di domenica sera, risultato che ha del clamoroso ed in controtendenza rispetto ad ogni previsione.
Anche qui va detto però che fondamentale è lo storico delle elezioni regionali abruzzesi, infatti l’abruzzo a partire dalla seconda repubblica ha cambiato colorazione politica ogni 5 anni, nessuno schieramento o coalizione ha mai confermato la propria governance regionale per 2 elezioni regionali di fila, e venendo da un’ex governatore di “sinistra” era chiaro che il risultato non potesse che essere la sconfitta del candidato designato, ma non in questo modo.
Come termometro politico cosa dovremmo aspettarci dato tale responso elettorale in vista delle europee, ma anche oltre le europee stesse?
Verosimile risulta essere un Cdx sempre più forte e “piglia tutto”, in tutta italia con una % di voto oltre il 40% e con una lega di per sè oltre il 30%, un movimento
tutto sommato stabile al 21-22% in linea con le europee del 2014 e un centrosinistra che risulta essere un incognita, sicuramente non potrà andare bene, ma deve puntare ad “andare meglio” dotarsi di una guida efficace in vista delle elezioni, prima che fermi l’emorraggia elettorale e che eventualmente guadagni un minimo consenso.
Oltre le europee risulta difficile fare una previsione, personalmente ritengo che salvo un differenziale troppo elevato (oltre il 12%) non si tornerà in un futuro
prossimo a nuove elezioni, ma che comunque pone non pochi problemi per dei rapporti di forza intergovernativi ormai rovesciatesi.
Infine, se posso permettermi osservando il trend politico italiano e non degli ultimi 20 anni, è verosimile che per almeno i prossimi 2 anni il Cdx continui ad avere un
peso preponderante in ambito italiano, ma fondamentale nel futuro sarà guardare lo scenario internazionale, cui i politici nazionali saranno chiamati ad esserne interpreti ed applicatori nazionali, perchè ormai è evidente come seppur sotto il comando di diverse istituzioni governative i popoli mondiali nelle proprie scelte elettorali ormai presentino una forte somiglianza, da qui l’esigenza di guardare altrove, per non rimanere indietro.

 

Roberto Zaffini

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