Il Primo Re

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Lo scontro fra due mondi e la nascita di una leggenda

La vicenda di Romolo e Remo, della battaglia fra due fratelli legati l’uno all’altro da un Destino ineluttabile, affonda le sue radici in un passato lontano e, ancora oggi, è molto difficile riuscire a trovare un discrimine tra Storia e Leggenda.

Ed è proprio questo l’obiettivo che si pone Il Primo Re di Matteo Rovere: vuole trasportarci in quei tempi oscuri e per certi versi dimenticati; vuole avvicinarli ai gusti dello spettatore contemporaneo e ridestare nel suo subconscio il ricordo delle sue radici. Mostra il lato umano e di Romolo e di Remo, focalizzando la propria attenzione sugli uomini, più che sulla Leggenda.

Non v’è alcun elemento che rimandi al passato dei due protagonisti; la pellicola inizia in medias res e ci presenta due uomini che pascolano il bestiame lungo le rive del Tevere. Essi sono solo due pastori che cercano di sopravvivere, ignari delle vicende che la Storia ha in serbo per loro, ignari del fatto che una piena del Tevere li stia per investire, lavando via ogni traccia dell’esistenza che avevano conosciuto sino a quel momento.

Protolatino

Prima di addentrarci nell’analisi de Il Primo Re, è però necessario soffermarsi su quello che è forse il suo aspetto più interessante: la scelta linguistica. Infatti la lingua originale della pellicola è il cosiddetto Protolatino o Latino Arcaico. Era questo l’idioma che gli abitanti del Lazio parlavano fin dagli albori del I millennio Avanti Cristo.  Inizialmente potrebbe sembrare una mossa azzardata, eppure risulta la sola scelta possibile: recitare in Italiano o, ancora peggio, in Inglese avrebbe difatti compromesso il realismo dell’opera.

Nonostante il Protolatino, le parole escono naturali dalla bocca di Alessandro Borghi (Remo) e Alessio Lapice (Romolo). Inoltre i dialoghi sono molto semplici e, in alcuni casi, risultano comprensibili anche senza leggere i sottotitoli che li accompagnano.

Mors sua, Vita mea

Nella già citata ottica di voler avvicinare Il Primo Re ai canoni tanto cari al pubblico odierno, Matteo Rovere rappresenta questo mondo primordiale in tutta la sua crudezza. Laddove il più forte trionfa sul più debole, non c’è posto per i buoni sentimenti o per scene edulcorate. Il realismo permea l’opera per tutti i suoi centoventisette minuti e raggiunge la sua massima espressione durante le scene di combattimento. In tali occasioni infatti la violenza dello scontro ci appare vicina, anche se non è mai fine a sé stessa. Non mira a intrattenere lo spettatore, ma lo avvolge, lo porta a immedesimarsi con i protagonisti e a provare le loro stesse emozioni e paure.

Remo incarna il ruolo della guida, tuttavia, con l’incedere degli eventi, diventa sempre più disilluso. Si sente abbandonato dalla forza divina e arriverà a percepirla come estranea e inesistente: egli è la personificazione dell’uomo che costruisce il proprio destino, dell’Homo faber Fortunae suae. Romolo, d’altro canto, è devoto e convinto che la loro salvezza potrà arrivare solo se i valori in cui crede rimarranno radicati nel suo animo. Per lui l’atto di Credere significa mantiene vivo quel Fuoco Sacro che rende gli uomini forti e impedisce loro di Cadere nella disperazione.

Dal sangue di uno di loro sorgerà Roma

I pericoli e la paura braccheranno costantemente i protagonisti e li metteranno a dura prova. La caduta di Remo verso istinti tirannici, accompagnata alla sua perdita di fiducia verso il divino, è inevitabile. Egli, autoproclamatosi guida del gruppo di fuggiaschi scappati dalle grinfie degli abitanti della città di Alba Longa, sfiderà sempre più ostinatamente il Fato, convinto di riuscire a trionfare. Dopo aver combattuto con così tanta asprezza, inizia a considerare la Religione come un limite che deve essere superato. Non avrà problemi a difendere il proprio ruolo con atti di estrema violenza, poiché ormai si considera al di sopra di ogni cosa, sia essa umana o divina. Tuttavia chiunque sfidi il Dio è destinato a incorrere nella sua Vendetta, poiché è bene che certi limiti restino insuperabili.

Mentre suo fratello scivolerà sempre più verso il tragico abisso che lo attende, Romolo prenderà in mano le redini del proprio Popolo e lo guiderà verso il suo Destino. La climax raggiunge l’apice ed entrambi seguono la via che il Fato ha tracciato per loro: dal sangue di uno sorgerà la Città Eterna, destinata a dare vita all’impero più importante della Storia.

E innanzi alla pira di Remo, Romolo sussurra una breve frase che sarà solo il preludio a tutto ciò che avverrà nei secoli futuri:

“Tremate, questa è Roma”

 

Piermarco Paci Fumelli

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About Author

Piermarco Paci Fumelli, pesarese, classe 1996. Dopo aver conseguito la Maturità Classica, ho iniziato a studiare Scienze Biologiche all'Università Carlo Bo di Urbino. Per Sistema Critico, scrivo articoli inerenti all'ambito scientifico e cinematografico, di cui sono un grande appassionato.

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