Il populismo è una truffa, abbiamo bisogno di élite

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Sarà pure fuori moda dirlo, in tempi di orizzontalismo, ma ogni società ha bisogno di élite. Ogni società complessa ha bisogno di qualcuno che si prenda carico degli onori e degli oneri che comporta una posizione di leadership e potere. Del resto, non può essere un caso che, in millenni di storia umana, le uniche società egualitarie che siano mai esistite furono quelle dedite alla caccia e alla raccolta, bande di 20-25 persone.
Già dal Neolitico osserviamo la stratificazione sociale che porta alla divisione del lavoro e alla creazione di classi dirigenti. Forse però, poche altre volte nella storia dell’uomo, ci siamo trovati con una mancanza totale di élite e con un popolo che, non solo crede di poterne fare a meno, ma dà pure dignità politica a questa sua ingenua convinzione.

“Le élite non ci servono”, “Al Ministero delle finanze meglio una casalinga che un bocconiano” (Beppe Grillo 2013) e, se sei parlamentare, meglio sbagliare qualche congiuntivo qua e là, per far vedere che sei una persona comune, che vieni dalla strada. “Io? Politica? Io non so un politico. Tu non te po’ permette de chiamarmi politico” (Paola Taverna 2014).

Ma su una cosa i populisti hanno ragione, negli ultimi decenni le élite non sono state minimamente all’altezza del compito loro affidato.
A partire dalla rinuncia a governare la globalizzazione, il debito pubblico, il rapporto tra politica ed economia, il cambiamento climatico, la crisi economica. Tutti temi, questi, che le élite non sono riuscite ad affrontare.

La crisi ha messo a nudo un sistema malato, imprenditori, banchieri e finanzieri che hanno abdicato al ruolo di guida dell’economia. Il benessere non era più per tutti ma solo per una cerchia ristretta di opulenti miliardari. Una finanza selvaggia, amorale, predatrice e irresponsabile ci ha portato sull’orlo del baratro. Ci ha costretto a pagare per i suoi errori, i suoi investimenti azzardati, i suoi capricci. Coloro che hanno trasformato una bolla immobiliare nella debacle economica-finanziaria del secolo sono poi venuti a bussare alle porte dello Stato per essere salvati. I loro azzardi sono stati sanati con i soldi di chi, intanto, faceva faticava ad arrivare a fine mese, perché si sa, una banca non può fallire.

Il crack finanziario del 2008 – da Miowelfare

E la “sinistra” al governo cosa faceva? Pomiciava con la globalizzazione mentre sniffava dosi di neoliberismo. Mercato libero sì, ma con i soldi dei contribuenti.
La nostra élite più progressista ha assistito impotente agli effetti di una crisi economica che ha gravato soprattutto sulle classi più povere della popolazione, mentre chi era ricco diventava sempre più ricco e chi era povero sempre più povero.

Ma se, per quanto riguarda gli “oneri”, abbiamo avuto una classe dirigente impreparata e scadente, quando si è trattato di riscuotere gli “onori” la musica è cambiata. Vitalizi, appalti milionari, nepotismo, pubblico impiego, clientelismo, auto blu con autista, amici degli amici, rimborsi, corruzione, aerei di stato, finanziamento illecito e privilegi di ogni sorta. Un sistema nato e prosperato negli ultimi decenni dei governi “irresponsabili” della Democrazia cristiana, sì, perché qualunque cosa avesse fatto la Dc, il governo del paese non sarebbe cambiato. La situazione internazionale dominata dalla Guerra Fredda non permetteva, in alcun modo, l’alternanza. Quella élite politica, “costretta al governo”, si sentiva assolutamente intoccabile, irresponsabile nel senso che non era tenuta a rispondere a nessuno delle proprie azioni.

Venuto meno il “pericolo comunista”, all’alba dei primi anni Novanta, quel ceto politico è collassato su se stesso. Non più ritenuto indispensabile oltreoceano, abbandonato dalla Mafia che ne aveva garantito voti e consenso in Sicilia e Sud Italia è stato messo a giudizio dalla magistratura che mai aveva osato metterne sotto la lente d’ingrandimento la spartizione predatoria di risorse e i rapporti con personaggi discutibili. Infine, quel ceto politico è stato condannato a morte dall’opinione pubblica. La gente, stanca e rancorosa, ha rigettato su Craxi, Andreotti e gli altri – oltre alle monetine – i rospi ingoiati in quei decenni di voti obbligati.

“La notte dell’Hotel Raphael”: una folla inferocita tira monetine a Craxi – dal Corriere

In quegli anni rocamboleschi sono cambiati i volti del potere, ma il sistema di privilegi, quell’essere “casta”, è sopravvissuto ed è stato ereditato dalla nuova Italia berlusconiana. Negli anni del Cavaliere è venuta meno anche una sorta di etica pubblica, di rispetto per le istituzioni. La politica si è piegata all’interesse privato. È diventato legittimo arricchirsi attraverso le istituzioni, approvare leggi ad personam, favorire le proprie aziende.

Berlusconi è considerato il primo populista dell’Italia Repubblicana, ha portato quella disintermediazione che consente al capo di parlare al suo popolo. Nessuna mediazione tranne quella delle sue televisioni. Nessun corpo intermedio tra sé e la gente. Quello che però non ha mai osato fare è stato mettere in discussione l’idea che ci debba essere un’élite a governare una società complessa come quella attuale. Ha sicuramente screditato la classe politica della Prima Repubblica, definita un insieme “di politicanti senza mestiere”. Il fine, però, era la sostituzione di questa vecchia élite di politici di professione con una nuova élite, cresciuta “a pane e comunicazione”. Il nuovo paradigma era quello del self-made-man, incarnato magistralmente da Berlusconi stesso, la classe di riferimento era quella imprenditoriale, i valori quelli della libertà e del mercato.

1994 Berlusconi entra in politica – da medium.com

Oggi però ci si è spinti oltre. Con il grillismo la guerra non è più a questa o a quell’élite, ma all’idea stessa di élite. Il paradigma non è più quello dell’uomo che si è fatto da sé ma quello dell’uomo comune, o, per dirla alla Guglielmo Giannini, dell’uomo qualunque. Nessuna particolare qualità, tranne quella dell’onestà, o meglio, della verginità politica. Il popolo di riferimento quello dei loosers, i vinti dalla globalizzazione, le vittime del complotto a cui solo loro credono. Abitanti delle periferie delle grandi città, al margine della politica e della ricchezza. Si sentono esclusi, inascoltati, ignorati, calpestati. Spesso lo sono realmente. Fanno parte di quell’ex classe media in declino, che più ha pagato la crisi economica. I valori sono quelli della partecipazione, dell’”uno vale uno”, ma anche dell’inesperienza e del senso comune, che spesso scivola in semplificazioni e scorciatoie cognitive.

Questo nuovo ribellismo giacobino addossa alle élite la colpa di tutti i suoi mali. Si sente vittima di un’enorme ingiustizia, l’unica cosa che vuole è farla pagare a qualcuno. Rifiuta la sua buona fetta di responsabilità su quanto sta accadendo: la colpa è delle élite, punto.
Tutto quello che vuole è mandare tutti a casa, lo vuole più di qualsiasi altra cosa. Liberarsi delle élite è l’unica strada percorribile. Il popolo deve andare a prendersi il potere.

Bologna 2010: Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo si fa trasportare su un gommone dai suoi sostenitori- Umbriaoggi.news

Il populismo è un buon indicatore di quanto la nostra classe dirigente sia stata inadeguata, purtroppo però, come ogni indicatore, misura solo la febbre della nostra democrazia, senza offrire alcuna soluzione. La verità è che delle élite abbiamo tremendamente bisogno.

La vera sfida del XXI secolo non è costruire una società acefala. Una società di questo tipo non si è mai vista dal Neolitico a questa parte. Non solo non è realizzabile, ma è anche difficile da immaginare una società senza élite in un mondo che diventa di giorno in giorno sempre più complesso. L’uomo comune non può decidere la politica economica di un paese, non può risolvere eventuali crisi internazionali, non può decidere quali vaccini rendere obbligatori. Non può, semplicemente, perché non sa. Il tanto decantato buon senso, così come l’onestà, è una condizione necessaria ma non sufficiente al governo della cosa pubblica.

Occorre smascherare l’inganno della conoscenza facile, la rete, così come usata dall’uomo qualunque, dà solamente l’impressione di conoscere. Wikipedia, per quanto utile, non vale un manuale di Macroeconomia, non vale una laurea o un dottorato, non vale ore e ore di studio sui libri, di militanza politica, di gavetta nel partito.

Il potere deve andare di pari passo con la conoscenza, e questa idea che tutti debbano avere lo stesso peso nelle decisioni collettive è una vera e propria truffa.
Non dobbiamo farci fregare, le élite ci servono. Se c’è qualcuno che può tirarci fuori da questa situazione è proprio chi ha studiato, chi ha esperienza, chi è migliore, insomma, chi è élite.

Occorre mettere da parte la Popolocrazia populista e tornare a quella Democrazia mediata, rappresentativa, misurata. Dove il governo del popolo si conciliava con il governo dei migliori, dei più istruiti. Occorre cercare di formare una nuova élite, possibilmente migliore dell’attuale. Formare imprenditori per cui il valore sociale dell’impresa vada al di là del profitto, giornalisti watchdog e politici che parlino con la gente (e non alla gente).

Per far ciò non c’è altra via che quella di tornare ad abitare le nostre città, ridare loro vita, riscoprire il valore dello stare insieme. Dare un’educazione alle giovani generazioni, rimettere al centro i grandi valori, quelli per cui vale la pena lottare. Insegnare che non c’è cosa più preziosa di una coscienza pulita, che non tutto ha un prezzo, che le cose che contano veramente nella vita non sono monetizzabili. Spiegare che non esiste “il Bene” e “il Male”, non esistono “gli onesti” e “i disonesti”: la realtà è fatta di sfumature. Non esistono facili soluzioni.
Dobbiamo tornare ad avere fiducia, nella cultura e nelle persone. Fare di tutto per poter meritare fiducia.

La politica deve tornare vocazione, i partiti devono tornare sul territorio, ri-radicarsi, ri-prendere in mano la formazione della propria classe politica.
Non dobbiamo arrenderci all’idea che 57 click possano bastare per poter dire ad uno sconosciuto “ok, tu hai tutte le carte in regola per entrare in Parlamento”. La politica non è cosa da Festival di Sanremo.

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22 anni. Studio Scienze Politiche, Economiche e del Governo all'Università degli Studi di Urbino. Scrivo saltuariamente per "Il Resto del Carlino" di Pesaro e per "Il Nuovo Amico", giornale diocesano di Urbino. Sono scout, mi interesso di politica, filosofia, economia e attualità Nel tempo libero, nuoto, calcetto e calciotto

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