La storia della Sea Watch 3, daccapo

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Nel primo pomeriggio di mercoledì 26 la nave Sea Watch 3 è entrata in acque italiane, dopo due settimane di attesa al largo di Lampedusa, con a bordo 42 persone soccorse nel Mediterraneo in condizioni di salute precarie. L’equipaggio della nave, guidato dalla capitana Carola Rackete, lo ha deciso nonostante il divieto del governo italiano, che da giorni aveva ordinato alla nave di non avvicinarsi alle acque territoriali italiane.

Questa notte la Sea Watch 3, dopo tre giorni di attesa a poche miglia da Lampedusa, è attraccata al molo commerciale dell’isola. Ancora una volta è stata una mossa a sorpresa della capitana tedesca Carola Rackete a sbloccare la situazione. E’ entrata nel porto senza autorizzazione preventiva, invocando lo stato di necessità. L’aveva detto, lo ha fatto. Dopo un’ora i finanzieri sono saliti a bordo ed hanno arrestato la capitana, portandola via con l’accusa di “resistenza o violenza contro nave da guerra”, un reato che prevede una pena da tre a dieci anni.

Ma perché la Sea Watch 3 non è andata in Libia, in Tunisia, in Grecia o a Malta, come avrebbero voluto Di Maio e Salvini?

L’Italia aveva chiesto alla Sea Watch 3 di portare i naufraghi in Libia, le cui autorità avevano consentito lo sbarco. Ma la Ong ha rifiutato per rispetto delle leggi internazionali che regolano il soccorso in mare. La convenzione di Amburgo del 1979, cui l’Italia ha aderito con la Legge n. 147/1989, prevede infatti l’obbligo di prestare soccorso ai naufraghi e di farli sbarcare nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica al luogo del salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. In parole povere: un porto è sicuro se garantisce il rispetto dei diritti dei naufraghi. E la Libia non è un porto sicuro.

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite e le testimonianze unanimi dei giornalisti e dei sopravvissuti, in Libia i migranti vanno incontro a “orrori inimmaginabili” (https://bit.ly/2AdLJbT). La Libia è attualmente un paese in guerra in cui i migranti sono detenuti illegalmente in condizioni disumane, ridotti in schiavitù e sistematicamente oggetto di stupro e delle torture più atroci. Inoltre, secondo l’Onu, la Guardia Costiera locale collabora con gli aguzzini: i naufraghi riportati in Libia sono sistematicamente ricondotti nei campi di concentramento, dove ricomincia l’inferno di schiavitù, torture e stupri, fino alla fuga successiva. Riportare un naufrago in Libia spesso significa condannarlo a morte (https://bit.ly/2FD4to7).

Ok, la Libia non va. Allora perché non la Tunisia? La Tunisia non è attrezzata per garantire i bisogni dei migranti e non ha una legislazione completa sulla protezione internazionale, che sarebbe invece essenziale per garantire il rispetto dei diritti umani dei migranti e perché uno stato possa essere considerato un “porto sicuro” (https://bit.ly/2KHFdkD). Nelle ultime settimane, per esempio, una nave con 75 migranti a bordo era stata costretta a rimanere in mare per giorni (in condizioni peggiori di quelle della Sea Watch 3) perché la Tunisia rifiutava di farli sbarcare. Quando lo sbarco è stato consentito, i migranti sono stati trasferiti in centri di detenzione e minacciati affinché accettassero di lasciare subito il paese e non presentare domanda di asilo internazionale (https://bit.ly/2L4KF07).

Se la Sea Watch avesse deciso di andare in un altro porto avrebbe violato le leggi internazionali sulla navigazione e il soccorso. Avvicinarsi a Lampedusa pur senza autorizzazione formale, invece, non implicava la violazione di alcuna legge: dirigersi verso Lampedusa era la scelta più ovvia e con minori conseguenze penali.

Come affermato dall’Onu nella lettera inviata all’Italia sul decreto sicurezza bis “il diritto alla vita e il principio di non respingimento prevalgono sulla legislazione nazionale o su altre misure presumibilmente adottate in nome della sicurezza nazionale”. L’approccio del decreto “è fuorviante e non è in linea con il diritto internazionale generale e il diritto internazionale dei diritti umani” (https://bit.ly/2FFzNCq). Quando si tratta di tutela dei diritti umani, le convenzioni internazionali che abbiamo sottoscritto prevalgono sulle leggi nazionali e sulle decisioni di politica interna. Nel prendere la decisione di accostarsi a Lampedusa, la comandante Rackete ha obbedito a una legge di rango superiore al decreto sicurezza bis. Inoltre, per l’Art. 117 della Costituzione, un trattato internazionale ratificato e reso esecutivo nell’ordinamento italiano è al riparo da possibili ripensamenti del legislatore, e condiziona la produzione legislativa successiva, che a esso dovrà dunque conformarsi.

Ok, quindi anche la Tunisia non va. Allora perché non andare in Grecia o in Spagna? Perché sono più lontane, e la convenzione di Amburgo obbliga le navi a far scendere i naufraghi nel porto sicuro più vicino, proprio per non mettere ulteriormente a rischio le loro vite già provate.

È proprio grazie alla prossimità geografica che in Italia continuano ad arrivare centinaia di persone che attraversano il Mediterraneo con piccole imbarcazioni gestite da organizzazioni criminali (https://bit.ly/2ZUkT36). Solo nell’ultimo mese sono arrivate a Lampedusa 300 persone, probabilmente aiutate proprio da organizzazioni criminali. Cosa ci insegna questa vicenda? Chi arriva grazie agli scafisti trova accoglienza, chi viene soccorso dalle Ong viene ostacolato con ogni mezzo (https://bit.ly/2IU7Vg8).

I viaggi in mare dipendono dalle condizioni meteo, e renderli più brevi vuol dire renderli più sicuri. Nell’estate del 2018 la nave Aquarius aveva salvato più di 600 persone in mare e l’Italia rifiutò di farle sbarcare, costringendola a navigare proprio fino in Spagna, nel porto di Valencia. Ma la Aquarius da sola non era in grado di gestire un viaggio così lungo e con così tante persone a bordo, perciò fu accompagnata a destinazione da due navi della marina militare. Il viaggio fu comunque molto lungo e drammatico e le persone a bordo (compresi dei bambini) erano allo stremo.

Quanto all’Olanda, è un porto sicuro ma ovviamente troppo lontano. Per raggiungerla, la Sea Watch avrebbe dovuto passare per l’Oceano Atlantico che è molto più pericoloso del Mediterraneo: ciò avrebbe messo a rischio la vita dei naufraghi e violato la legge.

Allora perché non Malta? La risposta é ancora più semplice: Malta ospita già molti più migranti di quanti ne accolga l’Italia, in proporzione alla popolazione; la superficie di Malta è un quarto di quella di Roma, e la popolazione più di cento volte meno numerosa di quella italiana (https://bit.ly/2q47UKZ).

Quindi siamo destinati ad accogliere tutti i migranti? No. L’Italia è uno dei paesi che accoglie meno rifugiati e con una delle percentuali di immigrati più basse in Europa. I nostri numeri sono risibili rispetto a quelli degli altri paesi UE, in proporzione sia alla popolazione sia al PIL: non c’è alcuna invasione (https://bit.ly/2Nj47bl). Inoltre, secondo i dati del Ministero dell’Interno, i migranti che approdano qui non intendono fermarsi, bensì solo transitare verso paesi più accoglienti e ricchi di opportunità.

Rivedere il Regolamento di Dublino aiuterebbe a risolvere il problema. Secondo questo accordo, l’accoglienza e la valutazione delle richieste di protezione internazionale spettano al paese in cui è avvenuto l’ingresso nell’Unione Europea. Nel 2018, dopo molte trattative, si riuscì a trovare un compromesso per cambiare il regolamento in favore di un meccanismo di ricollocazione automatica. Ma l’Italia, già guidata dal governo gialloverde, si oppose: la Lega, i cui parlamentari hanno disertato tutte le riunioni del Parlamento Europeo in cui si è discussa la riforma di Dublino, si astenne, mentre M5S votò addirittura contro.

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