C’è crisi (d’impresa)

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I dati comunicati dall’Istat qualche giorno fa hanno fatto scalpore. La disoccupazione ai minimi storici! Mai così bene dal 1977, anno in cui l’Istat ha cominciato le sue rilevazioni.

C’è senz’altro da esserne felici. Occupazione significa reddito e reddito significa dignità, sopravvivenza ed economia che gira. Merito di chi?Difficile dirlo. Molto si riduce ad un discorso tra giuristi ed economisti lanciati a cogliere pro e contro di una disciplina del lavoro ancora oggi dominata dal Jobs Act e solo smussata in alcuni spigoli dal Decreto Dignità.

Ma le cose vanno davvero meglio?

Dietro a questa gioia si nasconde però un’altra realtà che i sindacati urlano e che il Ministero dello Sviluppo Economico (d’ora in poi MiSE) tace. 

E qual è, la questione? La crisi d’impresa nel nostro Paese. Sono ben 158 le situazioni già ad un punto critico (almeno così dicono i sindacati visto che il MiSE non aggiorna i dati ufficiali da Gennaio) e dislocate da Nord a Sud senza dimenticare il Centro.

Crisi di impresa significa difficoltà economiche e necessità di tagli. I primi ad essere colpiti sono i lavoratori che da un giorno all’altro possono ritrovarsi in cassa integrazione (d’ora in poi cig).

Come si manifesta la cig? Dipende. A seconda delle esigenze dell’impresa si può provvedere o a massicce riduzioni degli orari di lavoro (e quindi meno paga) oppure, più tragico, a sospensione delle prestazioni lavorative per periodi più o meno lunghi e spesso alternati. Tradotto: si viene lasciati a casa ma non si sa se prima o poi si tornerà a lavorare.

Arcelor Mittal è il nuovo nome dell’ormai ex-ILVA, l’acciaieria di Taranto diventata simbolo di una crisi di impresa che si protrae ormai da anni

Cosa accade nel frattempo

Arrivati a questa situazione di estrema criticità (bisogna sottolineare che a volte si arriva alla cig per evitare licenziamenti collettivi) intervengono i sindacati. Questi, come rappresentanti dei lavoratori, hanno il compito di limitare i danni. Si vogliono licenziare 100 dipendenti? Le organizzazioni sindacali provano a salvarne ad esempio 60 riducendogli l’orario. C’è bisogno di tagli ad un ramo dell’industria? Si valuta se i lavoratori possono essere ricollocati in altri reparti. E così via.

La situazione italiana, in questo ambito fatto di trattative, scioperi e finanziamenti pubblici, è da sempre drammatica. Se all’estero, come in Germania, si sacrifica il posto di lavoro preoccupandosi però di garantire al lavoratore una adeguata formazione professionale per farlo scattare di qualifica (e quindi percepire di più in futuro), in Italia, pur di non chiudere aziende decotte, ne si prolunga l’agonia per lasciare il dossier bollente al governo seguente.

Ne sono tristi esempi Alitalia e Ilva, tra i casi più drammatici della storia recente. Senza parlare di Mercatone Uno, Whirpol e Auchan.

Aggiungi un posto a tavola 

Con 158 crisi d’impresa in corso ed un picco della cig del 78% registrato ad Aprile dall’Inps, appare quantomai insolita l’assenza del Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Mano dagli incontri presso il suo ministero.

Se è vero infatti che da Maggio ad oggi sono stati fatti poco più di 15 tavoli di confronto con i sindacati, è altrettanto vero che il capo politico dei 5stelle si è presentato di rado. Prima a causa della campagna elettorale per le europee e le bordate reciproche con Salvini, e poi per la batosta post 26-Maggio, il Ministro si è fatto spesso sostituire dal suo vice Giorgio Sorial il quale ha preso il posto di Capotavola nelle trattative. 

Il comportamento non è sfuggito alle opposizioni – in particolare il Pd – che ha visto Carlo Calenda (in passato ministro nello stesso dicastero) offrirsi via social di gestire gratuitamente le crisi aziendali al posto di Di Maio, concludendo: “So che hai non hai molto tempo”.

Carlo Calenda, già Ministro dello Sviluppo economico nella precedente legislatura

Questioni delicate

Per concludere, l’intera faccenda fa emergere una quasi totale mancanza di politica industriale da parte del governo: reagire con la cassa integrazione (l’aumento vertiginoso degli ultimi mesi sembra suggerire proprio questo) non significa risolvere il problema ma posticiparlo.

Prorogare situazioni del genere però non significa solo far perdere di credibilità le imprese agli occhi dei potenziali acquirenti, ma soprattutto significa incidere in maniera pesante e indeterminata sulla stabilità di migliaia e migliaia di lavoratori. 

Se non è possibile raggiungere, con velocità, soluzioni soddisfacenti, il minimo richiesto è se non altro l’impegno e la serietà da chi di dovere, da chi rappresenta le istituzioni, nell’affrontare il problema.

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Sono un po' di tutto: nato a Rimini, residente a Bologna e famiglia marchigiana. Diplomato al liceo linguistico di Pesaro, ora studio Giurisprudenza all'Università di Bologna. Il mio punto di riferimento e di continua ispirazione è da anni Giovanni Falcone. Coltivo il sogno di pubblicare un giorno un romanzo.

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