In Niger si è firmato il futuro africano

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Alla fine l’Africa, potrebbe farcela da sola.

Sono segnali più che positivi quelli che arrivano dal vertice straordinario dell’Unione Africana (UA) tenutosi a Niamey, in Niger, due giorni fa. 

L’attesa era tanta e la città “si è rifatta il trucco” – come ha affermato il ministro degli esteri nigerino – per accogliere ministri e Capi di Stato provenienti da tutto il continente.

Cinquantacinque meno uno

Mentre carri armati e forze dell’ordine presidiavano la zona attorno all’hotel Radisson Blu, sede dell’evento, poliziotti francesi con cani anti-esplosivo perlustravano le sale conferenza.

E’ in questo contesto blindato che, a detta di molti presenti, si è scritta una pagina importante della storia africana. Dopo anni di trattati e negoziati infatti, anche Nigeria e Namibia si sono unite agli altri Stati per la firma dell’AfCFTA, il trattato commerciale che punta a creare un mercato interno africano privo di dazi e dogane. 

Se 55 sono gli Stati, 54 sono stati i firmatari. Manca all’appello l’Eritrea la quale ha deciso di non firmare un accordo che la porrebbe in collaborazione con l’Etiopia, con la quale è in guerra. Entrambe le realtà recano ancora il segno della colonizzazione dell’Italia fascista nel secolo scorso.

Il rifiuto dell’Eritrea, l’unico in tutta l’Africa, non sembra però essere definitivo. Mentre da un lato si parla di un possibile clima di riappacificazione tra i due paesi, dall’altro c’è un governo, quello eritreo, stuzzicato dall’idea di firmare il trattato.

Questa foto, di AtlanticoQuotidiano, è stata scattata a Kigali in Rwanda nel Marzo 2018. E’ solo una delle testimonianze di un accordo, l’AfCFTA, che ha visto numerosi summit e trattative negli anni passati

Il trattato

L’AfCFTA (African Continental Free Trade Agreement, ossia il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano) punta, come già accennato, a rimuovere i dazi commerciali tra gli Stati dell’UA creando l’area di libero scambio più grande al mondo. Come? Incentivando il traffico di merci, servizi e risorse. Tutto ciò nella speranza di creare ricchezza (che a questo punto circolerebbe anche più facilmente) e tanti nuovi posti di lavoro

Visti i propositi, il riferimento alla nostra Unione Europea appare scontato. Vale la pena fare un confronto.

Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), uno dei due fondamentali dell’UE, è alla base di un mercato, il nostro, notevolmente reso fluido dalla soppressione delle dogane interne (chiedere ai brexitier cosa comporterebbe non godere più di questo “privilegio”). Ma le dogane, nell’ambito UE, non sono scomparse, si sono solo spostate: da interne sono diventate esterne. Questo significa che paesi extracomunitari che intendono commerciare, investire, creare stabilimenti (ecc.) in paesi dell’Unione, troveranno le stesse condizioni commerciali in qualunque Stato si rivolgano. In materia di dogane esterne la politica è infatti unica da parte dell’Unione e l’obiettivo è quello di evitare il cosiddetto dumping, un fenomeno che, se incontrollato, vedrebbe gli Stati concorrere al ribasso (arrivando ad abbattere in maniera anche clamorosa i prezzi dei dazi) per accaparrarsi gli investitori. 

Tutto questo, per la salvaguardia del proprio mercato e della parità delle condizioni degli Stati membri, l’UE non può permetterlo. E’ invece proprio in questo che l’AfCFTA si differenzia: nell’eliminare le dogane interne, esso non ne prevede di esterne. E allora ecco spuntare il pericolo dumping, ma non solo.

I rischi dietro all’accordo

Questo riscatto africano è un segnale che comunque lo si guardi non può che essere di buon auspicio. E’ segno di un orgoglio da ritrovare e di un indipendenza da riottenere.

Eppure non mancano insidie ed ombre.

Ne ha indicate alcune Laurent Duarte, esponente di Tournons la page un’organizzazione nata dall’incontro di ONG e società civile che, anche con la collaborazione di realtà come Amnesty International, chiede alternanza elettorale e elezioni trasparenti nell’Africa francofona: << questo accordo è un grande favore alla comunità internazionale in cambio di chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti umani in Africa >>. Questo appello, riportando alla mente anche gli ormai famosi centri di detenzione libici, mette luce su un aspetto certamente da non sottovalutare. 

Ma non solo questo. Con le sue parole Duarte vuole dire anche altro oltre alla tutela dei diritti umani. Nel parlare di “favore alla comunità internazionale” si considera la possibilità che aziende estere che già prima sfruttavano risorse materiali e umane, ora, godendo del venir meno dei dazi, possano essere ulteriormente incentivate nelle loro speculazioni.

Le criticità non si fermano però qui. 

Da un punto di vista più economico, il Pil della maggior parte dei Paesi africani è debole (in confronto a quello delle realtà europee) e viene prevalentemente dal settore terziario e della vendita (anzi, svendita) di materie prime, risorse minerarie ed energetiche (come il petrolio). In tutto ciò il debito dei vari Stati è in continuo aumento (nella zona sub-sahariana si aggira oggi attorno ai 700 Mld di $) nonostante quindici anni fa alcune banche lo avessero fortemente abbattuto o addirittura cancellato in alcune aree geografiche.

Nella foto, Xi Jinping (a sinistra) e Vladimir Putin (a destra), sono il simbolo di due paesi, rispettivamente Cina e Russia, che da anni attuano politiche speculative nel continente africano

Luci ed ombre

Come l’Eritrea e l’Etiopia, molte, anzi moltissime realtà africane hanno sofferto e tutt’ora soffrono il dominio e le speculazioni di un mondo che non finisce di vedere l’Africa come terra di conquista.  

E’ anche in virtù di questo che di fronte ad avvenimenti storici di questa portata, dietro l’iniziale contentezza viene subito spontaneo dubitare. Dubitare che multinazionali e politiche speculative abbiano mollato la loro presa quel tanto da lasciare l’Africa, o meglio le Afriche, libere, finalmente, di autodeterminarsi. Di vendere ma non svendere, di crescere senza scendere a compromessi.

Chi ci guadagna? Viene da chiedersi. Al di là dello scetticismo però, la speranza è che come è stato per l’Unione europea, un avvicinamento fra i vari Stati in nome del mercato, si trasformi infine in un’occasione di riscatto e crescita comune. 

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About Author

Sono un po' di tutto: nato a Rimini, residente a Bologna e famiglia marchigiana. Diplomato al liceo linguistico di Pesaro, ora studio Giurisprudenza all'Università di Bologna. Il mio punto di riferimento e di continua ispirazione è da anni Giovanni Falcone. Coltivo il sogno di pubblicare un giorno un romanzo.

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