Pavese e il mito americano

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Letteratura americana:

L’interesse per la letteratura americana di Cesare Pavese ebbe inizio durante gli anni dell’università. Egli, infatti, si iscrisse alla Facoltà di Lettere presso l’Università di Torino e iniziò a studiare assiduamente la lingua inglese, tanto che la sua tesi di laurea fu proprio su un poeta americano Walt Whitman, frutto di un profondo interesse per la letteratura statunitense.

Tuttavia ciò non bastò a placare la curiositas dello scrittore, che volle approfondire anche lo slang usato in America. Per questo motivo iniziò una fitta corrispondenza con un giovane musicista italoamericano, Antonio Chiuminatto, conosciuto qualche anno prima a Torino.

Significativa a riguardo è questa parte di una lettera scritta da Pavese a Chiuminatto:
Ora io credo che lo slang non è una lingua distinta dall’inglese come per esempio il piemontese dal
toscano… Lei dice: questa parola è slang e quest’altra è classica. Ma lo slang è forse altra cosa che il tronco delle nuove parole ed espressioni inglesi, continuamente formate dalla gente che vive, come lingue di tutti i tempi?

Con le sue traduzioni e i suoi saggi, insieme ad Italo Calvino, contribuì in Italia alla diffusione e alla scoperta di molti autori statunitensi, che alimentarono il mito dell’America come terra dell’individualismo e della libertà.

Nel 1951 uscì, edito da Einaudi e con la prefazione di Italo Calvino il volume “La letteratura americana e altri saggi” con tutti i saggi e gli articoli che Pavese scrisse tra il 1930 e il 1950. Il libro è suddiviso in tre parti: la prima dedita alla scoperta dell’America, la seconda alla letteratura e alla società e la terza al mito (tema centrale della poetica di Pavese).

Gli aspetti significativi della scrittura di Pavese sono l’essenzialità dei gesti e dei dialoghi nella narrazione, l’uso di frasi prevalentemente paratattiche e ricche di ripetizioni, un tipo di linguaggio quasi elementare, vicino al parlato.

Tuttavia la cadenza interna e il ritmo interiore che caratterizzano i suoi scritti conferiscono alla lingua solennità e mistero. Tanto che alcune frasi, molto semplici, sono in grado di restituire al lettore un significato molto
profondo.

Contro il fascismo:

Nella sua Prefazione di “La letteratura Americana e altri saggi” Italo Calvino spiegò ai lettori l’intento dell’autore di porsi come “rinnovatore di un panorama letterario e di ricercatore di ragioni poetiche e umane”. Infatti per Pavese l’impegno culturale e politico, specialmente in un
periodo come il Ventennio fascista, fu essenziale.

Da sempre avverso al fascismo lo scrittore lo dimostrò sin dal 1935, quando a causa dei suoi rapporti con il gruppo torinese antifascista, venne arrestato e condannato a tre anni di confino.

La scoperta dell’America letteraria sotto il fascismo rappresentò, dunque, per lui una sorta di evasione dalla rigidità dell’Italia fascista e l’immersione in una terra utopica.
Lo studio di un orizzonte culturale diverso da quello italiano rivelava la forte esigenza di trovare nuovo slancio attraverso nuovi modelli letterari da porre come termine di confronto, un desiderio di un rinnovamento linguistico della prosa, una volontà di ritrovare il contatto con l’esistenza umana attraverso la trattazione di nuovi argomenti, la riscoperta di ambientazioni caratteristiche e dell’originalità dei personaggi.

La letteratura americana si mostrò così l’antitesi ideale al clima del gretto accademismo e da una letteratura che aveva progressivamente perduto il contatto con la vita.

Quella americana si presentava come una terra ricca, una realtà sociale e politica alla quale aspirare.
Ciò che affascinava Pavese non era solamente il linguaggio e lo stile fresco e innovativo, ma specialmente l’ideale democratico: un luogo dove l’uomo potesse esprimersi e vivere in collaborazione con gli altri concittadini.

Conclusione:

Tuttavia con il passare del tempo il mito americano cessò di essere una gloriosa e idealistica realtà.
L’immagine di un paese democratico e libero venne a mancare, per lasciare posto a quella di una società in preda alla modernizzazione capitalistica.

Un Paese che subì un vertiginoso crollo economico il 29 ottobre del 1929 (ricordata come “la Grande crisi del ‘29”); segnato da lotte per la disuguaglianza; guerre che coinvolsero i cittadini, costretti a partire per le
terre oltreoceano.

A questo punto viene spontaneo chiedersi se abbia ancora senso parlare di mito americano, una volta cessato il tempo del pericolo fascista.

Sara Albertini

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About Author

Sara Albertini, marchigiana, classe 1999. Sono iscritta al corso di laurea “Culture letterarie europee” presso l’Università di Lettere e Beni Culturali di Bologna. Dal 2017 scrivo di costume e società per il blog di Sistema Critico e per la nostra rubrica settimanale sul Resto del Carlino e su Vivere Pesaro.

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