Dio salvi la Regina (dalla Brexit)

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Brexit means Brexit

No, non è una frase a caso. E’ la risposta che l’ormai-non-più premier britannica Theresa May dava a chiunque le chiedesse cosa significasse “Brexit”. E allora semplice: Brexit significa Brexit. Come darle torto?

Interpretando la frase però si può forse evincere tutto ciò che sta alla base dell’ultimo scossone di governo nel Regno Unito che ha visto la stessa May essere sostituita dall’eccentrico (per non usare altri aggettivi) Boris Johnson: dare al UK un’uscita dall’euro determinata, senza mezze misure e compromessi.

Insomma, una Brexit che significasse Brexit. 

Non è Donald Trump (ma quasi)

Il nuovo inquilino del numero 10 di Downing Street non è una copia in salsa europea del presidente americano, anche se i due sembrano allo stesso modo avere rapporti difficili con la propria capigliatura.

Scherzi a parte (anche se di bizzarre coincidenze ce ne sarebbero da dire), tanto Johnson quanto Trump sono esponenti di un populismo che oggi funziona e funziona bene portando voti. Entrambi conservatori, entrambi leader carismatici del proprio partito di espressione, i due uomini (rigorosamente. Anche questo è un dettaglio non da poco) si rivolgono alle stesse fasce dell’elettorato: quelle meno informate e con un più basso livello di istruzione, spesso razziste e profondamente determinate a fare in modo che tutto resti così com’é o come era un tempo (non a caso, e nel voto sulla Brexit è stato lampante, soprattutto gli anziani hanno votato per il Leave). 

Per carità, lungi da questo articolo il fare generalizzazioni. Ma i richiami che i due leader fanno sono in tal senso eloquenti ed espliciti. 

Boris Johnson a Londra, il 22 luglio 2019. (Henry Nicholls, Reuters/Contrasto)

Nuove nomine

L’effetto-Johnson è stato devastante soprattutto sul gabinetto ministeriale che ha visto un cambio al vertice portando alla nomina di figure tutte votate più ad un hard-brexit (uscita senza accordo) che ad una soft-brexit (uscita con accordo). Commentatori d’oltremanica lo definiscono già “il governo più a destra dagli anni ’80” (e per intenderci in quegli anni governava una certa Margaret Thatcher, passata alla storia come “Lady di ferro”. Non esattamente un fiorellino). 

La mano conservatrice non ha risparmiato neanche il parlamento che ha visto Jacob Rees-Mogg diventare Ministro dei Rapporti con la Camera dei Comuni. Tale Rees-Mogg, per intenderci, è una figura eccentrica e non estranea a stravaganze: di estrazione nobiliare ed esplicitamente omofobo ed euroscettico, sostiene che le università gratuite siano “fantasie tristi”, costringe i suoi figli a chiamarlo solo “Moggfather”, e ritiene il lavoro non retribuito un modo comunque buono per uscire dalla disoccupazione (e certo, quale datore rifiuterebbe un lavoratore che svolge le sue prestazioni gratuitamente?).

In tutto ciò si potrebbe parlare pure del nuovo ministro del Tesoro Sajid Javid (in passato condannato per evasione fiscale a causa di conti non dichiarati alle Isole Cayman) e di Priti Patel, neo-ministro dell’Interno e favorevole alla pena di morte.

Insomma ce n’é per tutti i gusti.

Jacob Rees-Mogg, nuovo “Leader of the House of Commons”

Shock collettivo

La nomina di Boris Johnson ed i suoi proclami al grido di “no-deal” (uscita senza accordo) ha provocato reazioni in tutta Europa. L’effetto è stato evidente soprattutto sui mercati dove la sterlina ha raggiunto i livelli più bassi da due anni a questa parte (eppure di cose, in questi due anni, non si può dire che non ne siano successe).

Ma non solo. Giunta la notizia a Bruxelles, il gruppo direttivo della Brexit al parlamento europeo si è riunito immediatamente per confermare la posizione di blocco da parte dell’UE (che sostiene non possibile un accordo migliore di quello negoziato e rinegoziato per tre volte dalla May). Da questo incontro ne è emerso un documento dagli scenari catastrofici. 

In questo coro di voci si è fatto sentire anche Mark Carney, direttore della Bank of England. Carney, nel parlare di un probabile “scossone all’economia mondiale”, ha previsto “un numero potenzialmente importante d’imprese” che potrebbero ritrovarsi nell’immediato nella condizione “di non poter funzionare” sia per impreparazione ai nuovi controlli doganali, che per mancanza dei necessari documenti per l’esportazione. 

I numeri danno ragione ai pro-deal

Come accennato, si sono spese sulla questione voci autorevoli le quali, ovviamente, non gridano alla catastrofe se non con cognizione di causa. 

Le stime in questo senso parlano chiaro: in caso di uscita senza accordo non solo il Regno Unito vedrebbe polverizzarsi il 4,4% del proprio Pil, ma perderebbe anche ben 525mila posti di lavoro. L’UE, nella stessa ipotesi, perderebbe l’1,54% del Pil e addirittura 1.200.000 posti di lavoro (!). 

In caso di accordo per l’uscita i numeri invece cambierebbero. Mentre il Pil si abbasserebbe “solo” del 1,2% nel UK (e in Europa dello 0,38%), i posti di lavoro persi sarebbero soltanto 140mila (e in Europa 280mila).

Mica spiccioli. 

“Exit from Brexit” manifestazione di Remainers contrari all’uscita dall’UE (Londra)

Prepararsi all’impatto

Il Governo Johnson pare determinato a sfondare il muro del 31 Ottobre (deadline) senza un accordo e a dichiararlo sono nientemeno che i provvedimenti subito vagliati al momento dell’insediamento.

E’ eloquente in tal senso lo stanziamento di ben 7 miliardi di £ di cui 2,6 per acquistare medicinali, assumere funzionari di frontiera e finanziare una delle più grandi campagne pubblicitarie di sempre.

Ma non solo. Indiscrezioni da Downing Street parlano anche di un Gabinetto pronto alla possibilità di sospendere l’autonomia regionale in Irlanda del Nord, in caso di uscita senza accordo, e di inviare un commissario governativo. Cosa potrebbe andare storto in una regione famosa per i suoi rancori verso Londra che in passato sfociarono in vere e proprie guerre civili tra forze dell’ordine e organizzazioni terroristiche (l’ETA) non senza passare da diversi attentati? 

E’ in fermento anche la Scozia che, con 2/3 dei voti a favore del Remain nel Referendum del 2016, vuole ritentare ancora, oggi più che mai, di sganciarsi definitivamente dalla morsa inglese e conquistare finalmente la sua indipendenza rimanendo nell’UE. 

In questo scenario instabile e dagli sviluppi tutt’altro che prevedibili, viene spontaneo chiedersi che cosa ne sarà del Regno Unito post 31 Ottobre. Rimarrà davvero un Paese unico o l’indebolimento di Londra (pronosticato da diversi economisti) permetterà alle regioni di dichiararsi indipendenti? L’onda d’urto in quello che ad oggi è uno scenario inesplorato (l’uscita senza accordo), sarà riassorbito negli anni o metterà definitivamente in ginocchio l’economia d’oltremanica? Ormai manca poco e non rimane che restare a guardare.

God save the Queen sì, ma dalla Brexit.  

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About Author

Sono un po' di tutto: nato a Rimini, residente a Bologna e famiglia marchigiana. Diplomato al liceo linguistico di Pesaro, ora studio Giurisprudenza all'Università di Bologna. Il mio punto di riferimento e di continua ispirazione è da anni Giovanni Falcone. Coltivo il sogno di pubblicare un giorno un romanzo.

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