Il caos in medioriente e i rischi di una nuova guerra per l’Occidente

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L’ultimo attacco in Afghanistan, durante un matrimonio a Kabul che ha causato 63 morti e centinaia di feriti, è solo l’ultimo atto di una crisi in medioriente che dalla sconfitta dell’isis ha visto l’interesse dell’occidente diminuire a fronte di una situazione politica e sociale pronta a incendiarsi.

Le tensioni tra Iran e Stati Uniti

L’illusione che dopo la sconfitta sul campo del califfato in Siria e Iraq, i paesi membri della Nato e i loro alleati siano tornati a sentirsi più sicuri, è oggi di nuovo messa in discussione a causa delle tensione tra Iran e Stati Uniti. Soprattutto l’Europa, ancora una volta si sta scoprendo vulnerabile, trascinata in una guerra di propaganda tra Teheran e Washington che rischia di sfuggire di mano alle diplomazie occidentali.

L’ultima provocazione è il bombardamento dei pozzi di petrolio sauditi compiuto dai ribelli in Yemen sostenuti da Teheran, con Washigton che ha accusato direttamente il regime iraniano di essere responsabile degli attacchi. Quella che si va configurando è una guerra di nervi. Tanto gli Stati Uniti, quanto gli altri paesi arabi, sono consapevoli della potenza militare iraniana e sono perciò spaventati dal rischio (soprattutto gli USA), di ritrovarsi impantanati in nuovo conflitto senza uscita come accaduto in Afghanistan.

Quello che ci si auspica, è che le parti si risiedano al tavolo delle trattative per un nuovo accordo sul nucleare. I tempi in ogni caso non sarebbero brevi viste le diffidenze reciproche tra i governi occidentali e quello di Teheran.

Il rischio che corrono Washington e gli alleati è quello di sottovalutare l’emotività del popolo iraniano, per generazioni indottrinato all’odio verso l’America ed i suoi partner.L

La questione curda e la guerra in Siria

Un altro fronte che rischia di nuovo di aprirsi è quello siriano. La Turchia ha infatti minacciato una nuova offensiva nel nord della Siria per conquistare le città in mano allo ypg (unità di protezione popolare) considerato una costola dell’organizzazione paramilitare pkk (partito dei lavoratori del Kurdistan) classificato come terrorista dalla Turchia.

Visto il rischio, i curdi, supportati dagli americani per la lotta all’isis, potrebbero scegliere una nuova alleanza con il regime siriano di Assad e l’Iran. Qualora l’offensiva annunciata dal presidente turco Erdogan dovesse avvenire, ed i curdi dovessero davvero rivolgersi a Teheran, si rafforzerebbe l’influenza iraniana nel paese e anche quella russa.

Queste paure e soprattutto la paura di un indebolimento curdo (che potrebbe avere come conseguenza un ritorno sulla scena dello stato islamico, tutt’altro che sconfitto), ha spinto Washington a rispondere con toni forti, portando la tensione con Ankara a livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili.

Un pericoloso accordo con i Talebani

Da segnalare, in tutto ciò, è il delicato momento che sta attraversando l’amministrazione Trump, impegnata nelle trattative di pace (dopo 18 anni di conflitto) con i talebani in Afghanistan, per porre fine alla più lunga guerra della storia americana.

In questo contesto si inseriscono le nuove violenze dell’isis, con l’attentato a Kabul, che mirano a destabilizzare la stessa comunità musulmana del paese, attaccando sciiti e cercando di porre nuove basi per la creazione di un nuovo califfato. Obiettivo? Mettere in crisi le trattative di pace tra il governo afghano ed i talebani. Questa pace tuttavia, che il presidente Trump a un anno dalle presidenziali cercherà di far passare per una vittoria del suo mandato, rappresenterebbe una sconfitta per Washington e i suoi alleati, i quali sembrerebbero riconoscere i talebani come interlocutori legittimi e soprattutto alleati per la lotta al terrorismo.

Ma questo accordo è in realtà una vittoria per gli studenti del corano. Il rischio principale sta nel fatto che tutto l’accordo si basa sulle fragili promesse che i Talebani hanno fatto ma che non vogliono e non manterranno mai come il non permettere la creazione di nuove basi per Al Qaeda. Motivo? Perché la stessa leadership del movimento è legata a doppio filo al gruppo terroristico creato da Bin Laden.

La minaccia del ritorno dell’Isis

È proprio in questo contesto, soprattutto in Afghanistan, dove l’Isis, sfruttando il malcontento dei mujaheddin (combattenti islamici) che si sentono traditi dal possibile accordo con Washington, si sta riorganizzando strutturalmente e ideologicamente, riuscendo ad attirare nuove reclute per la Jihad contro l’Occidente.

L’ultimo allarme lanciato dall’ONU di possibili attacchi in Europa per fine anno è da considerarsi un pericolo che però dall’opinione pubblica in Europa sembra non aver percepito fino in fondo, sottovalutando le conseguenze drammatiche e il rischio di un nuovo sanguinoso conflitto in medioriente senza via di uscita.

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