Un trionfo di marmo e bronzo nel cuore di Firenze – La Loggia dei Lanzi

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Il vociferare è forte e soffia una fresca brezza che stempera il caldo settembrino in quella che è una delle più belle piazze italiane: Piazza della Signoria. All’ombra dell’imponente Palazzo Vecchio si erge un monumento che, per quanto conosciuto, i turisti che affollano la città del giglio tendendo troppo spesso ad osservare con poca attenzione. Aperta sulla grande piazza si erge in tutto il suo splendore uno dei monumenti più famosi del capoluogo toscano: la Loggia della Signoria, meglio nota come Loggia dei Lanzi.

Dalle origini ai giorni nostri

Fu la Signoria a decidere la costruzione, nel 1350, di una “bella e notevole loggia” in cui poter svolgere le assemblee cittadine ma il cantiere non partì che nel 1376 per poi concludersi nel 1382. L’edificio è anche noto come Loggia dell’Orcagna, dal soprannome dell’artista Andrea di Cione, che ne avrebbe fornito il progetto. Tale appellativo è però errato in quanto i veri architetti del monumento si è scoperto essere Benci di Cione, che con l’Orcagna non era nemmeno imparentato, e Simone Talenti. L’Orcagna potrebbe aver comunque preso parte al progetto, forse in qualità di collaboratore. L’appellativo con cui è meglio conosciuta è però “dei Lanzi”, intorno a questo nome circolano diverse leggende. Si narra che nel 1527 nella Loggia si accamparono i famosi lanzichenecchi di Carlo V. Un’altra storia narra che questi mercenari furono assoldati come guardia personale di Alessandro de’Medici e qui avrebbero instaurato il loro presidio.

Proprio in questo luogo si può ammirare un connubio di epoche differenti e distanti tra loro. Ad accoglierci all’ingresso si ergono possenti, come arcani guardiani, due leoni di marmo che, con decisione, schiacciano con la zampa la sfera dell’universo. Salendo i pochi gradini che ci dividono da Piazza della Signoria, sotto il loro severo e niveo sguardo, ci ritroviamo al centro di un solenne tempio dedicato alla scultura di ogni epocha. Trovano qui riparo, sotte le alte e ariose volte, numerosi esempi di scultura classica, medievale, rinascimentale e ottocentesca: dal Ratto delle Sabine di Giambologna al Perseo di Benvenuto Cellini, passando per le ieratiche figure di Giovanni d’Ambrogio e per il Menelao che sorregge Patroclo, copia di età flavia di un originale greco del II secolo a.C..

Un’impronta indelebile su Firenze

Filippo Brunelleschi, Spedale degli Innocenti, 1417-1436, Firenze

Dalle linee leggiadre e cortesi che descrivono questo “recinto sacro” per la storia della scultura pare abbia tratto ispirazione Filippo Brunelleschi per la realizzazione dello Spedale degli Innocenti: è infatti da qui che deriverebbe il noto loggiato dell’orfanotrofio fiorentino. L’attuale funzione di “scrigno” artistico risale al XVII secolo quando la costruzione fu adibita a spazio museale, funzione che ha mantenuto fino ai nostri giorni. L’utilizzo come espositore venne reiterato fino alla metà del XIX secolo quando, precisamente nel 1850, vi vennero posizionati un termometro e un barometro. La scelta non fu casuale, non vi era spazio migliore per divulgare alla cittadinanza il sapere scientifico che la Loggia dei Lanzi. Sarebbe inutile, e quanto meno noioso per il lettore, se ora si passasse alla descrizione e alla storia di ogni singola scultura che qui dimora. Detto ciò non possiamo non parlare delle opere più importanti che vi si possono ammirare.

Dall’Urbe alla Città del giglio


Scultore romano, Schiava barbara detta Thusnelda, inizio II secolo
Scultore romano, Menealo che sorregge Patroclo, II secolo

A ridosso della parete di fondo trovano riparo sei statue femminili di epoca romana, forse provenienti dal Foro traianeo a Roma. Furono poste qui solo nel 1789 dopo aver dimorato nella romana Villa Medici. Una di queste, la terza da sinistra, non è però una matrona bensì Thusnelda, moglie di quel Arminio vincitore delle legioni romane a Teutoburgo. Queste opere perdono d’importanza dinanzi alla drammatica composizione posta al centro della loggia: Menelao che sorregge il corpo senza vita di Patroclo. Il gruppo è una copia romana di un originale ellenistico e anch’esso fu probabilmente ritrovato nel foro di Traiano. La statua venne regalata da Pio V a Cosimo I e trasportata a Firenze nel 1579. Le lacune furono reintegrate, meglio dire reinventate, da Pietro Tacca e da Ludovico Salvetti che si ispirarono ad una statua simile presente nelle collezione ducali. Fu qui posto nel 1841 al seguito di un restauro.


Il potere e le virtù

Flaminio Vacca, Leone, 1600

Giovanni d’Ambrogio su disegno di Angolo Gaddi, Giustizia, 1383
Benvenuto Cellini, Perseo con la testa di Medusa, 1545-1554

Romano è anche il leone di sinistra sulla scalinata, mentre il suo corrispettivo, quello che guarda Palazzo Vecchio, venne concepito come suo pendant da Flaminio Vacca nel 1600; allora però si trovavano nella Villa medicea a Roma. Alzando lo sguardo non si può fare a meno di notare quattro rientranze dalla strana cornice, un triangolo rovesciato intersecato da una trilobatura, al cui interno trovano posto le virtù cardinali. Stagliate su un cielo stellato le statue di Fortezza, Temperanza, Giustizia e Prudenza furono scolpite da Giovanni d’Ambrogio su disegno di Agnolo Gaddi. Altro pezzo forte che qui si può ammirare è l’opera più famosa di Benvenuto Cellini: Perseo con la testa di Medusa. Quando Cosimo I assunse il potere, avendo bisogno di confermare la sua legittimità, insistette sul suo legame con la dinastia dei Medici. Il nuovo signore discendeva infatti da un ramo cadetto della famiglia che già aveva governato Firenze.

Benvenuto Cellini e Michelangelo a confronto

Cosimo I Finanziò molte opere che rappresentassero il proprio trionfo politico: il Perseo è una di esse. Nei suoi libri Cellini ricorda che la realizzazione dell’opera fu assai faticosa. Lo scultore durante i lavori soffrì di un insopportabile febbre causatagli dal materiale rovente. Cellini fece ”pigliare tutti i mia piatti e scodelle e tondi di stagno, i quali erano in circa a dugiento” per ricavare il bronzo necessario per la statua. Il Perseo aveva naturalmente un preciso significato politico essendo posto di fronte al michelangiolesco David, simbolo della Repubblica Fiorentina. Se Davide rappresenta un giovane pronto a combattere per la difesa della repubblica, Perseo è rappresentato già come un vincitore: a perdere è stato il governo repubblicano. Forse non tutti sanno che proprio sulla nuca dell’eroe, fuso tra l’elmo e il collo, Cellini ha nascosto un suo autoritratto.

Benvenuto Cellini, Autoritratto

Sfide di marmo

Giambologna, Ercole e il centauro Nesso (part.), 1598

L’ultimo artista di cui oggi parleremo è Giambologna. Nonostante sia autore anche di un’altro gruppo qui conservato, Ercole e il centauro, la sua statua più rappresentativa è sicuramente quella raffigurante l’episodio del famoso Ratto delle Sabine. Lo scultore concepisce l’opera come un insieme verticale di corpi dove un giovane e forte romano ghermisce una fanciulla sabina e, nel farlo, sovrasta con forza la figura di un anziano. È sin da subito chiaro che lo scopo principale dello scultore è quello di rappresentare le tre diverse età dell’uomo. Tale sfida era molto diffusa tra gli artisti, basterebbe ricordare le “Tre età dell’uomo” di Giorgione.

Giambologna, Ratto delle Sabine, 1574-1580

Racconta il biografo Raffaello Borghini che Giambologna “non solo sapea far le statue di marmo ordinarie, ma eziando molte insieme, e le più difficili, che far si potesse”. L’abilità dell’artista è ben evidente dalla struttura complessa del gruppo: le tre figure si fondono in una specie di spirale, mettendo in scena un sorta di avvitamento che rende il gruppo dinamico. Tale soluzione permetteva allo spettatore di ammirare l’opera da diversi punti di vista. Sono stati molti gli studiosi che hanno ipotizzato che l’artista concepì la sua opera come una sorta di esercizio scultoreo. È infine interessante segnalare come, spiritosamente, lo scultore ha lasciato la propria firma: basta guardare in un posto assai interessante…con malizia.

Danilo Sanchini

Daria Borisova



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About Author

Danilo Sanchini, pesarese dal sangue urbinate, classe 1996. Da sempre innamorato del "Bello" e della sua percezione, studio Lettere presso l’Università di Bologna. Scrivo principalmente di Arte, il mio più grande amore, Storia, Archeologia e affini. Scrivo per Sistema Critico da Maggio 2018.

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