Il doppio volto della democrazia in Israele

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Il 17 settembre Israele è tornata al voto per la seconda volta in un anno, per eleggere il nuovo governo, dopo che il premier Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un governo dopo le elezioni di aprile che avevano provocato uno stallo politico. A sfidare nuovamente Netanyahu e il suo partito Likud è ancora una volta il generale e esponente del partito blu e bianco Benny gantz.

La sfida di Netanyahu

Come per il precedente voto, anche queste nuove elezioni si sono trasformate in un referendum personale per Benjamin Netanyahu. Non è un caso allora se il premier uscente ha usato toni forti durante la campagna elettorale, promettendo l’annessione di nuovi territori palestinesi e rifiutando qualunque accordo di pace con i palestinesi. L’obiettivo è di spingere l’opinione pubblica su posizioni ultranazionaliste e spaventare i cittadini per un possibile governo con a capo il partito arabo, terza forza di governo. Stereotipi, accuse e propaganda che si basano sull’odio e la paura verso i palestinesi non sono novità nelle campagne elettorali israeliane. Già nel 2015 infatti il premier Netanyahu aveva promesso che con lui di nuovo al governo non ci sarebbe stata alcuna possibilità di uno Stato palestinese.

una democrazia con due volti

Ma allora Israele può considerarsi una vera e propria democrazia? Nell’immaginario collettivo il paese appare come l’unico difensore della democrazia in una regione complessa e difficile da comprendere. Ma la stessa Israele, nella realtà dei fatti, mostra molte ambiguità. La prima è il trattamento riservato ai prigionieri palestinesi, molte volte minorenni, la seconda è l’embargo e il muro costruito intorno a Gaza che non lascia speranze di vita ai palestinesi, poi le violazioni dei diritti umani e i bombardamenti indiscrimati per colpire obiettivi militari nella striscia di Gaza. Da sottolineare è anche l’uso sproporzionato della forza che usa l’esercito israeliano durante le manifestazioni palestinesi e arabo-israeliani nonché la continua espansione nei territori palestinesi che l’ONU non riconosce, considerandola illegale. Lo stesso razzismo e il crescente fanatismo religioso e ultranazionalista, cresciuto negli ultimi anni nel paese, ha reso difficile qualunque pace con i palestinesi, mettendo in discussione, agli occhi dell’opinione pubblica straniera, la visione democratica nel paese.

Gli israeliani chiamati a scegliere il proprio futuro

Il voto per scegliere il nuovo governo rischia di essere quindi non solo un referendum per Netanyahu, ma anche un voto per la democrazia. Una nuova vittoria del partito Likud del premier Netanyahu rischierebbe di spingere il paese verso una deriva sempre più fanatica, lontana dagli ideali democratici, dando una vittoria ad Hamas (il gruppo islamico che controlla la striscia di Gaza), aumentandone il consenso agli occhi dei palestinesi come unica resistenza nei confronti di Israele e prolungando un guerra che non vede la fine. Oggi Israele è distante dal sogno dei suoi fondatori, che volevano uno Stato unito e democratico, che non dimenticasse gli orrori che il popolo ebraico ha subito. Quello a cui assistiamo oggi è invece un avvicinamento a quegli Stati dove il fanatismo politico e religioso sta distruggendo i valori democratici e di libertà, rendendo Israele sempre più un paese meno democratico e più ambiguo rischiando, con queste nuove elezioni, di uscire ancora più diviso politicamente e socialmente.

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