Il carattere multitasking del turpiloquio

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È ovviamente risaputo che un uso spropositato di parole le quali dovremmo censurare con qualche asterisco non è certo elegante o forbito, ma nella lingua parlata l’aspetto rafforzativo che le “parolacce” donano è proprio insostituibile. Provate a pensare al carattere multitasking della parola “cazzo”, imprecazione per eccellenza nel linguaggio quotidiano al pari di interiezioni come ahi!: è ormai un must. Esse costituiscono circa l’1% del vocabolario italiano e se fin dalla tenera età ci viene insegnato a non dirle, beh, ora dimostreremo come possano essere dei veri e propri medicinali contro lo stress.

Sigmund Freud (1856 Pribor,Rep.Ceca-1939 Hampstead,UK) ha sostenuto addirittura l’essere educativo di esse: «La civiltà ha avuto inizio quando la prima persona in preda alla rabbia ha lanciato un’ingiuria anziché una pietra». Grazie alle parolacce quindi il mondo sarebbe diventato meno sanguinario, e «sarebbe ancora migliore se al posto di tutte le guerre, i popoli si assalissero a male parole»

Le origini del tabù

Il turpiloquio fino a qualche tempo fa era un esclusivo lusso della “società maschile” e si riteneva di pessimo gusto sentire ragazze imprecare, quante volte abbiamo sentito dire “certe parole nella bocca di una signorina non si possono sentire!”, probabilmente pensandoci potrebbe essere ancora un residuo del dolce stil novo e della sua concezione di “donna angelo” in quanto essa era una creatura quasi divina, di bellezza inaudita e eleganza altrettanto raffinata.

Ormai negli ultimi decenni le parolacce si sono fatte largo a spinte nel quotidiano, non solo fra i giovani, non solo fra uomini e donne, ma per colorire discorsi o espressioni particolari, anche per radio, per televisione o sui giornali non è raro trovare parole che fino a qualche anno fa si ritenevano impronunciabili.

Pensandoci bene per sottolineare meglio il suo essere multiforme la parolaccia ha assunto anche carattere positivo, tra amici non è raro sentire un “figlio di puttana”, pronunciato con carattere affettuoso. Infatti, per tradizione, i bambini figli di nessuno sono persone particolarmente furbe, abilissime nell’arte di arrangiarsi, dinamiche e scaltre, abituate come sono a lottare con la vita giorno per giorno. Per questo, non di rado, questa espressione viene rivolta a un amico furbo, che ha dimostrato la sua scaltrezza in qualche occasione particolare.

Il carattere sovvertitore del turpiloquio è in effetti studio approfondito di ricerche socio-linguistiche, ritenuto spesso un qualcosa di troppo esplicito ma allo stesso tempo, come spiegato sopra “cameratesco”, quali sono però le ragioni che rendono un argomento un tabù?

Il disgusto provato riguardo ad esso non deriva dalla parola in sé, non nasce come tale, ma dal contesto in cui essa viene pronunciata e dal suo utilizzo inopportuno. Il tabù nasce come protezione verso un ordine della società che gerarchicamente costruita, non può essere ribaltata.

Ashley Montagu

Opinioni contrastanti

«Le parolacce», ha scritto l’antropologo inglese Ashley Montagu (Londra 1905-Princeton, USA 1999), «sono parole sparate, parole cariche di esplosivi, parole violente, scurrili, rudi, sporche. Sono proiettili verbali».

Questa affermazione si pone esattamente contro quanto sostenuto da Freud in quanto paragona il turpiloquio ad un “proiettile” lanciato contro qualcuno, che anche se astratto, resta comunque un gesto di violenza.

Esperimento psico-sociale di Richard Stephens

Ripetere parolacce non è altro che uno sfogo, un modo per scaricare tensioni accumulate. Equivale allo stesso effetto che può avere tirare un pugno al muro o rompere un piatto. Pensiamo al famoso sbattere il mignolo del piede nello spigolo del tavolo, la prima cosa che ci viene in mente è un’imprecazione piuttosto liberatoria.

Ci fa sentire più leggeri. In un recente studio condotto all’Università di Keele in Inghilterra, lo studioso Richard Stephens ha dimostrato che chi diceva parolacce era in grado di sopportare meglio e per maggior tempo la sensazione di freddo provocata da una lastra di ghiaccio. In questo caso il turpiloquio consentiva alle persone di sentire meno la sofferenza e il dolore che la situazione alla quale erano esposti provocava loro.

I benefici dell’imprecazione sono davvero tanti ed ecco qui alcuni esempi: aiuto nella gestione del dolore, imprecare tiene occupato il nostro cervello distogliendo immediatamente l’attenzione dal male fisico. Dà sfogo allo stress, nei momenti in cui sembra prendere il sopravvento su di noi, aiuta a esprimere se stessi meglio di chi non impreca mai, fa apparire più onesti e autentici, se siamo in un contesto positivo (e amichevole) perché imprecare è una forma di espressione grezza, non filtrata, istintiva.

Tirando le somme, il segreto è contestualizzare le parolacce, tenendole a freno nel pieno di contesti nei quali sarebbero totalmente inopportune, ma allo stesso tempo non stigmatizzarle in quanto esperimenti hanno dimostrato i loro benefici e la loro carica emotiva non indifferente si incastra perfettamente con il bisogno di “sano sfogo” della società odierna.

Fonti: Il Giornale, Il Corriere, Academia.eu, Scudit.net

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About Author

Studentessa di lettere moderne all’Università di Urbino Carlo Bo, da sempre appassionata al giornalismo culturale, ha partecipato al “Festival di Giornalismo Culturale 2016” organizzato a Fano e ha collaborato a “Passaggi Festival” come volontaria. I suoi articoli hanno lo scopo di avvicinare i giovani nel modo più semplice possibile alla letteratura e alla storia dell’arte. Appassionata di musica e di vintage, cerca di portare la parte migliore di se stessa in tutto ciò che scrive.

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