The addiction: autoconoscenza come distruzione del sé

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Adesso capisco, o Signore, la mostruosità che c’è dentro di noi, la nostra droga è il male, la nostra propensione al male risiede nella nostra debolezza. Kierkegaard aveva ragione, c’è un terribile precipizio davanti a noi, ma si sbagliava riguardo al salto, c’è differenza tra il saltare e l’essere spinti. Si arriva a un punto in cui bisogna fare i conti con i propri bisogni e l’incapacità di gestire fino in fondo la situazione crea un’insopportabile ansia, non è cogito ergo sum, ma pecco ergo sum, pecco quindi sono.

Uscito quasi quindici anni fa in Italia, mai distribuito nelle sale, The Addiction rimane tutt’ora una delle più sfrontate riflessioni sul Male, sul suo potere di attrazione, sulla sua onnipresenza.

Abel Ferrara rivolge lo sguardo critico e sconvolto di tanti altri suoi personaggi. Corrotti, divorati dai sensi di colpa e che interrogano addirittura l’Altissimo tra urla, lacrime e insulti, domandando il perchè del loro abbandono. Novelli Cristo che, al contrario di quest’ultimo, sanno che ad attenderli c’è solo l’Inferno e la loro vita ne è un’amara anteprima.

Il morso come risveglio

Kathleen è una studentessa di filosofia che viene morsa da una seducente vampira. Da quel momento il sangue diviene la sua droga, tanto da iniettarselo persino in vena.

Con il morso viene risvegliato e amplificato un germe presente in chiunque. Che riunisce in sè il desiderio di onnipotenza, di immortalità, di controllo della vita e della morte propria ed altrui.

Il brivido del peccato è tanto più piacevole quanto più grande è il peccato e quindi il senso di colpa, e Kathleen afferra con chiarezza che il vampirismo è solo illuminazione e non è differente dalla “malattia” che lo precede.

Abel Ferrara decide di utilizzare il vampirisimo come metafora del lato oscuro di una umanità decadente e corrotta. Il male viene rappresentato come una realtà ineluttabile che si nasconde al di sotto di un’apparenza buonista e sofisticata.

Il cambio di prospettiva

La filosofia diventa per lei propaganda ondivaga, ridisegnando costantemente morale e schemi mentali. Ciò che conta per Kathleen è, in definitiva, l’impatto del nostro ego sugli altri, l’imposizione del proprio ego. Tipico di un’umanità che, nei fatti, ha sempre vissuto al di là del bene e del male.

La dipendenza ha una duplice natura, da un lato soddisfa lo stimolo che scaturisce dal male, ma dall’altro intorpidisce la percezione. Viene meno la coscienza del nostro stato. Si beve per smussare la coscienza di essere alcolisti.

L’esistenza diventa ricerca di sollievo dal vizio e il vizio è l’unico sollievo che possiamo provare.

La distruzione

Distrutta dai suoi eccessi, giacente in un letto sotto un crocifisso, sembra quasi confessarsi alla sua iniziatrice che, con candore, le rivela:

Sproul ha detto che non siamo peccatori perchè pecchiamo, ma pecchiamo perchè siamo peccatori. In termini più accessibili, non siamo malvagi perchè facciamo del male, ma facciamo del male perchè siamo malvagi. Ora, che scelte hanno persone come noi? Non sembra che ne abbiamo.

In The Addiction troviamo il tema del riscatto personale, della redenzione, a cui può preludere solo una completa discesa agli inferi prima di risalire.

Ma come rinunciare alla propria intrinseca natura?

Il risultato è una pellicola profondamente intrisa di filosofia esistenzialista e nichilista che fa della dialettica e dell’introspezione la sua caratteristica principale.

Alice Mauri

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About Author

Alice Mauri, gradarese, nata nel 1997. Sebbene le mie passioni siano la letteratura e la filosofia, sono laureanda in Informatica Applicata all'Università di Urbino Carlo Bo. Scrivo nella sezione di filosofia per Sistema Critico. Sfogo la mia passione per la scrittura e la poesia su un piccolo blog personale.

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