Nella regione dello Xinjiang, Pechino “rieduca” i cittadini musulmani

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E’ un gioco al coprirsi a vicenda. Non chiedere, non curiosare, non contestare o a risentirne potrebbero essere i rapporti commerciali. Tutti sanno, pochi parlano, nessuno fa nulla.

O quasi. 

Ci sono volute quattrocento pagine di documenti governativi cinesi consegnati al NewYork Times da una fonte anonima (per ovvie ragioni) ed un video di make-up fatto da una ragazzina su TikTok, per riaccendere una luce sulle violazioni dei diritti umani contro l’etnia uigura, minoranza musulmana, nella regione autonoma cinese dello Xinjiang. 

Parlare di violenza aggirando la censura cinese 

“Ciao ragazzi, vi insegnerò come avere ciglia lunghe”. Inizia così il video di una giovane 17enne americana, Feroza Aziz, postato sulla piattaforma social TikTok ormai qualche mese fa e presto girato in tutto il mondo di telegiornale in telegiornale. Una sorta di nuova forma di denuncia, targata terzo millennio, semplice ma idonea ad aggirare il serrato controllo di internet da parte delle autorità di Pechino e a raggiungere gli smartphone di migliaia di cinesi.

E quindi, come conciare al meglio le proprie ciglia? “Per prima cosa prendete un piegaciglia… poi riponete lo strumento e prendete il vostro telefono e cercate quello che sta succedendo in Cina”

Chapeau. Da un lato una mano che, come quella del migliore degli illusionisti, distrae lo spettatore (in questo caso l’algoritmo del social). Dall’altro, ecco l’altra mano che, sapientemente, copre la bocca con disinvoltura. E’ così che la ragazza camuffa una seria denuncia umanitaria – citando campi di concentramento, famiglie separate, stupri e altre violenze – con quello che potrebbe sembrare l’ennesimo, banale, video di make-up.

Svelato l’inganno la replica è stata subito forte da parte delle autorità cinesi: account chiuso e video oscurato. Ma ormai il “danno” era stato fatto e decine di Tv e giornali in tutto il mondo parlavano dell’accaduto. 

Scatti dal finto video di make-up della diciassettenne americana Feroza Aziz

Ragioni politico-commerciali dietro alla persecuzione in Xinjiang

Ma chi sono gli Uiguri di cui parla Feroza Aziz? Un’etnia minoritaria in Cina (una delle 56 riconosciute da Pechino ma costituente appena lo 0.6% della popolazione cinese), di origine turca e di fede musulmana.

Il problema di questa popolazione? La propria terra: così strategica dal punto di vista commerciale e così ricca di minerali da non poter essere lasciata, almeno secondo il regime di Xi-Jinping, sotto il controllo di una popolo in passato non estraneo a rivendicazioni secessioniste. 

Lo Xinjiang confina con moltissimi stati (Russia, Kazakistan, Tibet, Mongolia, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India e la regione autonoma del Tibet) ed il suo sottosuolo contiene ingenti riserve di gas, carbone e petrolio. Si aggiunga poi che, ormai dieci anni fa (era il 2009), le potenti aziende petrolifere PetroChina (Cina), Gazprom (Russia) e Shell (Olanda), hanno firmato un intesa per la costruzione di un gasdotto che, passando proprio per lo Xinjiang, raggiunge il resto della Cina la quale in questo modo, riuscendo a rifornire di gas gran parte dei paesi dell’Asia centrale, vede rafforzarsi la propria posizione geopolitica.

Ecco quindi che, all’alba dell’inaugurazione della “nuova via della Seta” (la Belt and Road Initiative – BRI), un’imponente iniziativa commerciale volta a rinforzare i rapporti di scambio tra la Cina ed il resto del mondo (Medio-Oriente in primis ma anche l’Europa-Mediterranea), Pechino ha deciso di intervenire in maniera pesante sullo Xinjiang, territorio in cui confluiranno ben 3 delle 5 rotte commerciali previste dal BRI.

Cittadini uiguri

Pagine e pagine di dichiarazioni, conversazioni private e altra documentazione consegnata da un anonimo al NewYork Times

Una piccola falla nella solida diga a tutela delle politiche interne del presidente Xi-Jinping. Una mole di quattrocento pagine di documenti che dimostrerebbero un piano di detenzione di massa da parte di Pechino proprio contro gli Uiguri, vero e proprio “intralcio” (se così si può dire) alle politiche commerciali del governo cinese.

Le pagine riferiscono di conversazioni private ma anche discorsi in piazza nonché di misure speciali introdotte nella regione. Si va dal prelievo del sangue e di Dna al controllo degli acquisti, passando per perquisizioni e continue richieste di esibizione dei documenti in vari check-point sparsi per le città. Tutto questo, che comunque è il trattamento minimo riservato ad ogni appartenente all’etnia uigura (ne sono invece dispensati i residenti di etnia Han, la prevalente in Cina), si alterna con vere e proprie periodiche sedute di indottrinamento riservate ai cittadini di fede islamica affinché ripudino l’Islam in favore del socialismo, adorino il Pcc (Partito comunista cinese) ed il suo leader Xi-Jinping e rinneghino, pubblicamente, i propri familiari condannati per estremismo (il fenomeno si chiama Looking back).

Come accennato però, tutto questo è quasi quasi un trattamento di favore. 

focus: i campi di detenzione

Accanto a queste misure già da sole fortemente limitative delle libertà personali e di pensiero dei cittadini uiguri, si registra anche la presenza di massicci campi di concentramento. Essi in realtà prendono il nome in questo caso di “Campi di rieducazione” o “Campi di detenzione”.

In questi, ufficialmente, vengono confinati solo pericolosi estremisti e terroristi considerati tali (attraverso criteri in realtà arbitrari) per l’unità nazionale. Tuttavia, i documenti consegnati al NY Times raccontano anche della presenza di innocenti in questi campi, segregati solo in ragione di rapporti di parentela con gli arrestati. Non solo: in questi campi non è concesso l’ingresso agli avvocati ed i processi sono sommari e prescindono totalmente dalle garanzie di difesa dei cittadini.

Ma cosa accade al loro interno? Violenze, stupri, famiglie separate e persone costrette ai lavori forzati. Spesso, dicono sempre i pochi ma affidabili rapporti, si arriva anche all’esecuzione in forma capitale di alcuni detenuti. 

Inaugurazione di un campo di detenzione in Xinjiang

Nella regione dello Xinjiang, Pechino “rieduca” i cittadini musulmani

E’ proprio questo, sulla carta, l’obiettivo di Pechino: rieducare i cittadini musulmani affinché non aspirino di nuovo ad una propria indipendenza dal governo cinese (come già accaduto in passato dopo la caduta dell’URSS, in un tentativo di imitare la nascita di Stati limitrofi come Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, ecc.). 

Troppo grandi gli interessi economici. E troppo strategica la posizione geografica della regione perché si possa anche solo pensare di preservare i diritti e le libertà di chi vi vive.

Troppo assordante, infine, il silenzio della comunità internazionale che osserva, sa, ma non agisce e intanto, da qualche parte in Xinjiang, lascia che l’orrore continui.  

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Sono un po' di tutto: nato a Rimini, residente a Bologna e famiglia marchigiana. Diplomato al liceo linguistico di Pesaro, ora studio Giurisprudenza all'Università di Bologna. Il mio punto di riferimento e di continua ispirazione è da anni Giovanni Falcone. Coltivo il sogno di pubblicare un giorno un romanzo.

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