I Fragments di Roland Barthes: lo strutturalismo applicato all’amore

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«Quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla».
(Roland BarthesCome è fatto questo libro in Frammenti di un discorso amoroso)

Era il 1977 quando Roland Barthes (1915-1980) pubblicava con le Éditions du Seuil i Fragments d’un discours amoureux (“Frammenti di un discorso amoroso”) l’esito delle sue riflessioni sull’amore, il punto di arrivo di un viaggio durato una vita, lungo il quale si sono visitati tanti luoghi.

L’impostazione del libro

È proprio ad una geografia di luoghi topici a cui Barthes fa riferimento, decostruisce il sentimento per approfondirne ogni minima sfumatura. L’impostazione è rigorosa, asettica fino all’estremo: le topiche amorose sono organizzate in 80 voci, ordinate alfabeticamente. Ogni voce è divisa in tre – talvolta più – grandi idee numerate. Non c’è sentimento nel contenitore ma ce n’è a sufficienza nel contenuto. Barthes, con il suo occhio da semiologo, ricerca i “segni” alla base dell’amore. Ma il “segno” non è inteso solo nell’accezione strettamente linguistica del linguaggio verbale. Come spiega nelle prime pagine (Come è fatto questo libro) “la parola non va intesa nel senso retorico, ma piuttosto nel senso ginnico o coreografico […] non è lo schema, è un’accezione ben più viva, il gesto del corpo colto in movimento.” Questi frammenti del discorso diventano dunque “figure” e l’innamorato, come un atleta, si dimena tra esse.

“Si prodiga, proprio come l’atleta; fraseggia, come l’oratore; è cristallizzato, siderato in un ruolo, come una statua. La figura è l’innamorato al lavoro”.

In questa tensione platonica – sospesa tra movimento e staticità – si gioca l’esperienza amorosa. La condizione dell’innamorato è un continuo correre, ma con la mente, raggomitolarsi e intrigarsi dentro se stesso alla ricerca dell’altro. Se i “frammenti” sono dunque figure, anche il termine “discorso” va inteso nel suo significato originale: dis-cursus non è altro che l’atto di correre, di muoversi di qua e di là.

particolare di “Tobia e l’Angelo”, scuola del Verrocchio

Le fonti di ispirazione

I luoghi amorosi visitati da Barthes sono anche i libri che ha letto. Leggere d’amore contribuisce ad insegnarci come si ama, “per comporre questo soggetto amoroso, sono stati “montati” dei pezzi di origine diversa”. L’organicità finale è data da letture che Barthes definisce regolari e imprescindibili come I dolori del giovane Werther di Goethe, da letture insistenti: il Simposio di Platone, la psicanalisi, certi mistici, Nietzsche e i Lieder tedeschi, e il resto da letture occasionali o da conversazioni con amici. Altri autori citati sono Bruno Bettelheim, André Gide, Heinrich Heine, Julia Kristeva, Victor Hugo, Pierre de Ronsard, François Wahl, Donald Winnicott.

 “… la Gioia non ha alcun bisogno di eredi o di bambini – La Gioia vuole se stessa, l’eternità, la ripetizione delle stesse cose, essa vuole che tutto resti com’è” (Nietzsche) – L’innamorato appagato non ha alcun bisogno di scrivere, di trasmettere, di riprodurre”

Ogni categoria è prima di tutto linguistica

Lungo questo percorso l’autore passa in rassegna tutte le sensazioni e tutti i desideri che colgono l’innamorato, che passa da uno stato desiderante (ovvero “in languore”) vivendo con angoscia le categorie di attesa e assenza passando talvolta per uno stato di inadeguatezza o ma che tocca anche attimi di estasi e gioia suprema.

ANGOSCIA: A seconda di tale o talaltra circostanza, il soggetto amoroso si sente trascinato dalla paura di un pericolo, di una ferita, di un abbandono, di un improvviso cambiamento – sentimento che egli esprime con la parola angoscia

ATOPOS: Il soggetto amoroso riconosce l’essere amato come “atopos” (qualifica attribuita a Socrate dai suoi interlocutori), cioè inclassificabile, dotato di una originalità sempre imprevedibile

In questo stato di estasi nebulosa si stagliano dei momenti di lucidità in cui egli desidera fare chiarezza. Una chiarezza che passa attraverso l’analisi linguistica. Il linguaggio è continuamente osservato, i suoi effetti (altrettanto inadeguati o percepiti come tali) e le sue leggi: “voler scrivere l’amore significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo […] e povero”. Ma il discorso dell’amore rimane un discorso impossibile e l’altro diventa inafferrabile.

CAPIRE: Sentendo improvvisamente l’episodio amoroso come un groviglio di motivazioni inspiegabili e di situazioni senza vie d’uscita il soggetto esclama: “Voglio capire (che cosa mi sta capitando)!”

IO-TI-AMO: La figura non si riferisce alla dichiarazione d’amore, alla confessione, bensì al reiterato proferimento del grido d’amore.

Un bilancio

L’interesse del libro sta nella dicotomia di fondo tra la sua struttura rigida e l’umanità dell’argomento. La forma del frammento in ordine alfabetico tutto evoca ma tutto disperde. Eppure il lettore viene comunque intimamente coinvolto, impossibile è la non-identificazione con l’innamorato protagonista. Una lettura senza immedesimazione è concepibile solo per chi non abbia mai amato. In fin dei conti poi, il libro non è che l’ennesimo tentativo di dare una risposta alla grande domanda che l’uomo si pone da quando ha scoperto di avere dei sentimenti: che cos’è l’amore?

Che l’amore sia tutto quel che c’è

è ciò che noi sappiamo dell’amore.”

-Emily Dickinson

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22 anni, laureanda in Lettere moderne all'Università di Urbino. Osservo il mondo cercando di coglierne l'ironia. Oscillo tra l'esigenza di viaggiare e la necessità di avere radici. Osservo, oscillo e danzo. E mangio troppi kinder Bueno.

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