Taiwan alle urne: le tensioni con Pechino e l’arrivo del coronavirus

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Il 2020 si è aperto con un’elezione di notevole rilevanza per gli equilibri dell’Asia Orientale. Gli abitanti della Repubblica di Cina (Republic of China, RoC), nota come Taiwan, sono stati chiamati alle urne per eleggere il presidente e i componenti dello Yuan legislativo, l’organo legislativo del paese, simile a un Parlamento monocamerale. Queste elezioni erano tanto osservate dall’esterno, ma anche molto sentite internamente, infatti hanno registrato un’affluenza del 74,9%.

Chi correva per la carica?

Tre i concorrenti per il ruolo presidenziale: Tsai Ing-wen, presidente uscente; Han Kuo-yu e James Soong.

La prima è esponente del Democratic Progressive Party (DPP), partito che sottolinea la distanza da Pechino e ha fatto dell’indipendenza il proprio cavallo di battaglia, rifiutando l’identità cinese. La maggioranza ottenuta nel precedente mandato gli ha permesso di attuare importanti riforme. Tra queste la legalizzazione del matrimonio di persone dello stesso sesso e l’incremento della diversificazione delle relazioni commerciali con Paesi diversi da Repubblica Popolare Cinese (RPC) e USA.

Il secondo candidato è espressione dello storico partito Kuomintang (KMD), il quale sostiene un’identità cinese per Taiwan ed è favorevole alla riunificazione con la Cina continentale, pertanto più gradito a Pechino. Han è stato più volte definito il candidato populista locale e, vista la forza con cui si è fatto strada il populismo nel mondo, il suo risultato sarà osservato anche in Occidente.

Il terzo candidato è esponente del People First Party, ma la vera sfida era tra i primi due candidati, esponenti dei principali partiti.

Tsai rieletta presidente

Queste elezioni hanno tenuto con il fiato sospeso diversi osservatori perché il DPP, dopo la vittoria alle presidenziali del 2016, aveva preso un duro colpo alle amministrative del 2018 in favore del KMD. Questo era accaduto perché l’attenzione per il programma autonomista e la distanza da Pechino avevano ritardato riforme economiche strettamente necessarie al Paese. Il partito nazionalista ha pensato, quindi, di poter cavalcare la questione economica per ripetere il successo ottenuto, ma non è stato così. La presidente uscente ha ottenuto il 57% dei voti, contro il 38.6 % di Han e il 4.3 % di James Soong. Questo dimostra come un tema di sicurezza, come la sovranità o la protezione della democrazia, possano prevalere sulle preoccupazioni economiche e sui populismi. Molti parlano di una sconfitta del populismo, ma è meglio esser cauti perchè il caso taiwanese è particolare e difficilmente replicabile in Occidente.

I rapporti con Pechino e le proteste a Hong Kong

Questi risultati sono significativi per i rapporti che intercorrono tra le due sponde dello stretto di Formosa, infatti i cittadini dell’isola hanno scelto di dar forza alla loro identità taiwanese e all’indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese.

Tra le due cine la questione aperta dalla fuga di Chiang Kai-Shek, sconfitto da Mao nel 1949, non è stata risolta e ancora scalda gli animi. Entrambe si ritengono la “vera” Cina, problema già sorto in ambito Onu. In questa sede si è scelto di dare il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ai rappresentanti del governo della Repubblica di Cina. Questa decisione è stata ribaltata nel 1971, quando il seggio fu affidato alla Cina comunista. Nel 1992, poi, i due paesi raggiunsero quel che è noto come “Consensus of 1992” in cui si stabiliva il principio di “un’unica Cina”. Idea oggi rifiutata dalla presidente, ma sostenuto dall’avversario del KMD.

La Repubblica Popolare Cinese attualmente non disdegna gli investimenti provenienti dall’isola, ma allo stesso tempo mantiene un atteggiamento duro e percepito come minaccioso. Infatti, ha incrementato le esercitazioni militari nella zona, in un mare già conteso da più potenze asiatiche, e ha espressamente ribadito l’intenzione di riunificare l’intera Cina entro il centenario della Repubblica Popolare Cinese e ciò include anche Taiwan. A tale scopo il presidente Xi Jinping in un discorso di gennaio 2019 ha nuovamente sottolineato l’importanza di tale obiettivo e non ha escluso l’utilizzo della forza per raggiungerlo.

Hong Kong richiama l’attenzione

Taiwan, nell’ottica cinese, dovrebbe essere integrata con il modello “un paese, due sistemi”, lo stesso usato ad Hong Kong. Per questa ragione nella RoC hanno prestato molta attenzione agli eventi e le proteste degli ultimi mesi nell’ex colonia inglese. Queste hanno riportato in cima alle priorità del dibattito pubblico il tema della sovranità di Taiwan e la sua identità, cinese o taiwanese. Come dimostrato da alcuni sondaggi, i giovani abitanti dell’isola di Formosa non si riconoscono come cinesi. Essi non sono disposti a rinunciare alla loro identità o alla sovranità, rischiando di pagare un prezzo salato come quello che han visto scontare agli studenti di Hong Kong.

Nel discorso iniziale dopo la sua rielezione Tsai ha subito ripreso la questione dei rapporti con la RPC, ricordando che sono aperti a un dialogo pacifico, ma che non accetteranno minacce o intimidazioni provenienti da Pechino. Ha anche ribadito quanto abbiano a cuore la propria sovranità, la democrazia e la libertà.

La volontà di Taiwan sembra accontentare anche gli Stati Uniti, i quali si sono congratulati, tramite un Tweet del Segretario di Stato Mike Pompeo, per la vittoria di Tsai. Si può obiettare che gli stessi adottino una posizione ambigua perchè, pur aiutando Taiwan, continuano a riconoscere come unica Cina quella continentale.

Tweet del Segratario di Stato statunitense Pompeo che si congratula per la vittoria di Tsai Ing-wen a Taiwan.

I risultati legislativi

I risultati delle elezioni legislative, tenute in contemporanea alle presidenziali, non si sono discostati di molto. Il DPP ottiene la maggioranza dei seggi, 61 su 113, perdendone 7 rispetto ai risultati precedenti. Il partito nazionalista, invece, ha goduto di una maggior coerenza tra i voti per le due elezioni e ha guadagnato 3 seggi, avendone un totale di 38. Terza forza nello Yuan legislativo con 5 seggi è il Taiwan People’s Party (TPP), un partito fondato dal sindaco di Taipei pochi mesi fa. A questo segue con 3 seggi l’altro partito pro-indipendenza, il New Power Party (NPP). Il PFP del terzo candidato presidente ha perso i suoi 3 seggi, perciò rimarrà fuori dal governo per i prossimi quattro anni.

Quale futuro per Taiwan?

Alla luce di questi risultati, non resta che osservare le reazioni dei vari attori per capire come evolverà il futuro dell’isola e i suoi rapporti con Pechino. I fattori in gioco sono molti: uno fondamentale riguarda i rapporti con gli USA, i quali sono già coinvolti in una guerra commerciale con la RPC che potrebbe inasprirsi di fronte a un deterioramento dei rapporti tra le due Cine oppure potrebbero usare queste tensioni contro il loro nemico dell’Oriente.

Pechino ha già chiarito che si opporrà all’indipendenza taiwanese e cercherà di favorire una riunificazione secondo il modello “un paese, due sistemi”. Sicuramente gli abitanti dell’isola di Formosa non sono disposti a rinunciare alla loro sovranità, soprattutto dopo aver visto il fallimento del modello a Hong Kong. La loro leader sostiene che Taiwan sia già un paese indipendente, anche se ufficialmente riconosciuto da appena 15 Stati. Le posizioni delle due repubbliche sono inconciliabili, pertanto è lecito aspettarsi altri 4 anni di gelo.

Gli effetti del coronavirus per Taiwan

Poco dopo queste elezioni è scoppiata l’emergenza sanitaria del coronavirus, che rischia di aprire ulteriori questioni diplomatiche tra le due sponde dello stretto di Formosa.

Taiwan vanta un ottimo sistema sanitario che le permetterà di affrontare l’emergenza, però allo stesso tempo chiede di ricevere informazioni direttamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come gli altri paesi, e che essa riconosca i sistemi sanitari delle due cine come differenti e sottoposti ad autorità separate. Al momento non è possibile perché la RoC, non venendo riconosciuta come Stato, non è membro di questa organizzazione internazionale e dell’ONU, perciò può avere solo le informazioni resa pubbliche o quelle che riceve dalla RPC. Taipei, però, non è ripone molta fiducia nel governo di Pechino e non reputa sufficiente l’accordo stretto nel 2010 per lo scambio informazioni su epidemie, vaccini e studi clinici sui farmaci.

È possibile che questa situazione distragga Pechino dalla questione taiwanese, facendo sì che almeno per ora non possa stringere la morsa, regalando tempo a Taipei. Il timore è che la RPC possa sfruttare la situazione per tenere in pugno l’isola per spingerla ad ammorbidire le proprie posizioni su una possibile riunificazione. Non sembra che la RoC, però, sia disposta a fare concessioni. Questo si evince anche dalla risposta al coronavirus: limitazioni alla circolazione dei turisti e il divieto di esportare mascherine di cui Pechino ha disperatamente bisogno.

Il ruolo della comunità internazionale

Anche i paesi terzi si dividono in questa situazione, alcuni potrebbero spingersi a sostenere la causa taiwanese avendo meno timore di ritorsioni della RPC. Degli esempi vengono dagli Stati Uniti e dal premier giapponese, i quali hanno chiesto all’OMS di collaborare direttamente con Taiwan; oppure dalle Filippine, che hanno scelto di escludere l’isola dal divieto di viaggio temporaneo imposto alla RPC. L’Italia, invece, ha deciso di includerla nelle restrizioni ai voli. Il peso di queste decisioni non sarà indifferente per la situazione tra le due sponde dello stretto di Formosa.

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About Author

Andrea Giulia Rossoni

Classe 1996, nata nella provincia novarese, diplomata a Biella, laureata a Pavia in scienze politiche e delle relazioni internazionali, Erasmus a Bamberg. Oggi studio Relazioni Internazionali, indirizzo China and Global Studies, all'università di Torino. Innamorata del sogno europeo, affascinata dal mondo asiatico, ma curiosa di quello che succede in tutto il mondo.

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