Il furto del corpo del Duce

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Ci sono alcuni corpi che continuano a far parlare anche dopo la morte. Vite che si estendono oltre il trapasso, che segnano il futuro della società.  Una di queste vite è quella di Benito Mussolini, dittatore d’Italia per oltre un ventennio. Questa è la storia del furto del Corpo del Duce.

Il Mussolini che visse dopo la morte

Quando ci si riferisce alla sua morte materiale, il primo pensiero cade sull’impiccagione in Piazzale Loreto il 29 aprile 1945, quando il corpo del Duce fu appeso a testa in giù ed esposto al pubblico. Una vicenda controversa che ha scatenato ampi dibattiti. La storia del cadavere di Mussolini non finisce qui. Dopo il furto del corpo dal cimitero in cui era sepolto, per anni si animeranno teorie del complotto, intrighi internazionali, gialli, retroscena, cronache politiche e giornalistiche. 

Nell’aprile del ’46, infatti, Domenico Leccisi, simpatizzante neofascista e fondatore del Partito Democratico Fascista, insieme ad un gruppo di complici appartenenti allo stesso partito, trafugò il cadavere di Benito Mussolini dal camposanto di Mosucco, un cimitero monumentale alle porte di Milano. L’operazione fu piuttosto semplice: le due guardie che sorvegliavano il cimitero dormivano, la sicurezza scarseggiava, solo una recinzione li separava dal corpo del Duce. Il gruppo incontrò tuttavia qualche difficoltà. Il cadavere ne uscì infatti mutilato, perdendo le falangi di una mano e una gamba.

L’Italia tornava a tremare

Il gesto destò ovviamente grande scalpore. In un’Italia in macerie, uscita rovinosamente dalla guerra, con istituzioni fragili ed un popolo disorientato, il peso del Duce e del Fascismo era ancora molte forte. Il mito dell’invincibilità, per i fascisti, era da difendere ad ogni costo, per cui il cadavere del dittatore non poteva finire nelle mani sbagliate, doveva essere preservato.

Il Duce è immortale, e con lui il fascismo. Per questa ragione gli antifascisti, con l’intento di distruggere il fascismo e il suo lascito, miravano a neutralizzare questo mito. In questo senso, opporsi al mito significava disprezzare quel corpo e tutto ciò che rappresentava.

“Finalmente, o Duce, ti abbiamo con noi. Ti circonderemo di rose, ma il profumo delle tue virtù supererà quello delle rose.” Questo fu il messaggio lasciato nella tomba dopo il furto. Il corpo del dittatore era stato seppellito in forma anonima per evitare pellegrinaggi, così come quello di Clara Petacci.

La facilità con cui venne rubato lascia sbigottiti. Si temeva che la notizia potesse distorcere notevolmente il clima politico del momento, incentrato totalmente sul referendum per decidere su Monarchia e Repubblica. Nell’Italia del dopoguerra il peso politico e culturale del fascismo era ancora imponente, e le paure legate ad un suo ritorno erano serie. Neanche da morto il Duce cessava di imprimere il suo sigillo sulla cultura italiana.

Il corpo del Duce venne ritrovato il 12 agosto dello stesso anno, nella Certosa di Pavia. Dopo una lunga indagine che aveva portato all’arresto dello stesso Leccisi e di Mauro Rana, Antonio Parozzi, Fausto Gasparini e Giorgio Muggiani, suoi complici. Leccisi, non sapendo dove nascondere il cadavere, si era affidato all’aiuto di due frati milanesi, padre Zucca e fra’ Alberto Parini. Gli stessi frati accompagnarono le autorità nel ritrovamento del corpo del Duce. Per questo i frati, inizialmente accusati di complicità, vennero successivamente scagionati.

La vicenda sarebbe potuta finire qui. Ed invece il mistero attorno a questa storia andrà avanti ancora per molti anni, fino al 1957. Dopo il ritrovamento del cadavere, il Governo dovette preoccuparsi di evitare vicende come quella del furto dell’aprile del 1946. Nonostante le proteste dei familiari e le interrogazioni parlamentari del Movimento Sociale Italiano, il Governo si rifiutò categoricamente di restituire il corpo, sottraendolo ad un potenziale culto della memoria.

La vicenda è raccontata dal libro La salma nascosta. Mussolini dopo Piazzale Loreto da Cerro Maggiore a Predappio (1946-1957) di Fabio Bonacina. http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2007/08/29/Cultura/STORIA-LA-SALMA-NASCOSTA-LA-MISTERIOSA-VICENDA-DEL-CORPO-DEL-DUCE_113154.php

“La questura di Milano affidò a nome del Governo italiano la salma ai frati cappuccini di Cerro. Le condizioni imposte furono: nascondere la cassa, non rivelarne a nessuno il contenuto e tenerla fino a che il capo della polizia ne avesse chiesto la restituzione. La salma fu trasportata al convento da Agnesina. Non venne sepolta, ma sistemata in una piccola cappella poco usata di fianco all’altare, e poi in un armadio a muro.”

Nel frattempo Domenico Leccisi, liberato dopo l’arresto per il furto del corpo del Duce, e divenuto parlamentare del Movimento Sociale Italiano, si prodigò con determinazione per ottenere la restituzione del cadavere alla famiglia e la conseguente sepoltura a Predappio, sua città natale.

Il Duce tornò a Predappio

Nel 1957 Leccisi strinse un patto con l’allora governo monocolore DC guidato da Adone Zoli, predappiese e antifascista, a cui mancava un voto per ottenere la fiducia. L’ex capo del Partito Democratico Fascista votò la fiducia al governo, a cui mancava solo un voto, in cambio della restituzione del corpo di Mussolini alla famiglia a Predappio. L’accordo si fece, e il cadavere del Duce fu trasportato e seppellito a Predappio.

La storia del corpo del Duce infuocò gli animi di seguaci e oppositori, generando in tutto il Paese un grande dibattito. Le cronache legate al furto del suo cadavere, tra chi diceva che fu consegnato a Churchill, chi diceva a Franco in Spagna e chi parlava di un complotto per restaurare il Regime, alimentarono svariati miti e storie, gran parte dei quali oggi dimenticati.

Il Corpo che segna la Storia

La storia di questa vicenda ci insegna che una persona che imprime il proprio marchio sulla cultura e sui tempi, sopravvive alla morte fisica. Il lascito di Mussolini fu estremamente potente, e ancora oggi l’Italia è spaccata tra le famiglie che seguirono il Duce nella Repubblica di Salò, e tra quelle che combatterono nella Resistenza.

Il fascismo è morto, e probabilmente non tornerà, ma nel cuore di molti italiani ancora vive. Il corpo del Duce continua a pesare sul nostro Paese.

Massimiliano Garavalli

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Coordinatore e fondatore di Sistema Critico. Amo leggere e scrivere, soprattutto di filosofia, economia e politica. Poeta a tempo perso, aspirante cabarettista di saloni vuoti. Classe '97, vivo a cavallo tra Pesaro ed Urbino. Sono laureato in economia, ma non vi dirò come investire i vostri soldi. Sistema Critico, per me, è lo spazio dove possiamo parlare e riflettere insieme sulle questioni più profonde che il Mondo ci pone ogni giorno.

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