Pietro Bartolo: il medico di Lampedusa

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Parte I

Racconti dal fronte caldo dell’Italia. Giornali e politica ripropongono continuamente immagini dei nuovi sbarchi. Ma com’è vivere veramente quei momenti? Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, ce lo racconta, parlando numeri alla mano.

L’occasione era imperdibile: Pietro Bartolo, a Rimini, per di più nella splendida cornice del cinema Fulgor, un’occasione unica.

Ma come me, devono averlo pensato anche altre centinaia di riminesi, accorsi per l’occasione al cinema. Infatti già alle 20:00 i biglietti erano tutti esauriti; se volevamo entrare avremmo dovuto attendere che tutti si fossero prima seduti per poi andare a riempire ogni singolo spazio disponibile.

Il dotto Pietro Bartolo è un lampedusano di 64 anni, un vero isolano di una famiglia di pescatori da generazioni. Prima di fare il medico, ricorda, è stato pescatore, come molti dei suoi conterranei. Ed è pure stato naufrago: ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa andare alla deriva in attesa di soccorsi nel cuore della notte.

Il dottor Bartolo è una persona che ispira simpatia e giovialità fin dal primo sguardo. Quando sale sul palco rompe subito quel velo di formalità che normalmente separa la platea da chi è lì con il microfono. Con una semplice battuta si sposta subito sul livello amicale e comincia a raccontare la sua storia.

Pietro Bartolo nel suo ufficio

Pietro non si definisce un eroe. Lui è un medico e come tale ha prestato giuramento all’inizio della sua carriera: il famoso giuramento di Ippocrate. Il quale impone al medico il dovere morale di salvare quante più vite possibili, senza guardare al colore del “vestito”. Con la parola “vestito” Bartolo si riferisce al colore della pelle. Afferma che lui non parla mai di numeri dei salvati in mare bensì di persone. Parla di esseri umani che indossano un “vestito” diverso dal nostro ma che sotto sono esattamente uguali a noi.

Bartolo mette subito in guardia da quello che racconterà durante questo breve incontro. “Quello che vedrete questa sera”, dice, “non l’avete mai visto, i media e la politica non farebbero mai vedere materiale così raccapricciante”.

Il suo lavoro, continua, purtroppo è fatto da momenti veramente molto belli ed emozionanti ma anche da momenti talmente brutti e spaventosi. Talmente forti che è ancora oggi, dopo trent’anni di attività, gli causano incubi notturni, nausea, paura: l’incontro con la morte è sempre molto destabilizzante.

Numeri a confronto

Comincia allora parlando di cifre per confutare alcune notizie che purtroppo girano sui media nazionali ed europei: tutta la propaganda degli ultimi mesi ha focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica sulla paura dell’immigrato, riportando scenari apocalittici e denunciando l’invasione che minaccerebbe la nostra identità culturale.

Ma tutto quello che dicono, afferma, è puramente finzione. Come possono 150.00 persone (questi i numeri degli sbarchi totali degli ultimi tre anni), costituire una minaccia, una forza di invasione, per un paese che conta 60 milioni di anime? Da dove, per giunta, emigrano ogni anno circa 100.000 giovani in cerca di fortuna all’estero? Il continente europeo conta circa 500 milioni di residenti, come possono sentirsi assediati da neanche 200.000 disperati?

Con questi pochi dati è subito chiaro che la macchina della propaganda di un certo schieramento politico punta esclusivamente a minare la stabilità del nostro tessuto sociale. Cercando di instillare l’odio e la paura infondata e cieca che demonizza chiunque arrivi nel nostro paese.

Bartolo non si riferisce quasi mai a Salvini direttamente, o meglio, non lo chiama mai con il suo nome, affermando che una persona come lui non merita nemmeno la dignità di un nome proprio: per questo durante tutta la serata si limiterà a chiamarlo semplicemente “Lui”.

Lui è il responsabile di questo clima di odio, lui è il fautore di questa paura infondata, lui è il profeta di questa invasione fantomatica e del diffondersi di malattie rare e sconosciute, che secondo lui i migranti porterebbero nel nostro paese. Ma Bartolo interviene a gamba tesa e ribatte dicendo che in 30 anni di servizio sulle banchine di Lampedusa, non ha mai riscontrato alcuna malattia pericolosa: il suo perfetto stato di salute ne è testimone.

La leggenda che gli immigrati siano portatori di malattie ormai debellate o sconosciute è una di quelle balle “preconfezionate” messe in giro dalla propaganda leghista.

Alcuni dei corpi nei sacchi mortuari del naufragio del 16 ottobre 2019
https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/sicilia/naufragio-lampedusa-individuato-barcone-con-12-cadaveri_9844679-201902a.shtml

Preconfezionate”, questa è una parola su cui Bartolo si sofferma per alcuni minuti. “Lui” ha detto di non volere i “bambini preconfezionati”. Si riferisce a quei bambini che arrivano sull’isola morti e che vengono inseriti in quei sacchi mortuari dalla polizia. Ma lui lì su quella banchina non ci è mai stato, lui non sa cosa si provi a vedere l’orrore di quei barconi. Quei barconi che arrivano in porto con un carico di morte e disperazione. Sui quali è necessario intervenire per prestare le prime cure, dare supporto morale e psicologico, aiutare, salvare o constatare il decesso. Le ispezioni cadaveriche sono la parte più brutta ed angosciante del lavoro del dottor Bartolo.

Esseri umani morti per le più svariate ragioni, dall’ipotermia alla morte per inedia, passando per i morti ammazzati a suon di colpi di pistola. Si, perché sui barconi e i gommoni che arrivano dalla Libia si muore anche ammazzati dagli stessi carcerieri che organizzano i trasporti. Infatti, molti di questi migranti vengono costretti a salire su gommoni semi affondati spinti dalla minaccia armata. Spesso i trafficanti sparano a due o tre per dare l’esempio e costringere gli altri a salire sulle barche senza fare resistenza.

Episodi dal molo

Uno dei ragazzi salvati da Bartolo aveva ricevuto ben due colpi alla schiena. Caduto sulla chiglia del gommone, si finse morto in mezzo agli altri compagni di sventura per ben 60 miglia. Infatti, la guardia costiera libica continua a seguire queste imbarcazioni per diverse miglia per poi levare loro il motore e lasciarli alla deriva, in attesa che qualcuno arrivi a salvarli. Quel ragazzo si salvò perché la nostra guardia costiera raggiunse il gommone ormai semiaffondato; molti avevano già perso la vita, ma non quel ragazzo, che venne ripescato e portato d’urgenza sulla banchina, dove Bartolo compì il miracolo, salvandogli la vita.

A Lampedusa però, sottolinea, non c’è un vero e proprio ospedale. Lampedusa è un’isoletta di appena 20 km2, una zattera in mezzo al mare “messa dal Signore sulla rotta dei migranti”. Può contare appena su di un poliambulatorio gestito da Bartolo e dalla sua squadra con grande professionalità e umanità.

A pieno regime riescono a ricoverare al massimo 60 persone, arrangiandosi con i casi meno gravi direttamente sulle banchine. I più gravi vengono poi trasferiti a Palermo, Catania o Agrigento. Dove gli ospedali sono pronti ad accogliere tutti coloro che arrivano da Lampedusa, anche quando le strutture sono già in overbooking. Questo grazie ad un accordo speciale stipulato da Bartolo e le strutture ospedaliere

Spesso però non si fa in tempo ad arrivare sulla costa. Spesso bisogna intervenire direttamente sulle navi della guardia costiera o delle ONG, come quella volta in cui una donna arrivò ormai allo stremo delle forze.

Nati sulle navi

Stipata sul barcone con gli altri non aveva avuto lo spazio sufficiente per far nascere il bambino che portava in grembo. Quando la motovedetta arrivò in porto, la donna non aveva già più le contrazioni, le si erano rotte le acque già da due giorni e scolava solamente un liquido verdastro: non c’era tempo per trasferirla in uno degli ospedali, bisognava intervenire subito. Così si tentò il tutto per tutto sul freddo pavimento della motovedetta e li, il dottor Bartolo, compì il miracolo. Non avendo la strumentazione adatta, legò addirittura il cordone Ombelicale con un laccio delle scarpe. Non che il poliambulatorio non fosse attrezzato per un parto, ma quella volta non c’era tempo, bisognava intervenire subito con quello che si aveva a disposizione. Così fu. Ora la bambina sta bene e l’anno scorso è tornata a visitare il suo salvatore con la sua mamma.

Un altro episodio molto forte è quella di un bambino nato su una barca. La madre lo fece nascere completamente da sola, senza alcun aiuto e non avendo altro si strappò da solo una ciocca di capelli per legare il cordone. La forza della disperazione unita a quella dell’amore avevano portato quella donna ad un gesto estremo che ha però salvato la vita ad entrambi.

Le emozioni che si provano su quella banchina sono infinite: dalla Libia arrivano uomini e donne in condizioni disumane. Infatti sulla costa libica esistono dei lager che non hanno nulla da invidiare ad Auschwitz o Birkenau. Coloro che arrivano da questi campi potrebbero benissimo essere scambiati per gli internati nei campi di concentramento nazisti. Infatti sono pelle ossa, malnutriti, vittime di stupri, sottoposti ad ogni violenza e con la morte negli occhi.

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Sono Federico Mammarella, 27 anni, di Gradara. Laureato in relazioni internazionali, ho la passione per la storia. Mi interesso di qualsiasi cosa che abbia a che fare con essa, quasi un nerd per la storia. Sono anche consigliere comunale di Gradara, per il quale curo le relazioni internazionali e le politiche giovanili, con diverse escursioni nella gestione degli eventi turistici e rievocativi. Nel mentre, so anche fare la pizza! Per questo lavoro anche nella ristorazione

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