Il nostro tempo in busta

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A tutti sarà capitato di vedere i grandi frigoriferi che circondano il reparto frutta e verdura nei supermercati, quasi a volerlo proteggere issando una fortezza fredda. All’interno di questi frigoriferi si trovano insalata, rucola, spinaci e altra verdura e frutta lavata e impacchetta in buste di plastica pronta per essere mangiata. I primi prodotti in busta hanno fatto la loro comparsa in Europa negli anni ’80 e, all’inizio del 2018, rappresentavano il 32% delle vendite nell’ortofrutta(dati Ismea).

Ma cosa ha reso così popolare e conveniente l’acquisto di frutta e verdura in sacchetti di plastica asettici?

Sicuramente di conveniente non c’è il prezzo.

Infatti, i prodotti confezionati costano mediamente il 43% in più rispetto ai prodotti sfusi, mentre l’insalata o la rucola imbustata, nonostante il consumatore può avere la sensazione di risparmiare vedendo il prezzo fisso di 0.99 centesimi scritto in rosso, subiscono un rincaro dell’800%. Questo aumento è giustificato dalla Grande Distribuzione Organizzata(GDO) perché non solo vendono un prodotto, ma vendono anche “tempo libero”, come recitava un vecchio slogan. La GDO ha intercettato il moderno bisogno del consumatore lavoratore che ha sempre meno tempo. Così, per qualche minuto risparmiato, i supermercati si riempiono di verdura e frutta ricoperta da pellicole, contenitori e buste di plastica, come le mele già sbucciate e ricoperte da una seconda “pelle” in plastica che le mantiene sottovuoto.

Il mercato dell’ortofrutta impacchettata è una risposta da parte delle catene dei supermercati dei bisogni che noi consumatori comunichiamo attraverso il nostro portafoglio. Un grande esempio può essere quello dell’olio di palma, caso scoppiato nel 2014 che portò all’eliminazione di questo ingrediente nella maggior parte dei prodotti alimentari di piccoli e grandi marchi, compresi i prodotti dei supermercati stessi. Anche per quanto riguarda gli imballaggi di plastica il portafoglio del cliente è stato chiaro: nel primo trimestre del 2018 c’è stato un aumento degli acquisti di ortofrutta imballata dell’11%, e una diminuzione di frutta e verdura sfusa del 3%. Il periodo concilia con l’uscita della legge sui sacchetti di plastica entrata in vigore nel gennaio 2018, che faceva propria la direttiva europea 720/2015, con aggiunte più stringenti da parte dei legislatori italiani. Infatti, non solo decidono di rendere obbligatori i sacchetti biodegradabili per imbustare la frutta e la verdura, ma decidono anche di farli pagare al consumatore al costo di uno o due centesimi. L’opinione pubblica si infuocò, tra chi era d’accordo con il pagare e chi li avrebbe voluti gratuitamente. Ma nel supermercato la risposta è stata chiara: la reazione dei consumatori ad una tassa “giusta” è stata aumentare il consumo di prodotti impacchettati. La GDO, come un migliore amico che fa di tutto per accontentarti, agevola il trend, ben consapevole che anche per loro è più comodo gestire prodotti confezionati rispetto a quelli sfusi.

L’ortofrutta confezionata ha distrutto un altro nemico della GDO: la stagionalità.

Il costo di questi prodotti è talmente alto in tutto l’anno che non sono soggetti alle fluttuazioni di prezzo tipiche delle diverse disponibilità nell’arco dell’anno, e allo stesso tempo possono venire in contro al consumatore moderno che rimane stupefatto di non trovare pere e melanzane a febbraio e arance e kiwi a luglio. Ma quelli elencati nello scontrino della spesa non sono gli unici costi dell’ortofrutta impacchettata: bisogna fare i conti anche con l’esternalità negative( come le emissioni di CO2 per fare arrivare i kiwi dal Sudafrica) e, per esempio, con lo spreco d’acqua nel lavare l’insalata nei centri di produzione, dagli otto ai 15 litri per chilo, quando prima era necessario poca acqua dal rubinetto. Ma lo spreco maggiore è quello determinato dalla plastica. Secondo un’indagine del The Guardian i supermercati britannici producono una quantità di scarti di plastica all’anno tale da poter “coprire l’intera estensione di Londra per un altezza di 2,5 centimetri”.

I sacchetti asettici sono la manifestazione di un distacco “emozionale” tra prodotto e natura, che spinge il consumatore a trattare il cibo come una commodity. Per colmare tale “gap” è necessario un ritorno al locale, ai prodotti a chilometro zero, in modo da poter ritrovare sintonia con i ritmi della natura e i meccanismi di produzione. Una sorta di contrappeso ad un sistema di produzione globale non più sostenibile. Oggi il nostro risparmio di tempo è dovuto ad uno spreco esagerato di plastica. Un domani, sempre più vicino, le conseguenze di tale inquinamento verranno a chiederci il conto e, per pagarlo, servirà molto tempo, più di quanto si possa ottenere comprando cibo in buste di plastica.

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About Author

Carlo Sapienza

Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad osservare al meglio le cose, e la pianura a spaziare con la mente. Sono iscritto al corso Studi internazionali nella facoltà di Sociologia di Trento. Scrivo per il blog Piazza del Mercato, e dal 2020, per Sistema Critico.

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