Caro Giovanni,

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Erano le 17.58 quando i telegiornali italiani irruppero nelle case dei cittadini con una notizia che paralizzò il paese: un’esplosione fortissima, 1000 Kg di tritolo, aveva investito l’autostrada di Capaci, trasformandola in uno scenario di guerra. Nel mirino c’era l’auto su cui viaggiavi con tua moglie Francesca e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. In pochi minuti le speranze della gente, di una città, Palermo, svanirono divorate dal cratere. Di quelle ore e di quegli intensi giorni si è raccontato tanto, le immagini sono rimaste impresse per sempre negli occhi della gente, così come la ferita che aveva lasciato nel paese. Chi ti ha conosciuto o ha lavorato con te , ha potuto apprezzare le tua professionalità e integrità. Soprattutto nei tuoi ultimi ultimi anni di vita, non scomponendoti davanti alle ferocia delle critiche di chi doveva aiutarti nella tua lotta a Cosa Nostra.

Ma non rinunciavi all’ironia, anche macabra per alleggerire le fatiche e il peso del tuo lavoro, come ha raccontato in un’intervista il tuo collega e amico Giuseppe Ayala: ’’ci divertivamo a pubblicare ogni tanto i nostri necrologi, una volta Giovanni mi disse che ero riuscito a morire prima di lui’’. Scherzi che forse erano consapevolezze della responsabilità e del peso che ti portavi. Peso che non ti fece mai arrendere, grazie alla tua testardaggine e alle tue intuizioni, come quella di colpire i mafiosi nelle loro finanze e attività di guadagno, sequestrando i loro beni. Di storie ce ne sarebbero tante da raccontare, ma forse quello che più ti rappresenta fu il rapporto con Buscetta (uno dei primi mafiosi che scelse di collaborare con la giustizia). Un rapporto fatto di rispetto e fiducia, un rapporto umano: cosa impensabile,visto come la gente idealizzava la figura di un mafioso. Una storia che ci fa comprendere lo straordinario lato umano che avevi.

Ci hai fatto comprendere cos’è la mafia

Oggi, l’anniversario della strage di Capaci, cade in un momento di sofferenza dell’Italia, colpita dalla tragedia di covid-19 e travolta dalla conseguente crisi economica. Un contesto in cui le mafie rischiano di infiltrarsi, di affermarsi come alternativa allo stato, agli occhi dei giovani che non vedono un futuro. Ma quello che dobbiamo a te , a Borsellino e a chi ha combattuto la mafia in quegli anni, è di aver mostrato alla gente cos’è il fenomeno mafioso. Di aver dato un volto a Cosa Nostra descrivendone la struttura, di aver mostrato alla gente chi sono i mafiosi e che si possono sconfiggere attraverso l’educazione, la conoscenza e il coraggio di ribellarsi all’ingiustizia e alla paura. Il vostro merito è stato quello di rivoluzionare la lotta alla mafia, con nuovi strumenti e con le vostre intuizioni. Insegnandoci come essa non è qualcosa di invisibile e invincibile, ma ha un volto, una forma, si insinua in contesti di  povertà, ingiustizie,  disperazione e  disuguaglianze della società, e che come ogni fenomeno umano ha un inizio e avrà una fine.

”A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe degli altri uomini”

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About Author

Manuel Morgante

Nato a Pesaro il 15 febbraio del 1998. Ho frequentato il liceo linguistico di Pesaro e attualmente studio storia all'università di Bologna. Ho la passione per lo sport, l'attualità, la politica e il giornalismo.

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