La deriva della tolleranza

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Per tanti anni, forse addirittura secoli, abbiamo pensato alla parola tolleranza come un qualcosa di buono, di positivo. Una sorta di virtù. Eppure, essa nasconde al suo interno una connotazione negativa: sopportare. Oggi, nel 2020, non si può più pretendere che sopportare venga considerato come un comportamento nobile. Dunque è arrivato il momento di cogliere la deriva della tolleranza per abbracciare la rotta che conduce all’accettazione

Evoluzione di un concetto instabile

Si sa, le parole nel corso del tempo mutano, cambiano abito ed uso. Eppure, spesso il loro significato intrinseco ed essenziale permane stabile, quasi immutabile. Cambiano i contesti, il modo di pensare e la cultura, ma ci sono alcuni elementi che restano fondamentali. Nel corso del tempo, anche il termine tolleranza ha avuto una serie di evoluzioni e rivoluzioni. Eppure, mi sento di poter dire che questa serie di rivoluzioni siano state solo apparenti, di fatto, il nucleo fondamentale della parola, il suo senso profondo è restato sempre il medesimo. All’origine di questa particolare virtù, vi è nascosto il suo senso più intimo: sopportare. Spesso, le iconografie che rappresentavano la tolleranza, raffiguravano una donna che portava un grande macigno sulle spalle. Dunque è evidente come la tolleranza, non possa essere considerata come l’arrivo, il fine ultimo della strada che porta al progresso della civiltà.

Tolleranza e libertà di pensiero

Se pensiamo alle sue radici, la tolleranza è stata considerata una grande vittoria per la libertà di pensiero, e fino ad un certo periodo della storia, di culto. Di fatto in periodi in cui la libertà personale era minima, la tolleranza ha rappresentato una sorta di faro, una luce di speranza. Questa virtù, è stata conquistata con il tempo, con il sangue e con profonde lotte politico-culturali. Perciò è evidente il ruolo che ha avuto nel progresso socio-culturale delle varie società mondiali che hanno percorso i vari attimi della storia. Ha dunque permesso la transizione, la trasformazione di vecchi modi di pensare a qualcosa di nuovo, di più libero e aperto. Però si badi bene, ha concesso il quieto vivere e non di certo un valido equilibrio egualitario. Dunque ci tengo a precisare che tollerare, per quanto sia stato un termine fondamentale, non è accettare.

Il passo successivo: accettare

Questo particolare termine è stato analizzato, studiato e sviscerato da innumerevoli filosofi e sociologi. Si può nominare ad esempio Spinoza, Rosseau, Popper e Rawls. Questi esempi, per la loro dilatazione temporale, la loro distanza di esistenza, posso permettere di evidenziare il progresso e l’evoluzione di questa virtù. Una virtù che per molto tempo è stata utile, se non fondamentale, ma che oggi, nel 2020 non basta più. Secolo dopo secolo essa si è evoluta, apparentemente cambiata e adattata, eppure è rimasta sempre quello che è sempre stata, sopportare. Ma sopportare non permette di chiudere profonde ferite, al massimo le tampona per evitare di morire dissanguati. Dunque è inevitabile pensare al paradosso che si genera, un paradosso che Popper ha ben illustrato e che successivamente Rawls ha ripreso. Tolleranza e intolleranza necessitano di raggiungere lo step successivo sulla linea del progresso: accettazione.

https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_della_tolleranza

Una ferita mai chiusa

Oltre a ragionare dunque sul paradosso bisogna anche ragionare sulla storia che la tolleranza ha lasciato dietro di se ed oggi ne abbiamo una prova lampante. Basta guardare a ciò che sta succedendo negli Stati Uniti d’America. Nonostante da diversi anni è stata raggiunta una discreta soglia di tolleranza verso le comunità afro-americane, eventi di razzismo o di discriminazione capitano spesso. Questo perché la tolleranza non basta a chiudere definitivamente una ferita aperta da secoli, ci vuole l’accettazione. L’accettazione dell’altro, del “diverso” e non solo la sopportazione. Va digerito ed assimilato. E’ fondamentale dunque costruire una sempre più efficace mentalità che porti all’accettazione delle diversità. Non abbiamo più bisogno di una virtù che sia passiva. Bisogna trasformare quella virtù passiva, in una virtù attiva perché soltanto così si potrà veramente ambire ad una società aperta, giusta ed egualitaria.

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About Author

Andrea Belegni

Andrea Belegni, anconetano doc, classe 1997. Attualmente studio Scienze Umanistiche curriculum filosofico presso l’università di Urbino Carlo Bo. Mi piace vedere la filosofia e la storia con una funzione attiva e non solo narrativa, per questo cerco di applicare queste due discipline a casi quotidiani, reali e contemporanei. Sono attivo nel campo della politica e amo scrivere. Appassionato di sport, cerco di seguire ogni disciplina. Scrivo su Sistema Critico ormai da un anno e mi occupo di Filosofia e Storia.

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