Inquinamento: è colpa di chi produce o di chi consuma?

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È colpa di chi produce o di chi consuma? È questa l’eterna domanda che ritorna in ogni discussione sull’inquinamento e sulle responsabilità individuali. La domanda sposta l’onta delle colpe dalle grandi multinazionali, a cui poco interessa l’impatto ambientale dei propri imballaggi e delle proprie confezioni, al singolo consumatore. Insomma, basta prendersela sempre con le grandi aziende. Tu, in concreto, che cosa fai oltre a lamentarti? Cosa metti nel carrello della spesa? Prodotti con più plastica che contenuto?

L’idea è quella della domanda e dell’offerta. Se ci sono prodotti con inutili ed eccessivi imballaggi è perché c’è qualcuno che li compra. Domanda guida offerta.
Con questo argomento chiunque può facilmente far ricadere la colpa dell’inquinamento sul consumatore, scagionando i produttori. L’argomento è così semplice nella sua logicità che può essere applicato anche a tanti altri settori dell’economia. Hai comprato un pallone da calcio per tuo figlio? Sei responsabile dello sfruttamento del lavoro minorile. Hai un cellulare? Sei complice dei morti nelle miniere di coltan in Congo. Vai a far benzina in quel distributore che la vende ad un prezzo stranamente molto basso? Da dove pensi che venga? Probabilmente stai finanziando il terrorismo islamico.
Domanda-offerta, qualcuno produce perché qualcuno compra.

E quindi ancora una volta, è colpa di chi produce o di chi consuma? Perché chi produce lo fa perché c’è qualcuno che consuma.

L’idea di base è fondata: è giusto responsabilizzare il consumatore. Noi tutti, come consumatori, abbiamo un potere enorme ed è giusto prenderne consapevolezza. Il problema è che spesso l’argomento viene utilizzato per scagionare i produttori, come se nell’atto dell’acquisto non si comprasse solo un bene, ma anche tutti i crimini e le nefandezze commesse per produrlo. Ecco, non funziona esattamente così.

Non funziona esattamente così perché il mercato non è l’unica realtà esistente. La domanda “è colpa di chi produce o di chi consuma?” omette un elemento fondamentale. Il fatto è che non siamo una massa atomizzata di homini oeconomici, come piacerebbe a certe teorie neoliberiste, ma siamo una comunità politica. Il mercato non è l’unica realtà, esiste anche lo stato.
È questo il punto. Se c’è qualcuno che inquina non è perché c’è chi compra ma è soprattutto perché c’è chi permette di inquinare. Sperare che il problema ambientale si risolva per il buon cuore dei consumatori è il modo migliore per non risolvere un bel niente. Anzi, nell’ottica a-morale di certi produttori è il modo con cui si mettono a tacere le critiche: se non sei un consumatore responsabile non hai diritto di lamentarti.

È l’apoteosi del mercato, la politica non si fa più in piazza e votando alle elezioni ma “con il portafoglio” al supermercato. Qualcuno dirà “finalmente”, perché con il voto a matita non cambia mai nulla ed è il solito magna-magna. Con il portafoglio invece se non compri le Gocciole sei sicuro di non trovartele al governo con i Pandistelle, almeno non nella tua dispensa.

C’è però un piccolo dettaglio che rischia di passare inosservato: nella cabina elettorale uno vale uno, con il portafoglio no. È il mercato, quello spazio democratico in cui i soldi misurano l’importanza di una persona.

È facile quindi che nella distinzione tra chi consuma prodotti bio, km0, green e senza confezioni (i buoni) e chi compra “quello che costa meno” (i cattivi), i primi siano i ricchi e i secondi i poveracci. Ancora una volta, è la logica del mercato.

È quindi colpa di chi produce o di chi consuma? Ora, forse, capirete quanto pericolosa sia questa domanda. Chiariamoci ancora una volta, la domanda non è sbagliata in sé, ma omette qualcosa che non dovrebbe essere omesso: lo stato.

È lo stato che dovrebbe disincentivare l’uso di imballaggi e confezioni. Il punto è che una busta di plastica non ha solo un costo di produzione, ma anche un costo di smaltimento. Non è giusto che l’azienda paghi solo il primo, anche l’altro è un costo e non è più tollerabile che esso venga scaricato sulla collettività.

Si tratta di quelle che nella teoria economica vengono chiamate esternalità, e che provocano il fallimento del mercato. La produzione non è ottimale in questi casi, perché il prezzo di questi prodotti è basato sulla sistematica evasione del costo ambientale del prodotto. Dare la colpa al consumatore significa non centrare il problema, spostando la discussione da un piano economico-politico ad uno puramente morale, dove “i consumatori per bene” comprano prodotti senza imballaggi e chi non se lo può permettere è destinato a subire lo stigma sociale.

Per cui la colpa non è né dei produttori né dei consumatori, queste categorie seguono logiche puramente economiche di massimizzazione di profitto per i primi e utilità per i secondi. La colpa è di chi in questi anni ha avvallato la denigrazione sistematica del ruolo dello stato nell’economia, ha difeso gli interessi dei grandi gruppi industriali e ha dichiarato guerra senza quartiere a qualsiasi tipo di tassa che potesse garantire il sacrosanto principio del “chi sporca paga”. La colpa è di chi ha deciso di masturbarsi con la retorica del neoliberismo, della deregolamentazione, dello stato minimo, della responsabilità aziendale e del mercato come panacea di tutti i mali.

Reinterpretando Reagan “The market is not the solution to our problems, the market is the problem”.

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Classe '97. Laureato in Scienze Politiche ora studio Economics and Political Science alla "Statale" di Milano. Cerco di raccontare il mondo con gli occhi della mia generazione, credo nell'informazione libera e nella ricchezza che nasce dallo scambio di opinioni. Per Sistema Critico mi occupo di politica, economia ed attualità. Sono scout e nel tempo libero: nuoto, calcetto e calciotto.

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