Quando i figli sono un’arma

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La vicenda di Margno ha puntato i riflettori su una problematica sociale molto più grossa: l’uso dei figli come un’arma, un coltello da puntare al partner.

Non è la prima volta che, in decisioni riguardanti solo gli adulti, chi ci rimette di più sono i più indifesi.

Esseri umani che vedono nei bambini quel legame indissolubile col compagno.

Avrai il coraggio di uccidere i tuoi figli, le tue creature?

chiede il Coro a Medea.

Medea, decisa e determinata, risponde:

È il mezzo più sicuro per spezzare il Cuore di mio marito!

La vicenda

Elena e Diego, uccisi dal loro papà Mario Bressi – un 45enne di Gessate – venerdì scorso a Margno, in Valsassina, dove erano da qualche giorno in vacanza.

I due sarebbero stati strozzati a mani nude.

Il motivo? Tra l’uomo e la moglie c’erano dei problemi, tant’è che lei si era rivolta a un legale, anche se la pratica per la separazione non era ancora stata avviata.

Lui, però, ha deciso di “batterla sul tempo”, togliendole tutto ciò che aveva, per poi suicidarsi sotto la veste di “padre disperato”.

La maschera del padre disperato

Da quando i notiziari hanno diffuso la notizia, l’opinione pubblica sembra sprecarsi in commenti e dibattiti.

C’è chi sostiene che sia stato un gesto disperato, dettato dalla follia del momento.

Eppure, ci sono decine di migliaia di separazioni nel mondo. Per quanto una situazione può esser delicata, è possibile arrivare al punto di uccidere? Oppure è solo una maschera? Un tentativo di apparire come martire in una tragedia.

A Daniela Fumagalli, la moglie dell’uomo, è stato tolto tutto. Non solo i suoi preziosi figli, ma anche la possibilità di aver giustizia.

Non esiste solo “il momentaneo atto di follia”, bensì anche il petulante, continuativo, solerte e altrettanto drammatico atto di genitori che usano i figli per colpire e ferire i propri partner, dopo averne ricevuto solenne delusione.

Alienazione genitoriale

Prende questo nome, in psicologia. In particolare, si tratterebbe della grave conseguenza della contesa sui figli minori a partire da contesti di separazione, divorzio o violenza intradomestica.

È una dinamica psicologica disfunzionale, o disturbo relazionale, teorizzata negli anni 80 dallo psichiatra forense Richard Gardner.

Il figlio viene usato contro l’altro coniuge (o ex coniuge)

Il campo distorto d’azione è l’utilizzo del figlio da parte di un genitore contro l’altro che viene estraniato dal rapporto e dalla considerazione. Un figlio gestito come uno “strumento” totalmente “istruito” contro la mamma o il papà.

Il figlio, per chi ha sete di vendetta, diventa un coltello affilato con il quale colpire il proprio ex-coniuge.

Con l’assurdo pensare che, a farne le spese maggiori siano i propri mariti o le proprie mogli.

Si tratta, in realtà, di “omicidio – suicidio” poiché, a pagarne le conseguenze, saranno tutti, genitori e figli, senza contare i nonni e le nonne.

Amore o malattia?

Chi soffre per amore non uccide, non strangola i figli. Soffre da morire, ma se ama davvero lascia andare. Perchè amore significa accettare che le cose possano andare diversamente dal lieto fine. Amore significa rispettare le scelte e decisioni del coniuge.

E Bressi era soltanto un signore ammalato, non un marito, non un padre. Non si può rendere umano quel gesto con un titolo, una frase, una spiegazione. Non esistono parole per ciò che di umano non ha nulla.

Era solo un piccolo essere umano nato e cresciuto in una società ancora profondamente patriarcale. Un mondo dove, nonostante le leggi e le belle parole, ancora si fatica a concretizzare il panorama di uguaglianza tra uomo e donna. Un panorama che comprende la libertà. Libertà di non amarti più. Di prendere una strada diversa. Di salutarti alla porta. Sopratutto se si hanno dei figli.

Uccisi due volte

Un uomo innamorato, vistosi lasciato gli è crollato il mondo addosso. Se la moglie fosse stata con lui per il bene dei figli almeno fino alla maggiore età, questo non accadeva”.

Penso che questo sia un gesto nato dalla disperazione”

Stava vivendo un dramma”

Chissà quanto soffriva per fare una cosa del genere”.

Commenti simili si possono leggere sui social, sotto i numerosi articoli che parlano della vicenda.

Ritorna la maschera del martire, sotto la scusante della disperazione.

Maschera che uccide due volte i gemellini. E uccide doppiamente la madre. Perchè da vittima, passa a carnefice. Boia che, con la sua scure, ha tagliato la testa ad una vita familiare felice.

Un copione già collaudato

Ma l’amore che si trasforma in tragedia, è un copione già visto e documentato.

Se ci fermiamo ai dati del nostro paese, dall’inizio del 2020 sono già 34 le donne assassinate in Italia.

Si chiamano, sentiamo il dovere di chiamarle, in ordine di morte Carla, Concetta, Fausta, Maria Stefania, Ambra, Francesca, Rosalia, Fatima, Rosalia, Monica, Speranza, Laureta, Anna, Zdenka, Larisa, Barbara, Bruna, Rossella, Lorena, Gina Lorenza, Viviana, Maria, Alessandra, Marisa, Zsuzsanna, Maria, Mihaela, Gerarda, Rubina, Giuseppina, Cristina, Paola, Morena e per ultima, la piccola Elena Bressi, vittima del padre che non ha accettato il diritto della madre di costruire un altro percorso.

Padri che uccidono, dunque, anche i figli. Come in una sorta di Edipo al contrario, o come nuovi Medea che uccidono per vendetta dissolvendo tutto nella morte.

Una finestra sul vuoto

Ciò che lascia più stupiti, forse, è come l’amore di un uomo, dimostrato attraverso foto sui social, si sia potuto trasformare in orrore.

Siamo talmente abituati a vivere attraverso i network, che spesso ci dimentichiamo quanto possano essere un’arma a doppio taglio. Una finestra che mostra delle meraviglie. Una finestra che cela una stanza vuota e fredda.

L’uomo ha realizzato la vendetta che sapeva avrebbe annientato la donna per tutta la vita. L’ha condannata a vivere con il dolore più grande che una madre possa conoscere.

Qui abbiamo una facciata e un lato nascosto che scorre nel profondo ed è un brutto profondo, nutrito dall’idea che una persona, un uomo, possa possederne altre, una donna e i suoi figli.

Lei agisce perché incapace di uscire da un buco nero, lui perché vuole gettare lei in un buco nero. È questa l’arroganza da patriarcato.

Ed il nocciolo sta sulla bocca di tutti. In quel «Non si sa mai uno come può reagire». In quella inconsapevolezza che viene usata come scusante.

Alice Mauri

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Alice Mauri, gradarese, nata nel 1997. Sebbene le mie passioni siano la letteratura e la filosofia, sono laureanda in Informatica Applicata all'Università di Urbino Carlo Bo. Scrivo nella sezione di filosofia per Sistema Critico. Sfogo la mia passione per la scrittura e la poesia su un piccolo blog personale.

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